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Falezza Giuseppe (Bepi). Scultore.

 

La casa di Bepi Falezza, in Via XX Settembre, è in un certo senso, come il suo proprietario.

 

E’ di colore rosa “salmone”, una fascia blu cobalto, ora rosa stinto, interrotta da ingenui riquadri di fiori, intervalla le finestre del sottotetto, lo stemma di San Martino in ferro battuto sta al centro della facciata: il segnapiano è costituito da una stretta striscia grigiastra che gira tutto intorno alla casa. Se questo risultato, che sembra ingenuo, ce lo facciamo descrivere da lui ci accorgiamo che niente è stato lasciato al caso.

 

I fiori con il loro sfondo: sono i fiori che stanno sparendo dalle nostre montagne. I disegni, .. “li ho fatti io, ma avevo paura de sporcar tuto”..,  li ha eseguiti un amico decoratore di chiese, molto bravo”.

 

Il San Martino. “E’ l’ultimo lavoro in ferro che ho potuto fare dopo che mi ero fatto male al braccio destro, quello che adopera il martello”. “Quella striscia amorfa è così perché non me l’hanno fatta fare della tinta che sentivo io”.

 

Vedete quanti segni ci comunica la facciata della sua casa? Bepi non tace mai quello che sente e pensa, sta a noi capirlo.

 

Ci viene incontro: ha una bella testa di capelli bianchi, un viso quasi liscio, il sorriso è la sola causa delle rughe di espressione. Gli occhi sono sereni, con l’espressione di ingenuità che solo una grande saggezza può conferire. Il fisico agile e asciutto ci dice che è un uomo che non sa stare in ozio, mai.

 

Bepi è nato a Lavagno, il papà faceva il camionista, la mamma era casalinga, erano in tre fratelli. Nessuno, nemmeno tra i lontani parenti, ha mai mostrato talento artistico.

La giornata del  ragazzino si svolgeva tra la scuola elementare, la mattina; il lavoro, il pomeriggio: “ Era in tempo di guerra, avevo dieci anni, facevo il guardiano di mucche, mi pagavano con un litro di latte al giorno. Appena potevo disegnavo. Non ero bravo, ce n’erano di più bravi di me , ma io mi sforzavo perché mi piaceva disegnare”.

 

Nel 1946 la famiglia si trasferisce a San Martino. E’ un periodo in cui c’è ancora molta disoccupazione ma,  in  paese, il sindaco Molon, che ha in mente di dare inizio alla zona industriale, pensa di mettere i giovani concittadini in condizione di essere subito assorbiti dal mondo del lavoro. Per ottenere ciò fonda una scuola professionale serale che specializzi i ragazzi  specialmente in campo meccanico.

 

Un gruppo di suoi amici lo aiuta insegnando, probabilmente, a titolo gratuito.

La scuola si trovava dove attualmente c’è la sede della Biblioteca, ma per anni si è potuta leggere la scritta sbiadita “Istituto di avviamento….”

Le classi erano composte di ragazzi di tutte le età.

 

Bepi fa tre anni in uno e ottiene il diploma sostenendo l’esame nella Scuola pubblica “Paolo Caliari”. Intanto aveva cominciato a fare il “piccolo di meccanico” in una officina che aveva il capannone dove ora si trova un’esposizione di motociclette.

 

Nei primi anni del dopoguerra quando i residuati bellici: motociclette, macchine, venivano aggiustati o riassemblati fortunosamente per essere usati, c’era lavoro, poi, con l’arrivo di veicoli nuovi, l’officina è fallita e Bepi è entrato in fonderia dove è rimasto fino alla pensione.

“Continuavo intanto a disegnare. Il lavoro sotto padrone era pesante: fai questo, fai quello. Io per riuscire a sentirmi un po’ libero ho cominciato a servirmi di un nuovo mezzo espressivo: il rame sbalzato. Ho visto un amico che stava facendo un lavoretto e mi sono bastati cinque minuti per imparare. Ho subito capito che avevo trovato la mia strada. Ho abbandonato il mio primo hobby: l’aereomodellismo per lavorare questo rame. Un po’ alla volta in paese hanno cominciato a conoscermi.

 

Allora andava di moda decorare con pannelli sbalzati i banconi di bar , un mio amico mi ha presentato a un suo zio che li fabbricava e questo un po’ alla volta per me è diventato un secondo lavoro. Purtroppo dovevo solo copiare i disegni che mi portava il cliente, io di nuovo, non mi sono sentito più libero. Mi comandava il padrone, mi comandava il cliente, ero ancora uno “schiavo”.

 

Guadagnavo a sufficienza per vivere, non avevo bisogno di soldi in più, ma di …respirare. Per smettere ho dovuto litigare con mio papà. Lui diceva “Adesso che te ghe imparà, che te guadagni ben,  molito tuto?”  Go dito:” Fasso quel che me piase, se vendo: mejo, se no me tegno le me robe , che me va ben anca così.”

 

Mi sono costruito una forgia che ho messo in corte e sono passato ai lavori in ferro.

I primi soggetti erano presi dalla storia di Roma l’avevo studiata alle elementari  mi aveva colpito. Mi è rimasto un “Brenno e Camillo”. Poi mi sono ispirato all’inquinamento, poi ho fatto “I mestieri”, quelli li ho ripresi anche lavorando il legno.

 

In seguito sono passato a opere in cui delle figurine umane sono immerse nella natura: mostra presso la Galleria d’Arte Dante (Vr) 24 Aprile-9 Maggio 1970 (la tempesta).

 

Nella mostra seguente, nella stessa Galleria, un anno dopo, avevo cambiato stile era un “disegno a massa”, una specie di bassorilievo : “il ciclo della vita” (il pensatore), piccoli studi di nudo, San Giorgio e il drago, Ultimo giorno, (Velocità).

 

Poco dopo ho abbandonato questa tecnica per sempre. Ho sentito il bisogno di fare lavori che non fossero tutti levigati, di lasciare sempre particolari che dovessero essere completati dagli occhi degli spettatori.

 

Nel 1974 nuova esposizione presso la Galleria d’Arte “Gio” (Vr) 13-24 Gennaio, nuovo stile ancora. Scrive il critico Umberto G. Tessari “Dalle iniziali imitazioni naturalistiche … Falezza è pervenuto a successivi impegni di sintesi….Forme sempre più essenziali, fino a rasentare valori simbolici….destinate a filtrare in un clima di varia aspirazione, talora garbatamente ironica, talora decisamente contestatrice o propria di una denuncia sociale; un’arte in cui l’uomo si mette dalla parte del protagonista di vicende perfettamente rispecchiatisi nel clima ambiguo e corruttibile del mondo contemporaneo”:

 

- la lussuria

- supplizio

- L'ultimo Giorno

- Conversazione

- San Giorgio

- Donna con anfora

- La massaia.

 

Del periodo del ferro battuto all’autore non è rimasto quasi niente .

 Sue opere si trovano ad Oslo, Bonn, Parigi, Bari, Milano, Roma, Verona, naturalmente a San Martino.

 

Ha donato il crocefisso a vari nostri sacerdoti, ha fatto un “Adamo ed Eva” per il coperchio del fonte battesimale di Costeggiola.

“Non è che ci abbia guadagnato dalle mie vendite, mi bastava rientrare nelle spese: la carbonella, il ferro, la paga oraria e basta.

 

Tra la fine degli anni 60 e il 70 ho frequentato il triennio serale dell’Accademia Cignaroli seguendo il corso sulla figura umana. Non mi piaceva copiare un corpo dalle fotografie, volevo imparare, fare da me. Anche adesso (e ne vedremo i risultati) quando me ne vado in giro, per riprodurre quello che vedo, mi porto dietro un taccuino.

            Ho lavorato il ferro fino all’incidente: io amo la bicicletta e, durante un’escursione, sono caduto banalmente, la diagnosi è stata fatta male, sono stato curato in modo sbagliato. Non appena adoperavo il martello soffrivo dolori lancinanti. Il nervo responsabile del movimento del braccio si infiammava , non c’era possibilità di guarire.

 

Ho terminato, soffrendo, il “San Martino” che c’è sulla facciata ed ho chiuso.

Nella mia vita ci sono sempre state coincidenze che sono state determinanti per le mie scelte importanti.

Non potevo restare senza far niente, un caro amico: Ugo Tonello mi ha prestato un libro in cui si parlava della tecnica delle acqueforti e acquetinte, mi sono appassionato a questa tecnica e l’ho imparata.

 

Da allora, quando vado in giro in bicicletta faccio degli schizzi a china di quello che vedo e poi li rifinisco a casa.”

 

1998: 

- La scaletta

- La moja ponte del Cristo

- La pontaretta

 

 

1999:

- La rotonda

- Centagnano

- Campalto, la Chiesa

- Marcellise, Il Balcone

- Marcellise, villa Melanotte

 

Ci sono più di 20 di questi volumetti con 10 disegni ciascuno. Le immagini da noi riprodotte danno il valore dell’opera).

 

“ I disegni che mi interessano di più li riproduco su lastra, ne faccio cinque prove di autore, per me.” Nell’archivio Bepi conserva quasi 300 di questi pezzi.

 

 “E’ un lavoro che faccio d’inverno, quando lavorare il legno produrrebbe polveri fastidiose. Ma come ho detto non mi interessa vendere. Quando non ci sarò più i miei nipoti ne faranno quello che vogliono”.

 

Il richiamo della scultura è però troppo forte e Bepi si mette a scolpire il legno.

All’inizio riprende il filone dei mestieri (Buttero) poi, torna al tema che lo ispirava nell’esposizione della Galleria “Gio”: l’uomo con la sofferenza che si procura, subisce o  impone, i deboli che sono l’ultimo anello della nostra società:

 

- Sarno

- solidarietà  

- la fuga

- la giustizia.

 

Ogni opera ha un tratto scabro ed essenziale, deve essere assorbita lentamente per cogliere tutti i particolari che suggerisce, Bepi, come ho già detto non lascia niente al caso, non c’è un colpo di scalpello che sia “buttato là”. Lui non è l’artista che vive in un suo mondo, è immerso in questa società: si appassiona, si indigna, partecipa; ma uomo di opere e non di chiacchere si esprime con le sue sculture.

 

Il nostro Comune ha voluto una sua opera da donare alla cittadina di Voitsberg con cui siamo gemellati.

 

Come procede nel suo lavoro? Da quando lo colpisce l’ispirazione, al momento della sua esecuzione dell’opera, passa sempre del tempo: ci pensa , discute con se stesso. Alla fine, improvvisamente, la scultura fluisce limpida dalle sue mani.

Il suo legno preferito sarebbe il cirmolo, ma: “In alto Adige se lo tengono caro”, poi c’è l’olivo, anche lui raro, il tiglio di montagna, il noce.

 

Nei periodi in cui l’ispirazione “dorme” lavora alle acqueforti e al suo presepe che ha esposto anche ad Assisi in Santa Maria degli Angeli e costruisce automi che vanno a popolarlo (automi: progetto dell'arrotino ; taglialegna). 

 

Andate a trovarlo, gli farete piacere.

 

Scrive Piero Piazzola in “Qui San Martino” dicembre 1966: “Bepi Falezza oltre che artista piacevole, è anche interlocutore squisito e scultore sereno che vuol educare e che lascia trapelare nelle sue opere l’autenticità di un animo religioso e di un uomo rispettoso del suo simile e del suo ambiente.

 

Giugno 2003 - Intervista di A.Solati

 

 

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