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 Una Lettera Per la Marchesa Matilde?

 

 

di Paolo Tricario (consulenza storica: Sergio Spiazzi)

 

Fine maggio 1825.

 

Sul ponte sopra il Fibbio i cavalli annusarono un attimo l'odore serpicante delle grecce verdastre, poi eseguendo un rituale conosciuto, piegarono a sinistra: le sbarre di legno si aprirono e la carrozza infilò uno stretto vicolo che inerpicandosi a volte rapide, saliva verso la Scaletta, più oltre si allargava in terra battuta piegando a mezzogiorno e compiendo un mezzo arco: il parco splendido della Musella si apriva alle soglie del tramonto!

 

Dentro la carrozza la mano sottile di Matilde scostò sospirando le tendine e permise che lo sguardo scivolasse sulle cime dei cipressi che lungo il viale aduggiavano il rubino del meriggio inoltrato: la luce serotina le colmò soffusa i grandi occhi umidi dove ristagnava un non so che di oscuro, di tristo, di buco nero: schiumò nei lunghi capelli neri un sospiro che finì per scacciare oltre il tedio e il malanimo di un pomeriggio lungo fino alla consunzione, pomeriggio da testamento, da muffa agra notarile, da uggia biascicata contro notai e codicilli: e lui non c'era!

E mentre il crepuscolo ormai azzurro spingeva la carrozza verso l'antica tenuta delle Colombare e un fiato appena di orgoglio, un tremito di impercettibile vanità tremava nel sorriso fuggitivo dei suoi 22 anni vergini (era, ed era stata per anni la fanciulla a cui inutilmente, ahimè indarno per tutti, avevano proteso suppliche d'amore e istanze di matrimonio i più illustri rampolli veronesi: no, piuttosto fare pesciolini d'oro per tutta la vita!) Matilde sognò di essere quello che in realtà era: l'ultima discendente di una nobile famiglia vecchia di sei secoli!

 

Generazioni e generazioni che sfumavano, si perdevano dietro nel tempo, cioé nell'oblio. Lei non amava la storia, lei non aveva nessun diritto e nessuna recriminazione sul passato, lei i nomi e gli antenati li ciondolava lenta nella fantasia e poi li faceva scoppiare, per aria come bollicine... Matilde ricordava ancora con un brivido di disdegnosa ripulsa i lunghi interminabili pomeriggi quando lo zio marchese Giò Francesco la portava (oh, privilegio raro, rarissimo per una bambina!) nelle sale scure e silenziose della biblioteca capitolare a ripetere perduti nomi, impossibili manoscritti, tiritere araldiche...: ruggine pioveva dagli scaffali, dai libroni, dalle pergamene e dalle parole dello zio pateticamente teso a impartirle i rudimenti del tempo e della famiglia: "ricordati che in queste sale, in questo tempio unico della cultura veronese lavorarono i tuoi antenati, fino a tuo zio Don Giuseppe, arciprete della Cattedrale nel 1764 e poi Prefetto della capitolare e celebre per la sua passione per lo studio, pensa che scrisse 75 volumi degli Acta Ecclesiae Veronensis ab anno DXXIII ad annum MDCCLXX, minuziosa raccolta di iscrizioni, bolle pontificie, epistole, decreti vescovili e corredata da dieci volumi di indici...

 

Ricordati Matilde: sarai marchesa... Marchesa Muselli, famiglia antichissima in Verona. Vedi questo manoscritto, pergamena autografa del 1520, esso comprova che fin dal 1279 i Muselli diedero alla città un giudice di nome Irecco. Poi la famiglia si trasferì a Torri del Benaco, dove possedeva larghe proprietà, si ignora se mandata in esilio oppure se esiliatasi spontaneamente per contrasti con gli Scaligeri. Rimase sul lago fino alla metà del secolo XV, quando, nel 1458, un Joannis filii Antonii dicdti Muselli del Turri ottenne la cittadinanza veronese: i suoi nipoti vennero aggregati al nobile Consiglio, ebbero il titolo di "marchesi" ed altri onori.. Vedi: c'è scritto qui..."

Matilde restava ad ascoltare: leggera la sua testolina sfrangiava di vuoto la cantilena ossessiva di nomi e personaggi e storie. Di tutto il peso del passato, rimaneva appena un fruscio di pagine ingiallite, pronte a sfaldarsi inghiottite dall'azzurro che a lembi erompeva dietro il campanile del Duomo, oltre lo scorrere silenzioso dell'Adige: Matilde si scosse, riprese in faccia il suo presente, diede ordine alla carrozza di arrestarsi: prima di scendere, si sfiorò all'indietro i lunghi leggendari suoi capelli neri! (Ancora molti anni dopo l'Imperatrice Sissi li complimentò in pubblico, durante la festa in cui a Palazzo Canossa venne nominata dama di corte imperiale, peccato che di fianco l'imperatore Francesco Giuseppe guardasse distratto un lampadario di cristallo: ma ormai era tardi, tardi per tutto: anche per un semplice sguardo di ammirazione!)Matilde scese davanti all'ingresso principale, posto a sud rispetto al corpo centrale della Villa (c'era un altro ingresso, più antico, ad est, ma in fondo questa era la prima volta che entrava formalmente da "padrona" e volle rispettare l'uso nobile!). Alla base dei robusti pilastri del cancello, si riusciva ancora a decifrare le due cortesi iscrizioni latine: "Ospite, questa è la legge del luogo: le cose che qui appaiono, non all'ozio e allo spasso, ma all'uso tuo e della tua famiglia sono destinate". "Questo subito, prima che tu entri, hanno voluto farti sapere Giacomo e Paolo fratelli Muselli".

Matilde sapeva che le iscrizioni poste nel 1709 concludevano il progetto di trasformazione della antica corte rurale delle Colombare in villa (legato alla possibilità di ottenere la concessione dell'acqua delle sorgenti poste nel vaio della Vargiana di Castagné), progetto iniziato il 23 ottobre 1655 da parte degli illustrissimi nobili suoi antenati Cristoforo e Giò Francesco, primi marchesi della Tenuta Musella.

Essi, prima di iniziare l'opera di ristrutturazione, avevano edificato contigua al fabbricato una chiesetta dedicata a S. Antonio di Padova: perché la famiglia nei secoli di due cose non si era mai dimenticata: della Chiesa e dei libri!

Ma ormai il tempo indecoroso slabbrava le cose e le statue e la pietra dei muri. E la Villa, compreso il suo giardino esterno, esibiva nel 1800 inoltrato suppliche inderogabili di restauri.

 

Matilde si ripromise di metterci mano: di essere ricordata, di porre un'iscrizione, questa volta lei donna, a celebrare un restauro radicale, a memoria dei posteri, di chi nei secoli venturi dal territorio sanmartinese avesse alzato gli occhi alla collina..: doveva diventare la "sua" villa! Ma ebbe un brivido di rifiuto pensando al tempo, ai secoli che sfilavano, dietro e davanti i suoi vent'anni: sottile il suo corpo ondeggiò di fronte al ninfeo del Belvedere e in quel momento, mentre da qualche parte venivano su i rintocchi dell'Angelus, presentì che la sua leggerezza di donna male s'incastrava con restauri crepe e commiati: e in ogni caso i sogni d'amore non si possono restaurare!

 

Immagine dall'alto della Villa Musella.

 

Matilde camminava lungo il brolo di cinta del giardino: meno di duecento metri la separavano dalla facciata sud, adesso nascosta e pensava Matilde, pensava alla sfilata di stanze vuote, agli interminabili echi di una casa forse troppo grande e troppo deserta per viverci: ci fosse lui, a dividere riempire soddisfare il pieno dell'esistenza! (Una volta le stanze risuonavano d'estate di urla e strepiti di giochi e risate di bambine che correvano fuori dalle balie..: i suoi cari genitori, le sue adorate sorelle, l'infanzia senza solitudini!

Di tanto era rimasto così poco... tra morti e separazioni e matrimoni: di tanto nel presente un desiderio d'amore negato! Chissà perché la sorprese un moto di calore, di affetto profondo verso il ricordo sbiadito della sorellina Vittoria, morta piccolina ancora, quando lei aveva sette anni, e tutti dicevano che erano proprio uguali, sembravano due gocce d'acqua... e lei, la Vittorina, non aveva di certo avuto fortuna nella vita..!). Salì la scalinata posta all'angolo sud-ovest del fabbricato quadrangolare della villa, sul fianco sinistro adesso aveva vicinissima la parete esterna dell'oratorio di S. Antonio con il suo svelto campanile romanico, più in là si ergevano ancora le pesanti "colombare" agli angoli opposti nord e est, di fronte, distante cento metri in linea d'aria, la veduta della splendida voliera, gioiello architettonico rinascimentale della villa, forse eseguita su disegni originari del grande Sanmicheli: quella non si tocca, comunque, ripeté a voce bassa Matilde, ma ormai il sottile compiacimento di fronte alla proprietà e alle sue bellezze era del tutto svanito, e fu con lo sguardo vinto e un poco assente che ridiscese gli scalini per trovarsi davanti all'arco di ingresso, oltrepassò l'androne e fu all'interno del cortile, tutto circondato di portici: lì, presso il pozzo centrale, la aspettavano festosi servi e domestiche. La sorella amata, la fedele Eleonora (di un anno più vecchia e già sposata al conte Carlo di Canossa) le corse incontro abbracciandola ridente e curiosa: "Bentornata, Matilde, raccontami di oggi: com'è andata al Testamento?"

"Un tedio: c'era una pletora di avvocati e di notai, perfino un funzionario asburgico che non capiva nulla. Ma stava lì, nello studio, come tutti: a sentire la lettura interminabile... della nostra famiglia. E di beni e proprietà sconosciute. All'inizio un notaio ha fatto la storia del primo testamento, quello di papà: ha ricordato il suo primo matrimonio con la contessa Teresa Orti, la nascita della prima figlia, Teresa, andata sposa a Milano a Giulio Saibante. Poi il secondo matrimonio, dopo la morte della moglie nel 1799, con la nobile Massimilla Giona, le altre tre figlie, la mia nascita!

 

Insomma non la finiva più... E poi il "passaggio" del testamento, dopo la morte di nostro padre nel 1813, allo zio Giò Francesco: la sua morte un mese fa.."

 

"Basta, basta" la interruppe vivace Eleonora "raccontami chi c'era. Oltre a mio marito..."

"Hai fatto bene a rimanere in Villa, C'era un mucchio di gente. E tutti mi facevano ostentati complimenti. Per i miei diritti sulla Villa, sanciti da precise volontà testamentarie. C'era perfino nostra zia Suor Matilde (chissà se il mio nome è in suo onore?), che è così vecchia che non capisce più niente, e l'han portata fuori dal convento perché anche adesso, ottuagenaria e monaca, lei non si dimentica del suo "illustrissimo" casato!  Povera zia... C'erano tutti: solo lui non c'era..." finì con un sospiro Matilde.

Allora la sorella le strinse un attimo il braccio, chiedendole: "E dimmi: c'erano novità, cose strane nel testamento?"

"No, non mi sembra: la proprietà della famiglia è stata divisa sostanzialmente secondo attese comuni. Solo un codicillo finale, aggiunto di propria mano dallo zio, ha sorpreso me, e anche i presenti: il museo delle antichità, con relativa collezione di medaglie e reperti romani, andrà al conte Momolin Orti. Ma la cosa più strana è che "lui" viene chiamato "futuro nipote": capisci, Eleonora? Tutto questo è impossibile. E' assurdo. Lui non mi vuole, lui non mi chiede: capisci, Eleonora? Lui non mi ama..."

 

Eleonora interruppe l'amarezza di Matilde: "E' stato qui, oggi" "Chi è stato qui?" "Lui: il conte Momolin Orti Manara. Sapeva che non ti avrebbe trovata. Ma ha lasciato questa lettera, questa lettera per te".

 

Matilde l'afferrò eccitata sorpresa sconcertata: quasi la soffocò nel pugno stretto e volò felice su per le scale, sperando...

 

 

Noi, che abbiamo solo un poco sbirciato, possiamo anticipare le ultime righe della lettera.."..E le tue mani dormono, bianche, in grembo. Reggono la mia vita come una spola d'argento. Ti prego, sciogline il filo: sposami!"

Ma resta da chiederci: chi era questo Momolin Orti Manara? E si sposarono felici? Mah: comunque leggete la prossima storia!

 

... A memoria d'uomo - e con il sigillo della cronaca - fu il più bello, il più fastoso, il più amoroso dei matrimoni. A Verona, a S. Martino e ovunque si avessero care le ragioni del casato e del desiderio: felice congiunzione! Le carrozze degli invitati giravano alla stanga, in un tripudio di luci e candele e luminarie. Dopo circa due chilometri si apriva sulla sinistra il lungo viale alberato, e schiarito a giorno, che solennizzava l'accesso a Villa Terreno, dimora illustre dei nobili proprietari Orti-Manara. Al culmine della doppia scalinata d'entrata, davanti al portone con arco a tutto sesto in leggero bugnato (vi brillava elegantissimo lo stemma della famiglia: un'ascia sotto un muro merlato, simbolo dei Manara, e una piantina di bosso in un vaso, simbolo degli Orti), il conte Momolin con accanto la sposa Matilde Muselli accoglieva gli ospiti benvenuti in quella fredda ma chiara serata di metà gennaio del 1826: lui aveva 29 anni, lei 23 e insieme i loro volti ridevano, mentre dalla Musella scoppiavano i fuochi d'artificio ad illuminare il paese più felice del mondo!

 

Matilde Muselli: senza rimpianti...

 

Cos'è la felicità? Pensa la marchesa Matilde, mentre la sua carrozza sale per l'ultima volta il Viale dei cipressi, verso la Musella. E' un pomeriggio grigio di fine febbraio del 1862, e Matilde ha sessant'anni e ormai pochi pensieri. Lei ha quasi finito. Di quello che le restava da adempiere, ha fatto e finalmente concluso.

E' dall'estate dell'anno prima, il 1861, che la tenuta è andata all'asta: il banchiere Luigi Trezza era lì, pronto da tempo ad ingoiarsela. Insieme ad altre proprietà minori confinanti, come il Drago e le Ferrazze.

Da allora mesi di pratiche, di cavilli di successione, di firme sospese. E oggi alfine lo strazio giuridico è finito, finito per sempre: lei, Matilde Muselli, vedova Orti Manara, ultima discendente di una famiglia vecchia di sei secoli, ha messo l'ultimo sigillo: ha venduto tutto, adesso proprio non possiede più nulla. Però i debiti sono pagati... sussurra Matilde, straccetto povero di povere ossa rotte, e di consumato orgoglio e di resti di memoria infranta: bisogna non aver rimpianti! Neppure della casa e delle proprietà perdute (il signor Trezza dai tempi dell'Asta, le ha cortesemente permesso il soggiorno nella villa, vita natural durante...: tanto tutti sanno che lei è malata, che il suo corpo quasi non esiste, che il suo respiro è franto, come la pausa che ci separa dal resto e dall'altro. Da tutto quanto!

 

Poco, poco le resta da vivere. Lascerà ben presto libera la sua stanza in quella villa dove già fervono i lavori generali di ristrutturazione e di riedificazione sotto la guida dell'architetto Giacomo Franco, un tipo discutibile e bizzarro che intende mescolare e sovrapporre tutti gli stili possibili, in un eterogeneo anche se appariscente revival dell'antico: non erano esattamente questi i progetti, le "forme" di restauro accarezzati una volta dalla fantasia di Matilde!) Neppure del sorriso di lui perduto, stampato una volta dentro gli occhi neri e guizzanti come torcia e frusta: intelligente, il contino Momolin, troppo intelligente, e inquieto fino al tedio! (difficilmente un tipo del genere poteva accorgersi degli sfaceli che attorno a lui crostavano le esistenze altrui, neanche se il mondo fosse crollato nel frastuono...: ma Matilde per tutta la vita, non fece mai strepito, non si fece quasi sentire, soprattutto non gli chiese mai nulla!).

 

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Girolamo, detto Momolin, figlio secondogenito del conte Agostino Orti Manara, era un uomo da romanzo ottocentesco, più Flaubert che Stendhal: nobile veronese dalla faccia in Gemelli poliedrica. metà erudito e metà bellimbusto, metà italiano e metà asburgico, metà ridanciano e metà politico di gran staffa. Veniva da una famiglia illustre e composta, la cui proprietà delle terre circostanti il Teren data dal 1549, anno in cui il conte Manara acquista da un certo Darzo i primi campi. Da allora i beni della villa andarono sempre più accrescendosi, in concomitanza con quelli della vicina casata degli Orti. Nel 1683, in seguito al matrimonio tra Vittoria Manara e Licurgo Orti i possessi delle due casate si riunirono formando il grande, potente feudo degli Orti Manara, del quale fecero parte la villa ora Zamboni, e la Terreno. Si avrà un'idea dell'estensione del feudo dicendo che vicino alla colombara dell'attuale palazzo della villa Manara si trovava una torre confinaria alla quale corrispondeva una seconda,degli Orti, a monte e a quest'ultima faceva riscontro una terza torre, vicino al Busolo del Vago. La rifeudalizzazione, l'assorbimento delle proprietà Manara e la cura dei nobili Orti fecero in modo che alla morte di Agostino, avvenuta nell'anno del disgraziato Trattato di Campoformio, la proprietà, divisa tra i figli Giovanbattista e Girolamo - che allora aveva solo un anno - constasse di quasi 2500 campi, dei quali 700 a Marcellise; altre possessioni erano nella Lessinia, a Lavagno, nella Bassa Veronese, come risulta anche dai bandi di caccia conservati nel palazzo. Le forti rendite della villa negli anni 1789-1794 sono documentate da un diario tenuto scrupolosamente da Agostino, dove, oltre alle curiosità quotidiane gustosamente descritte, vi figurano calcoli finanziari, note amministrative, lavori eseguiti e succinte esplicazioni di introiti derivanti dalle proprietà.

 

La facciata ovest, detta degli "Imperatori"

 

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A perpetuare e fruttificare lo spirito pignolo e massaro del padre ci pensò il figlio primogenito Giovanbattista, che riuscì ad incrementare nell'800 la proprietà e a ristrutturare-abbellire la Villa Terreno, mentre Girolamo Momolin fu per sempre contadino ed economo: amante prodigo delle cose belle e antiche, erudito archeologo e lussuoso "dilettante" della cultura classica, si impegnò a catalogare a vent'anni il patrimonio artistico della famiglia (per dimostrare forse che poteva reggere il confronto con la famosa pinacoteca che i Muselli avevano collezionato nel corso del Seicento e che comprendeva quadri del Veronese e del Tiziano, del Parmigianino e del Giorgione?).

Agli ospiti un poco assonnati - una volta alla stessa Matilde, allora appena quindicenne, ma già del tutto catturata dal suo fascino versatile - esibiva con orgoglio da aristocratico e intellettuale assai poco romantico i nuovi "gioielli" d'arte in mezzo a una vera dovizia di stampe e collezioni e monete rare e preziose: una Madonna del Torelli, un disegno di Francesco Bibbiena, un disegno della "Madonna del prato" del sommo Raffaello del 1509, cinque affreschi del porta, un magnifico crocifisso in legno del Brustolon del '600, due sculture pregevoli di Gaetano Cignaroli.

 

Quando sposò Matilde in obbedienza ad un tacito patto fra famiglie e secondo un moto di istintivo e candido affetto protettivo (ma lei -Matilde- di suo ci mise il cuore, a disposizione e in silenzio per trent'anni!), Girolamo era un ricco nobile intelligentemente al centro della vita pubblica veronese: fu ad esempio per anni il principale animatore e restauratore del carnevale scaligero dopo le proibizioni napoleoniche, fu più volte Podestà di Verona, applaudito dagli austriaci e anche dalle forze liberali, fu scrittore e benemerito donatore al Museo Lapidario di monete e iscrizioni e lapidi romane.

 

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Quando morì, nel 1858, lasciò la moglie senza un figlio, senza una lira, senza un futuro: Matilde sommersa dai debiti si ritrovò a far i conti con un "vuoto" da cui stillavano solo sperperi e mancate promesse! Da allora, per quasi tre lunghi interminabili anni, era invecchiata e stremata a forza di calmare folle di creditori avari, e colmare voragini di bilancio domestico che si aprivano a destra e a manca: vendette pezzo dopo pezzo i suoi beni e le sue proprietà, fino alla Villa Musella, la vecchia dimora simbolo della sua famiglia. Per sè ritenne un residuo di forza e di dignità per morire senza dover niente a nessuno.  

 

 

Paolo Tricarico

(consulenza storica: Sergio Spiazzi)