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 L’altare di Sant’Antonio Abate e l’Annunciazione di ignoto

(copia di Marcello Venusti) nella parrocchiale di Marcellise

 

 

Scheda Artistica - Dott. Roberto Alloro

 

La chiesa parrocchiale di Marcellise è fonte inesauribile di sorprese e di curiosità. Lo stimolo per questa scheda – e per una nuova, piccola indagine - è la constatazione che l’altare dedicato a Sant’Antonio Abate, il primo a sinistra per chi entra, ha nell’ancona un dipinto che non rappresenta il patriarca del monachesimo, come sarebbe lecito aspettarsi dalla dedicazione [D(eo) O(ptimo) M(aximo) / ET / D(ivo) ANTONIO AB(ati) / M.D.CCCXXXVIII (“A Dio / e / a sant’Antonio abate / 1838”)], bensì una tela centinata adattata alla specchiatura rettangolare mediante due sagome cieche recante una Annunciazione di autore ignoto. Per contro, il santo eremita è raffigurato nei due quadri ai lati dell’altare, rispettivamente Sant’Antonio abate disputa con due filosofi sulla divinità di Cristo opera di Antonio Gaspari a sinistra, l’Apparizione della Madonna col Bambino ai santi Antonio abate e Pietro dipinto da Giovanni Battista Caliari a destra.

 

L’altare di gusto neoclassico, in marmo bianco, è caratterizzato da linee semplici ed eleganti. Il sobrio ornato consiste in due lesene scanalate su base cubica con capitello ionico. Al centro e ai lati dell’alzata vi sono tre elementi decorativi a forma di lampada votiva. Si tratta della versione ottocentesca di un altare molto più antico, che rimonta al XVI secolo. Uno dei quattro altari minori  ricordati nella relazione della visita pastorale del 1569, infatti, è proprio intitolato a sant’Antonio. La visita del 1657 è più generosa di particolari: l’altare risultava appartenere alla famiglia Marchenti (de asserto iure domini Aloysii Mercanti)  che non lo curava granché, tanto da risultare male tentum; sulla parete erano dipinte le immagini di Antonio e di altri santi (pro icona imago eiusdem sancti Antonii et aliorum sanctorum parieti depinctae), poco leggibili a causa della loro antichità (antiquitate squalidae). Il vescovo ordinò l’esecuzione di urgenti lavori di restauro pittorico (Imagines iconae parieti depictae aut repingantur cum eas circumdanti ornatu) oppure la realizzazione di una nuova immagine (aut potius fiat nova et decens icona). Il rifacimento dell’altare ebbe luogo alla fine del XVII secolo, nell’ambito di un vasto intervento di rinnovamento della chiesa che interessò, nel giro di otto anni, quattro dei cinque altari esistenti: «L’anno 1690 è stato messo suso l’altar di Sant’Antonio abbate, fatto dal nobile signor Bortolamio Marchenti di preda viva; fatto dal signor Prospero Schiavi tagliapietra et fu finito il di 4 febraro dell’anno suddetto». Il tenore della relazione della visita pastorale del 1707 è infatti di ben altro tenore rispetto alle precedenti: Altare Sancti Antonii Abbatis cum portatili pariter ex marmore aedificatum de ratione nobili domini Bartholomei de Marchentis, a quo de omnibus manuntenetur, et celebratur in eo ex devotione.

 

Il dipinto allora posto nell’ancona doveva essere il Sant’Antonio abate di Antonio Ceffis ricordato da Giovanni Battista Lanceni nel 1720. In quel periodo l’altare fu acquistato - come registra puntualmente la visita del 1763 - dalla nobile famiglia Marioni, che possedeva almeno dalla metà del Seicento, nella stessa chiesa, anche l’altare di Sant’Antonio da Padova: Altare Sancti Antonii abatis marmoreum cum portatile, et icona de ratione nobili domini comitis Marioni ab ipso manutentum; in quo celebratur ex devotione, ossia famiglia.

 

In seguito alla costruzione della nuova chiesa su disegno dell’architetto don Leonardo Manzatti, tra il 1819 e il 1825, ebbe avvio un ulteriore processo di rinnovamento dell’arredo interno che interessò anche gli altari, che furono spostati ed abbelliti o – come nel caso dei due della famiglia Marioni – costruiti ex novo secondo i canoni estetici del gusto neoclassico. Nel registro intitolato Amministrazione risguardante la fabbrica della nuova Chiesa Parrochiale di Marcelise è annotata, alla data del 12 dicembre 1822,  un’entrata di 397,10 lire abusive per spese sostenute «Dal signor conte Cesare Marioni per trasporto e rifacimento dell’altare di S. Antonio».

 

Secondo la scheda redatta per l’inventario dei beni monumentali della parrocchiale di Marcellise, dopo il 1834 sull’altare venne posta l’Annunciazione che ora vediamo, copia «forse degli inizi dell’Ottocento» dall’originale di Marcello Venusti che si trova in San Giovanni in Laterano. Il quadro, di proprietà della famiglia Orti, avrebbe fatto parte di un altare eretto dai medesimi Orti nella chiesa di Santa Maria della Neve. Dopo la soppressione della chiesa in età napoleonica e la demolizione dell’edificio il dipinto sarebbe passato prima nella chiesa di San Tommaso Cantuariense, poi agli Orti e infine sull’altare di Sant’ Antonio nella parrocchiale di Marcellise.

 

Anni Trenta dell’Ottocento: un arco di tempo che “torna” alla perfezione. Sono gli anni del grande fervore che vede impegnati il parroco don Iacopo Dal Palù e il pittore Giovanni Battista Caliari nello straordinario programma di arredo pittorico della parrocchiale che in un ventennio (1829-1850) fruttò alla nostra chiesa ben 13 quadri.

 

L'Annunciazione. Foto -  Roberto Alloro.

 

L’ambientazione della Annunciazione è la camera da letto di una sontuosa dimora patrizia in cui spicca in secondo piano un opulento letto a cortine. L’arcangelo Gabriele incede da destra in diagonale e annuncia a Maria la gravidanza per opera dello Spirito Santo indicandole il ventre con l’indice del braccio destro teso. La giovane, con il gomito destro appoggiato ad un mobile-leggìo, rende manifesta la disponibilità ad accogliere la volontà divina allargando le braccia e chinando lo sguardo verso l’Incarnazione che si compie. Lo Spirito Santo è presente in alto sotto forma di colomba circondata da angeli. L’originale, dipinto nel 1555, è opera di Marcello Venusti (Mazzo di Valtellina, 1510 Roma, 15 ottobre 1579) e si trova nella Sacrestia Vecchia o dei Beneficiati della Basilica di San Giovanni in Laterano.

 

Ad un certo punto qualcuno fece una copia di questo dipinto per un altare della chiesa veronese di Santa Maria della Neve, detta anche Santa Maria della Giustizia o Santa Maria della Disciplina, di proprietà di una confraternita laicale di origine trecentesca denominata anche Scuola o Collegio dei Disciplinati che si dedicava alla cura degli infermi e dei pellegrini e dava assistenza spirituale ai condannati a morte. Chi fu l’autore della copia? E in quali anni la dipinse? Certezze non ne abbiamo. Quanto alla datazione, la scheda della Soprintendenza del 1943 lascia aperta la possibilità che si tratti di opera forse più antica dell’inizio del secolo XIX ipotizzata nella scheda più recente.

 

Viaggiamo a ritroso nel tempo tra le notizie che ci sono note iniziando da Saverio Dalla Rosa, che nella Parte Seconda (1804) del  suo Catastico delle pitture e scolture esistenti nelle chiese e luoghi pubblici di Verona scrive a proposito della chiesa di Santa Maria della Neve: sull’altare laterale a sinistra «La Vergine annunziata dall’Angelo, bella copia tratta da un originale di Raffaele d’Urbino, e fatta forse dall’Orbetto». Il quadro si trovava lì già nel secolo precedente, come confermano Giambattista Biancolini nel suo Notizie storiche delle chiese di Verona pubblicato nel 1750 («La Vergine Annunziata nel seguente altare si tiene per una copia tratta dall’originale di Raffaello») e, prima di lui, Bartolomeo Dal Pozzo, che lo cita nel suo Vite de’ Pittori, degli Scultori, et Architetti Veronesi pubblicato nel 1718: «In Santa Maria della Neve detta Santa Maria della Giustizia. L’anno 1641 fù questa Chiesa rinovata, e poi nel 1641 vi furono poste le seguenti pitture (…) Al primo Altare del lato sinistro l’Annonciata tratta dall’Originale di Raffaello d’Urbino dal Caravaggio, mentre era studente in Roma». E allora la nostra copia daterebbe alla metà del Seicento. E per quanto riguarda l’autore? «l’Annunciazione della Disciplina non è certo Raffaello», scrive Sergio Marinelli nel 1996 nel saggio introduttivo all’edizione del Catastico di Dalla Rosa. Eppure, questa era l’attribuzione agli inizi dell’Ottocento e forse fu proprio il gradimento dell’epoca per l’opera del Sanzio a determinare la posizione di assoluto rilievo (al 5° posto su 60) dato all’incisione dell’Annunciazione di «Raffael Sancio esistente in Verona nella Disciplina» nella Raccolta di n. 60 stampe delle più celebri pitture di Verona delineate e incise da Gaetano Zancon.

 

Gaetano Zancon, disegni e incisioni.

 

Nell’indice delle tavole premesso all’edizione dell’opera a cura di Eugenio Morando di Custoza (1991) leggiamo al n. 5: «L’Annunciazione di Raffaello SANZIO, già nella Chiesa della Disciplina in Verona, oggi dispersa». Una notizia che possiamo smentire. Dopo la soppressione, l’edificio ubicato in Via Disciplina (ora Via Carducci, a Veronetta) venne demanializzato nel 1810 e usato come magazzino. L’Annunciazione creduta di Raffaello giunse (o tornò) in mano agli Orti e quindi nella parrocchiale di Marcellise, sull’altare di Sant’Antonio Abate (ma rimane ancora da chiarire per quale motivo la pala, di proprietà Orti, sia stata collocata sull’altare della famiglia Marioni). L’Inventario del 1877 recita: «Pala dell’Annunziata, creduta di Rafaelo, più comunemente di Polidoro da Caravaggio, di proprietà della famiglia Orti» e introduce per la prima volta l’attribuzione a Polidoro Caldara, detto Polidoro da Caravaggio (Caravaggio, 1499/1500 circa – Messina, 1543 circa) in seguito ripresa dal Simeoni (1909) e dallo Stegagno (1928) ma non dagli studiosi più recenti.

 

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<<La scheda è stata pubblicata su Qui San Martino: bollettino delle parrocchie di San Martino Vescovo, Cristo Risorto, Marcellise e Mambrotta, n. 233, anno XXXXIV, settembre 2009, pp. 14-15>>. 

 

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