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Castagna Arrigo.  Imprenditore/sportivo.

 

Arrigo Castagna è nato il 16 Luglio 1914 a Marcellise. In famiglia, oltre a lui, c’erano altri quattro tra fratelli e sorelle. Tuttora ne vivono ancora quattro, tutti in buona salute e giovanili anche nella memoria. La sua è una famiglia fortunata perché anche  il padre e la madre hanno vissuto in buona salute e a lungo.

Come allora si usava, per poter sopravvivere in campagna se si lavorava per qualche grosso proprietario terriero, in casa erano in 10-12 persone: oltre ai  nonni c’erano anche un paio di  “famei”.

 

Malgrado fosse sposato e avesse figli, il padre aveva dovuto fare il soldato nella grande guerra ed era stato fatto prigioniero durante l’offensiva tedesca sull’altipiano di Asiago. Internato in Germania, aveva patito la fame e ne sarebbe morto o si sarebbe ammalato gravemente se la moglie, che si era procurata un fornetto, non gli avesse preparato il pane che poi gli mandava in appositi pacchi. Non c’erano soldi per comprare altre cose, bisognava arrangiarsi come si poteva. Forse  questo particolare era rimasto nella mente di Arrigo quando intraprese la sua strada di imprenditore nel campo dolciario.

Il padre, tornato tardi dalla prigionia verso gli anni ’20, aveva ricominciato il suo pesante lavoro. E, dato che in campagna tutti dovevano lavorare, anche  Arrigo fu messo subito a sgobbare. 

 

Racconta: 

“Studi ne ho fatti pochissimi, solo fino alla quarta elementare e poi anch’io nei campi, insomma cultura zero. Ci hanno pensato i miei figli a studiare anche per me. Pur avendo cominciato così presto a piegare la schiena, avevo qualcosa dentro che mi spingeva a non lasciarmi andare al tipo di vita piuttosto arida che conducevo, a non diventare il contadino che aveva solo l’osteria come soddisfazione. Un mio senso della dignità voleva che mi mostrassi in giro nel modo migliore possibile. Così, facendo economie di tutti i tipi, avevo un bel vestito elegante, con calze e scarpe “alla moda”, ero un vero gagà. Alla festa scendevo in paese vestito come un signore.

Questa mia abitudine finì per procurare guai a me e, quasi, anche alla mia famiglia. Ho fatto il contadino fino a 20 anni, poi sono partito per il militare,  dopo di allora non ho più lavorato al terra. Vediamo come andò.

L’inizio fu quasi uno scherzo. Era domenica e io mi ero preparato come al solito per andare a San Martino. Venne a chiamarmi il giardiniere che aveva bisogno di un aiuto per portare giù dal granaio un pesante baule. Così, tutto elegante, con le mie belle scarpe bicolori, scendevo le scale reggendo il carico. Il giardiniere era dietro. In quel mentre arrivò la piccola contessina che non aveva mai badato al contadino che zappava i suoi campi. Così mi chiese: “Chi sei tu? Come ti chiami?”. Cosa mi prendesse in quel momento non lo so proprio, ma mi scappò di dirle: “Sono il conte Cavazocca” e la ragazzina corse ad avvisare la mamma che c’era quel conte in entrata. La madre mi riconobbe subito e disse: “Ma no, ti sbagli, è solo un nostro contadino”.  Da allora sono ancora conosciuto dai miei coetanei come conte Cavazocca. Altro fatto che infastidì i padroni fu che, quando di festa passeggiavano lungo il viale, a volte mi incontravano, e un contadino che sembrava un signore era per loro uno spettacolo sgradito. Chiamarono mio padre e gli dissero:” O via lui o via tutti” La scelta non poteva che essere una. Così presi il certificato di quinta elementare, trovai posto in ferrovia e vi restai fino a quando non fui richiamato nel ’40.

 

Nel giugno, appena entrati in guerra, il nostro esercito era stato mandato sul fronte francese. Fanti e alpini, percorrendo mulattiere e sentieri, attraversando ghiacciai, erano entrati in Francia in piccoli gruppi. Invece le truppe motorizzate come le divisioni Trento e Trieste erano state costrette a fermarsi prima dei valichi del Moncenisio e del Piccolo San Bernardo perché le poche strade carrozzabili non erano in grado di accogliere una massa così grande di uomini e mezzi. I loro autocarri ostacolavano i battaglioni diretti verso il fronte, che dovevano percorrere due strade che attraversavano i passi e che erano presidiate efficacemente dall’alto. Il mio battaglione si trovava nei pressi del Piccolo San Bernardo. Per entrare in Francia si doveva attraversare una strettoia con un ponte ma sopra di noi, a 2000 metri di altezza, c’era il forte Traversette che distava 500 metri in linea d’aria dal ponte da dove si doveva passare. Il forte era tenuto solo da una ventina di soldati di colore bene armati. Così il ponte, centrato dall’alto, veniva distrutto continuamente. Di notte i nostri lavoravano abbastanza tranquilli per ricostruirlo, ma di giorno ricominciava il massacro. Era una strage continua di soldati che tentando di passare venivano colpiti con facilità. Gli alpini tentavano la scalata per conquistare il forte e anche lì venivano uccisi a centinaia. La nostra artiglieria non riusciva a colpire la postazione nemica, sia perché era un po’ lontana, sia perché essa era coperta di caucciù e i proiettili rimbalzavano.…Per fortuna la nostra guerra durò solo due settimane  perché, intanto, i tedeschi che avevano sfondato la linea Maginot scendevano verso le Alpi circondando i francesi costringendoli all’armistizio e così fu anche per  noi.

 

Purtroppo di morti ce ne sono stati tanti e quasi del tutto dimenticati perché gli avvenimenti bellici successivi sono stati molto più sanguinosi.

Io ero magazziniere e facevo la spola da Aosta al fronte trasportando i rifornimenti necessari alle truppe. Un giorno che stavo rientrando con il camion carico verso il nostro accampamento, mi vidi venire incontro un grosso gruppo di alpini che erano in ritirata. Mi fecero pena e regalai loro tutte le sigarette che avevo sul camion. Era mattina verso le 9, alle 11 arrivò il sergente maggiore a prendere le razioni per la truppa ma ahimè di sigarette non ce n’erano più. Mi portarono dal capitano e io ebbi un bel tentare di fargli capire la situazione, la pena che mi avevano fatto quei poveretti, che le sigarette in fondo erano per loro…  Mi diede  8 giorni di rigore sotto la tenda. Dopo 2 giorni, per punizione mi mandarono di notte sotto il Piccolo San Bernardo con un’autolettiga a raccogliere i feriti e i morti che erano tantissimi. 

Conclusa la campagna sul fronte francese con il mio battaglione fui mandato in Jugoslavia vicino a Fiume. Ci rimasi quasi 2 anni. Poco prima che iniziassero le partenze per l’Africa, nel dicembre del ‘41,   venni ricoverato a Trieste in osservazione all’ospedale militare e poi destinato ai servizi sedentari: l’è stà la me fortuna.”

 

“L’è stà la me fortuna” che qui Arrigo dice per la prima volta è una frase che ripeterà spesso nel corso della suo racconto.

 

“Ne ho visto di cose facendo il militare a cominciare dagli attacchi insensati al forte Traversette, come ho già detto, oltre agli ordini illogici che si risolvevano in tragedie sulla nostra pelle.

Tornato a casa, nel ’43 aprii un negozio di frutta e verdura in Via Mameli a Verona e “l’è stà la me fortuna” perché guadagnai bene.

Nel ’44 realizzai il mio primo sogno: comprai una Balilla. Per sei mesi sono stato l’unico in paese ad averla, poi i partigiani ne rifecero una per il dottor Rensi e alla fine ne ebbe una anche Gino Micheloni, il famoso portiere del Milan.

A un certo punto, per paura che la vettura mi venisse requisita, fui costretto a nasconderla tra le cataste di legna nel magazzino di un mio amico.

In quel posto preparammo anche un rifugio antiaereo che in questi giorni e riemerso intatto dagli scavi che vi stanno facendo. Lo costruimmo con il cemento e la ghiaia in 3 mesi . Era largo 2,50 con la forma di un tronco di cono, lo spessore delle pareti di cemento armato era oltre un metro. Qualunque bomba fosse caduta sarebbe stato difficile che lo centrasse in pieno e quindi sarebbe scivolata dal tetto. Si trovava a quattro metri di profondità. Dalla cantina c’era uno scivolo che portava al rifugio. In seguito anch’esso è diventato cantina.

Durante la guerra il paese fu bombardato poche volte e la gente correva a rifugiarsi nelle grotte della Musella. Ma dato che, sempre in Musella, c’era il comando tedesco e a Campalto quello delle SS, furono invece micidiali i mitragliamenti che capitavano all’improvviso.

 

Si sa che durante la guerra, e per il sollievo appena essa finisce, si fanno le cose più strane, noi eravamo una compagnia di 14-15 amici e quanto ci siamo divertiti, quanti scherzi abbiamo e ci siamo fatti….eravamo i “play boy” di San Martino…

 

Però bisognava anche lavorare e così, verso la fine del ’45, io e un mio carissimo amico prendemmo in affitto lo storico negozio di tessuti di Giannino Andreis che si trovava in Via XX settembre, appena passata Piazza Napoleone, andando verso la Chiesa, e lo  trasformammo in gelateria. Per la verità anche il proprietario della famosa ditta Bonvicini di Piazza Brà era interessato all’affare per lo stesso scopo. Io ero presente mentre la faccenda si stava trattando e, partito il concorrente, feci la nostra offerta che fu accettata. Così vendetti l’amata Balilla per comprare il bancone di lavorazione. Andammo a Verona per imparare un po’ il mestiere che non è difficile, è sufficiente aver visto il procedimento un paio di volte e poi fa tutto la macchina. Il segreto sta tutto nell’usare delle buone materie prime.

Fu un grande successo: appena finita la guerra c’era solo il già nominato Bonvicini che vendeva gelati e quindi molti venivano da noi anche dalla città.

Visto che l’idea era stata fortunata, decisi di aprire un bar. Così presi in affitto i locali vicino alla gelateria, proprio in piazza Napoleone, nella storica Casa Avesani, e li trasformai in quello che ancora adesso qualcuno chiama bar Castagna. Al giorno d’oggi che di bar in paese ce ne sono tanti la mia idea può sembrare non particolarmente originale, ma allora a San Martino c’erano solo osterie e lo storico caffè Peretti aveva un suo tipo di clientela, come l’altrettanto storico caffè Roma. Io al mio locale  avevo dato un’impronta moderna, da città, perché allora, che non c’era ancora l’autostrada, esso era quasi un punto obbligato di fermata per chi veniva dal Piemonte o dalla Lombardia e andava verso Est e viceversa. Cercavo di avere i prodotti migliori perché anche i clienti più importanti fossero sempre soddisfatti. Molti di questi viaggiatori col tempo diventavano clienti fissi, amici, in un certo senso occasioni per me di fare affari. Più tardi il bar diventò anche il punto di incontro di appassionati di automobilismo ma specialmente di calcio.

Nel ’49 io e mia moglie, eravamo appena sposati, andammo per un mese a Verona a imparare a far i pasticceri da un bravo maestro.

Ero sempre in cerca dell’idea che mi permettesse di entrare veramente in affari ma fino ad allora non l’avevo trovata. Andavo per tentativi.

Con un altro amico comprammo una macchina per fare il torrone, ma il risultato non era quello che mi aspettavo. Passammo alle caramelle ma anche queste non erano niente di speciale. Avevamo un grossista che distribuiva il nostro prodotto ma si trattava di un vivacchiare senza particolare soddisfazione. I miei soci persero fiducia e mi lasciarono solo.

 

Io non mi arresi perché il mio carattere è tale che quando mi impunto su una cosa ci vado in fondo a qualsiasi costo, nessuno può starmi dietro. Prova e riprova, dopo molti tentativi falliti, perfezionai una ricetta per preparare dei savoiardi. Facevo tutto da solo: preparavo la pasta, poi la disponevo con la tasca sulle piastre e le mettevo in un fornetto da mezzo metro cubo. Era un lavoraccio, dormivo al massimo 2, 3 ore per notte. Mettevo il prodotto in latte da due chili e portavo tutto al grossista. Pensa e ripensa trovai quella che mi pareva una soluzione per non ammazzarmi di fatica. Mi feci preparare dal noto lattoniere Strapparava una cinquantina di stampi rettangolari cuocevo la pasta e la tagliavo come biscottini. La soluzione però non mi andava ancora bene. Così, tornato dallo stesso artigiano,  feci fare una cinquantina di stampi da due etti e mezzo con la medesima ricetta e  usando il solito fornetto, preparai delle tortine. Così è nato il famoso dolce San Martino.

Come cominciai ad avere successo? Nei primi tempi, dopo aver acquistato a Zevio una gerla, la riempivo delle scatole del tortino e andavo in bicicletta a venderlo nei negozi dei comuni vicini. Poi passai al Motom, un motorino di quei tempi, e, verso la fine del ’49, comprai una Topolino.

Consegnavo la merce specialmente di notte, per evitare il dazio che allora era una tassa piuttosto pesante e si sarebbe mangiato quasi tutto il guadagno. Percorrevo centinaia di chilometri e la mattina, dopo che avevo viaggiato tutte quelle ore, ero al tavolino del mio bar e leggevo il giornale: “Eccoli i siori! ! Che poca voja de lavorar che el g’à quel’omo!” . Diceva chi passava.

 

Un giorno, con la macchina carica di confezioni di tortino anche sul portabagagli, me ne andai in Brianza. Entravo nei negozi e tutti mi guardavano con diffidenza: non vendevo niente. Alla fine decisi di offrire il prodotto in omaggio alle clienti dei vari esercenti. Tornai a casa senza una lira di guadagno e con la macchina vuota. Dopo una settimana era tutta una valanga di ordini. Il prodotto era buono, ben confezionato e si conservava a lungo, tutti lo volevano.

Invasi l’Italia del centro –nord, mandavo vagoni di merce perfino in Sardegna.

Iniziai a ingrandirmi, acquistai un’impastatrice, un forno più grande, successivamente cominciai ad assumere operai  che, col tempo, arrivarono a una ventina e facevano anche tre turni per notte. Poi le impastatrici diventarono tre, c’erano due grandi forni da tre metri, e un locale apposito in cui le donne incartavano il prodotto. Mi rivolsi a una ditta in Toscana per avere un bell’imballaggio che fosse anche il migliore per la conservazione del prodotto. Era una confezione raffinata. Studiai anche una campagna pubblicitaria con cartelloni per le strade e filmati anche nei cinematografi. Nelle varie città avevo i miei rappresentanti a cui davo la macchina. Avevo 15 macchine che venivano a rifornirsi del dolce. Insomma una bella impresa.

Nel ’60 decisi di smettere di fare il tortino, c’era troppa concorrenza, lavorare così non mi interessava più. Passai a un’altra attività.

A Cellore di Illasi c’era un modesto forno per il pane: il forno Dal Colle.

Commissionai loro la confezione del mio Pandoro San Martino che cominciai a vendere nel Triveneto e nella Lombardia. L’è stà la me fortuna. Facevo affari d’oro. Anche il bar serviva per vendere il prodotto. A Natale certe grosse ditte mi commissionavano migliaia di pezzi. Dal Colle, che vendeva pandori per conto suo, ad un certo punto acquistò un forno a catena lungo una ventina di metri e se è diventata la ditta che è, credo lo deva anche alla spinta che gli ha dato la mia iniziativa. Ho servito per un anno anche la famosa ditta  di autogrill Pavesi. Con Dal Colle ho lavorato dieci anni.

Un’altra attività che portai avanti assieme al lavoro, e che per me era un piacere, sono state  le corse automobilistiche.

 

Ho sempre amato le macchine, guidarle mi dava molta soddisfazione, solo per lavoro, come ho detto, ho fatto migliaia di chilometri.

Ero buon amico del concessionario Fiat Garonzi e per lui, tanta era la mia passione per quell’ambiente, a volte andavo a Brescia dove la Fiat aveva il deposito a prelevare con amici le vetture che volevano acquistare. Quando era a corto di liquidi, mi è capitato anche di dargli una mano!!!

Ho avuto tante belle automobili che prendevo per il piacere di conoscerle e guidarle,  poi  le rivendevo. A questo proposito ricordo un buffo episodio. A  Treviso avevo comprato  una Fiat 1400 cabriolet verde scuro che era appartenuta a un conte locale e, quando con questa macchina mi recavo in quella città per affari, la gente al mio passare mi salutava cerimoniosamente:” Buon giorno sior conte..” In fondo era vero: io ero il conte Cavazzocca!!!

 

Decisi a un certo punto, visto che di strada ne avevo macinata tanta, che potevo provare a fare qualche gara automobilistica.

Pensai di tentare di correre non con una vettura di grossa cilindrata,  ma con una  1100 che era la macchina che avevo acquistato a quel tempo. La categoria 1100 era la più numerosa perché il mezzo non costava molto, e, in proporzione, dava soddisfazione. In corsa partivamo in trenta, anche in quaranta piloti. Correva tutto il Triveneto  e conservo con soddisfazione il diploma che mi consegnarono per essere arrivato secondo nel 1955 nel Campionato Triveneto automobilistico di velocità.

Ho sempre corso con la Fiat 1100 e ho sostituito la prima con un altro modello la TV2. Quando vendetti a un appassionato la macchina che aveva fatto le Mille Miglia, ci feci un discreto guadagno.

Se la vettura era costata un milione di quei tempi,  farla preparare me ne costò quasi la metà e soltanto per fare l’alesaggio dei cilindri e altri interventi sul motore dei quali ogni tecnico teneva segreti i particolari. Per un po’ andai da un professionista di Genova: Giannini che mi preparò un motore che da 120 Km/h passò a 180 Km/h. Poi, informandomi dai colleghi di categoria, la portai a Chiavari da Sante spendevo di meno e ottenevo un risultato migliore. Una volta la macchina me la preparò il capo officina della Fiat. E’ interessante osservare che nel nostro ambiente non c’erano segreti ma molto cameratismo, ci si aiutava l’un l’altro con consigli e informazioni. Poi in corsa si scatenava lo spirito sportivo e la voglia di vincere era molto forte. Ci si conosceva tutti nei pregi e nei difetti e mi faceva piacere constatare che ero temuto e ammirato.

Mi sentivo particolarmente portato per le corse in salita. La Trento Bondone nel ‘55 ad esempio, l’ho fatta con 61 Km all’ora di media, al secondo ho dato 40’ di distacco e il record della gara, per quella categoria, è ancora mio.

 

Una settimana prima delle gare mi recavo sul posto con la macchina assieme al solito gruppo di affezionati amici/tifosi e facevo le prove del percorso. Non c’erano sponsor, non c’erano ingaggi, i premi erano simbolici. Per esempio nella cronoscalata delle Torricelle, una gara in salita di 2Km, per due anni nel ‘54 e nel ’55 sono arrivato secondo: una volta per due e l’altra per cinque secondi e un premio che mi ricordo è stato una marmitta. Poco, come si vede,  ma quando si arriva a un certo punto, si vuole vincere e non interessa altro.

Ho corso anche all’estero in Austria e in Svizzera.

Con la scuderia veronese Cangrande, di cui nel ’55 sono stato anche presidente, gare ne ho fatte un bel po’. In pista ho vinto a Modena e a Monza. In quella occasione sono stato vicino ad avere un ingaggio da una grande squadra. L’offerta me la fece il patron della Zagato, una 750 di cilindrata, che mi voleva nella sua squadra. Mi avrebbe dato la macchina, soldi pochi, ma se ci fossero stati risultati avrei potuto avere un ingaggio lusinghiero. Per onestà rinunciai: avevo 40 anni,  correvo per divertirmi ma sentivo che era giusto lasciar posto ai giovani. Io avevo anche gli affari da seguire e un lavoro che mi prendeva un bel po’ di tempo.

Tra le  gare che ricordo con piacere c’è il trofeo Stella alpina che si svolgeva a Trento in cui sono arrivato secondo. Si trattava di cinque gare che si svolgevano in otto giorni: una bella faticaccia e tensione nervosa notevole.

Altra impresa che mi ha dato soddisfazione è stata quella di disputare due Mille Miglia.

 Un giorno parlando con un amico in piazza Brà lui se ne uscì con un' idea: “Facciamo la Mille Miglia?”. Allora, nel ’53, la gara costava seicentomila lire ma accettai la proposta. Eccomi nella prima fotografia, assieme al mio copilota Maran, alla partenza della XX Mille Miglia da viale Rebuffoni alle 0.53 di notte. Nella seconda sono al passaggio e rifornimento a Roma. Nella terza all’arrivo a Brescia: mi sono classificato 30° nella mia categoria.

Nel ’54 nuova Mille Miglia: la prima parte della corsa fu esaltante perché da Roma passai  terzo con 108 km/h di media. Poi, prima di Orvieto, mi dovetti ritirare per un guasto.

Gran bella gara le Mille Miglia. Quando correvo io le strade di San Martino si riempivano di gente e gli appassionati davanti al mio bar erano i più numerosi. Se si pensa che si partiva da Brescia poco dopo la mezzanotte, fa piacere ricordare che un paese ti aspettava alzato fino a tardi. Era tutta un’attesa di: “Arriva Castagna”…. Gli esperti riuscivano a sentire il motore della mia macchina nel silenzio della notte a chilometri di distanza.

Dicevano poi gli amici quando ero in compagnia:” Ne hai fatto di strada da quando venivi giù da San Bricio coi caretini!”.

 

Dopo un tragico incidente nel 1957 le Mille Miglia vennero sospese. Nella gara del ’54 accadde un fatto che poteva trasformarsi in tragedia.

Marimont, un corridore brasiliano di F1 amico del grande Fangio, arrivato alla semicurva prima della Piazzetta Napoleone che è estremamente traditrice, sbandò, girò su se stesso, si capovolse, andò a sbattere contro la casa che era di fronte al bar e la macchina prese fuoco. Lui uscì illeso e si formò una catena umana di sanmartinesi che con  secchi d’acqua prelevati dal Fibbio e dalle fontane lì vicino,  riuscirono a spegnere l’incendio. Cosa sarebbe successo se la vettura fosse piombata tra i tifosi che mi stavano aspettando?

Sono i rischi di questo sport. Anch’io me la sono vista brutta in più di una occasione in modo particolare una volta ad Asiago. C’era una curva a gomito in cui sono arrivato  troppo veloce, ho sbattuto contro il muro, mi sono rovesciato e mi sono fermato poco prima di un precipizio di 400 metri, sono venuti a tirarmi fuori. Non mi ero fatto quasi niente. L’è stà la me fortuna.

 

Nell’automobilismo, almeno allora, c’erano tante cose che non si potevano calcolare: persino il tempo poteva giocare brutti scherzi.

Mi ricordo che nel ’55 dovevo disputare la Bolzano Mendola. Decisi di partire con le gomme così lisce che quasi si vedeva la tela in modo di scivolare meglio in curva. Mi andò malissimo. Poco dopo l’inizio della corsa cominciò a piovere a dirotto e io feci tutto il tragitto il più lentamente possibile.

Nella  mia carriera di corridore ho conosciuto tanti personaggi ma tre mi sono rimasti impressi  particolarmente. Uno è stato il conte Giannino Marzotto vincitore assoluto con la Ferrari di due Mille miglia: nel ’50 e nel ’53. Nella foto ci vedete a cena all’Olivo, in piazza Brà (da sinistra il famoso cronometrista veronese Plinio Antoniazzi, Oreste Castagnetti, il conte Marzotto e il protagonista).

 

Altro personaggio è stato lo sfortunato Giulio Cabianca. Per qualche anno aveva anche abitato a San Martino dove aveva mantenuto rapporti di amicizia. Era un corridore di piccole e medie cilindrate che aveva corso specialmente con la OSCA 1100 e  950 dei fratelli Maserati. La sua vita finì tragicamente durante una gara quando uscì di pista e, imboccata il cancello del circuito, disgraziatamente aperto, finito in strada, si scontrò con un taxi e uccise tre persone. 

Il più divertente è stato Chiron. Campione di Francia correva con una fantastica Bugatti e nella vita era il cuoco del Principe Ranieri di Monaco. Con lui pochi discorsi di macchine, molti di gastronomia. “Un’insalata, per essere ben fatta” mi confidava “deve essere mescolata almeno duecento volte”. Se lo diceva lui…

 Ma la conoscenza più straordinaria la devo al mio amico, il ben tre volte campione mondiale di motociclismo: Bruno Ruffo.

 

Un giorno, eravamo nei primi anni ’50, Bruno disse a me e a un mio amico: “Voglio portarvi in Emilia, c’è una fabbrica di motori che lavora bene, andiamo a darci un’occhiata”. Accogliemmo l’invito con piacere. Ed eccoci  nella fabbrica a girare, a curiosare, a provare, a informarci. Ad un certo punto arrivò il proprietario un bell’uomo alto e imponente assieme a un altro signore di piccola statura e cominciammo a parlare naturalmente di macchine e motori e lui a spiegarci a discutere con passione. Più tardi mi fu presentato: era Enzo Ferrari, e l’altro l’ingegner Massimino capo della scuderia. Allora Ferrari non ancora il mito che divenne in seguito, ma una persona con una preparazione straordinaria che mi lasciò colpito. Rimanemmo amici e più di una volta mi offrì di comprare una sua automobile che a quei tempi aveva un prezzo abbordabile, ma io ero affezionato alle Fiat. Mi mangerei le mani…. Credo uno dei pochi affari in cui non ci ho visto giusto. 

Ho corso fino agli anni ’60. Alla fine degli anni ’60 ho ceduto il bar. Nel ‘74 ho venduto tutto e sono andato in pensione.

 

Mi sono ritirato con mia moglie qui, ai Dossi alti, e con il mio amico, quello con cui avevo intrapreso l’affare della gelateria, ci siamo costruite due case vicine, ci vivo ormai da trent’anni. Il posto, quando lo abbiamo comperato era spoglio, c’erano si e no tre alberi. Nel corso degli anni lo abbiamo rimboscato ed è diventato un luogo che noi giudichiamo bellissimo e nel quale trascorro la maggior parte del mio tempo.

Un momento di grande ansia per me è stato quando l’anno scorso, a 90 anni, ho dovuto fare il rinnovo della patente. Se non me lo avessero concesso mi sarei comperato un Sulki: senza macchina, lo avrete capito, non posso stare. La m’è ‘ndà ben. L’è stà la me fortuna.”

 

di A. Solati - ottobre 2005 

  

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