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Belli Giovanni e Luigi. Sarti e Barbieri.

 

 

    Quante volte leggendo le pubblicazioni che in questi ultimi anni sono state dedicate al nostro Paese (*) ci è capitata sotto gli occhi l’immagine scanzonata di due giovanotti, in realtà è la stessa persona in un fotomontaggio, che suonano uno la chitarra, l’altro il mandolino e se la ridono sotto i baffi.

    Il solo protagonista della fotografia è Luigi Belli, l’autore della stessa, con l’inventiva tecnologica che essa ha richiesto (siamo negli anni ’20), è Giovanni Belli: suo fratello.

 

    Per conoscerli più da vicino ho parlato con i figli di Giovanni e Luigi rispettivamente: Fernanda e  Fernando.

    Luigi e Giovanni nascono da Ferdinando ed Emilia Rubini rispettivamente nel 1888 e nel 1891.

    Il padre deve essere stata una persona notevole se, a venti anni dalla sua morte, i due fratelli lo ricordavano ancora con tanto rimpianto da chiamare con il suo nome la figlia e il figlio.

    Quanto alla Signora Emilia, lo Stegagno, nella sua famosa guida, ne parla affettuosamente in questi termini: 

"…. Un’altra Madonna affrescata, antica ma ridipinta qualche decina d’anni fa dal Marai, è quella di casa Belli al N. 36 di via XX settembre ed è assai venerata. Guai se la buona Signora Emilia non vede tutte le sere acceso il lumicino alla cara Madonna! …..”.

 

    La scuola la frequentarono per quanto, a quei tempi, era possibile in una famiglia modesta: cioè fino alla terza elementare, poi cominciarono a dare una mano al padre nel suo lavoro: quello di sarto/barbiere.

    Purtroppo il padre morì che avevano solo 17 e 14 anni nel 1905. C’era il problema di tirare avanti: Giovanni fu mandato a specializzarsi a Torino presso la Sartotecnica, Luigi si arrangiò frequentando corsi per posta.

    Arrivato il tempo di guerra, la Patria non si dimenticò di loro che, oltre ad aver fatto il servizio militare, furono richiamati e Giovanni tornò ormai a guerra finita senza aver dato notizie di sé per più di un anno.

 

    Avevano avuto però il tempo di scoprire le loro inclinazioni. Luigi che era allegro e scherzoso era portato per il teatro, Giovanni più riservato e pensieroso, per la fotografia. Il teatro era una “creatura” di don Virgilio Ambrosini parroco del paese. Vediamone una breve  storia.

 

    Don Ambrosini conoscendo la situazione dei suoi fedeli che vivevano nel bisogno, nell’ignoranza, senza nessun tipo di svago come in una sorta di torpore,  decise di fondare la Polisportiva  Vigor, la seconda società sportiva del veronese, dopo la “Bentegodi” che risale al 1868.

 

    Vi si praticavano moltissimi sport e tanto era l’entusiasmo che si costruì una palestra dove attualmente si trova il Teatro Peroni. La bianca bandiera della Vigor veniva seguita a piedi o su carrette dai tifosi in “trasferta” nelle altre Parrocchie.

    Le persone più attempate non erano però interessate agli sport, e Don Ambrosini, per dare anche ad esse occasione di passare gradevolmente il tempo, trasformò la palestra in modo da farla funzionare anche come teatro. Nacque il “Teatro Speme” e la prima compagnia Filodrammatica della Vigor.

 

    Gli attori erano tutti dilettanti e Luigi Belli, specialmente nelle parti comiche, era imbattibile: la gente accorreva per ridere delle sue trovate nelle scenette scritte da lui stesso. Il suggeritore era Don Ambrosini. Le coreografie e le scene erano preparate da quell’eclettico artista che era Romolo Nicolis. Le musiche composte da Francesco Avesani erano arrangiate e suonate da Giovanni Belli.

 

    La compagnia, oltre a recitare nei pochi Teatri parrocchiali esistenti,  a volte adoperava come palco il carro con cui si spostava in provincia: Mambrotta, San Briccio, Soave, Mezzane, Fumane…..

    Negli anni ’30, prima del semaforo di S. Antonio, a sinistra, c’era una trattoria con alloggio e dietro di essa era stato costruito un capannone che era insieme cinema/teatro/balera. In questo teatro venivano a recitare compagnie della provincia. Si racconta che, una volta, una soubrette famosa, sposata con un sanmartinese piuttosto originale, aveva dato uno spettacolo cantando e ballando, riempiendo non solo il capannone ma anche la strada fino alle rotaie del tram. Niente di scandaloso in quella esibizione, se la stessa artista si esibì poco dopo, a grande richiesta, nel teatro di Don Ambrosini.

 

    Ospite del cinema/teatro era spesso anche la Compagnia “Magni” dal nome della famiglia alla quale appartenevano tutti gli attori, e veniva sempre chiesto a Luigi di partecipare a quelle recite.

 

    La simpatia, la comicità e la finezza dell’artista, si possono cogliere nelle fotografie che gli faceva l’affezionato fratello. Si può pensare che certe situazioni comiche le suggerisse Luigi, e Giovanni, con la sua sensibilità, le trasformasse nell’immagine desiderata.

 

    L’interesse di Giovanni per le cose tecniche aveva trovato un primo sbocco nella fotografia. Aveva imparato tutto da solo, studiando da un manuale. Gli approfondimenti erano frutto della sua applicazione. Si era fatto un laboratorio in cui procedeva allo sviluppo.

 

    Le sue opere sono inconfondibili non solo per il luminoso bianco e nero, ma anche per la prospettiva efficace che sceglieva e perché i personaggi di gruppo, da lui fotografati, sembrano mettersi in movimento sotto il nostro sguardo.

    Era stato incaricato dal Comune di fare le fotografie per le prime carte di identità in quanto, allora, era l’unico fotografo esistente.

 

    Mentre le immagini di Luigi sono numerose, di Giovanni ci sono scarse tracce. Lo si vede, in secondo piano, quasi sfumato, in una foto del 1912 fatta dall’amico Rino Zanetti, con sotto braccio il suo tesoro: una nuova macchina portatile che sostituisce gli ingombranti trespoli dell’epoca.

 

    Alla fine della sua opera, lo Stegagno, che ha già mostrato in altra parte la sua stima per la famiglia Belli, nei ringraziamenti conclude:

“……Giovanni Belli pure di S. Martino ebbe cura delle fotografie che riuscirono nitide e suggestive.”

 

    Non è quindi molto lontano dal vero pensare che, buona parte delle immagini della famosa guida, siano opera del nostro protagonista.

    Anche se a Giovanni fare il sarto non piacque mai, non per questo tralasciava di fare il lavoro che aveva ereditato dal padre e, dal punto di vista professionale, i due fratelli erano molto bravi, tanto da dichiarare orgogliosamente: “Rinomata” la loro sartoria di confezioni per uomo.

    Tutte le personalità del paese, anche il duca d’Acquarone e cittadini notevoli di Verona, erano loro clienti.

    Nella prima metà del secolo scorso non esistevano vestiti confezionati e per fare bene il lavoro di sarto, era importante imparare da bravi maestri: i fratelli Belli insegnarono a tutti i sarti che esercitarono in paese.

    

    Nel loro laboratorio, così ben fotografato in una famosa immagine, oltre alle ragazzine che facevano vari lavoretti, ognuno aveva un suo ruolo: Luigi tagliava e prendeva le misure. La macchina da cucire, il bene più prezioso del negozio, era affidata a Giovanni, la mamma “metteva su la maniche” ed era famosa per la perfezione delle asole, la Mema, una lavorante che era quasi parte della famiglia, cuciva a tavolino.

 

    Questo si poteva vedere in un famoso Teatrino animato che veniva esposto nella vetrina del laboratorio: il Venerdì Santo, quando in paese si faceva la processione e tutti gli artigiani esponevano i simboli del loro mestiere.

    La sartoria era riprodotta con minuzia di particolari: la piccola macchina da cucire con l’omino che vi lavorava, Luigi che stirava, un signore a cui si provava il vestito e assentiva, la Mema al tavolino, i pacchi di stoffa, il diploma di sarto che Giovanni aveva fotografato e poi ridotto in miniatura. I visi dei piccoli protagonisti, somiglianti a quelli reali, erano stati naturalmente dipinti da Romolo Nicolis. L’amicizia del pittore era talmente grande che aveva anche disegnato le cifre per una preziosa tovaglia di casa Belli.

    I Belli erano molto diversi come carattere, ma in un certo senso complementari, ed erano così legati tra loro che le due famiglie vissero assieme fino alla prematura morte di Giovanni.

    Avevano in comune un forte interesse per la musica che ritroviamo altrettanto vivo nei loro figli Fernanda e Fernando.

Giovanni era stato a scuola di pianoforte, almeno per i primi rudimenti, e suonava l’organo in Chiesa, Luigi dirigeva il coro della Parrocchia.

Fino a quando non poterono permettersi di acquistare una radio, la sera, dopo aver lavorato tutta la giornata, si ritiravano ad ascoltarla in canonica da Don Ambrosini.

    Comperarono finalmente uno di quei cassoni che usavano a quei tempi e lo misero trionfalmente in laboratorio. Quando era il momento della musica classica tutte le lavoranti tacevano ed ascoltavano in religioso silenzio.

    D’estate seguivano appassionatamente la stagione areniana, avevano tutti i libretti delle opere, in un elenco compilato a mano con cura, annotavano gli anni in cui le opere andavano in scena in Arena.

    Un altro interesse fu quello per la motocicletta e, in generale, per le escursioni sulle montagne.

    Acquistarono una prima DKV che al posto della catena aveva la cinghia, poi passarono ad una cilindrata superiore e la dotarono della carrozzetta. Così andavano  felici verso le montagne.

    Più tardi, cartine geografiche alla mano, si diedero ad organizzare lunghe escursioni in bicicletta con gli amici e i figli:  il giro del lago,  delle Dolomiti….

    Così, sempre attivi e creativi hanno vissuto i fratelli Belli: uno regalando ai suoi contemporanei serenità a buon umore, l’altro lasciando con le sue fotografie testimonianze uniche della vita del nostro paese nel secolo scorso e Fernando, con un gesto affettuoso, li ha voluti ricordare ancora assieme nelle sue gemelle Luisa e Giovanna.

 

(*) 

- Stegagno, Gian Battista: Guida di San Martino B.A. e Marcellise, Verona 1928.

- Bertagna, Agenore: San Martino ’80.

Piazzola Piero: Arti, mestieri, tradizione a San Martino B.A.

San Martino B.A, Biblioteca Comunale, 2002

Piazzola Piero: Festa del Campagnol, 1992, proverbi per un anno.

Spiazzi, Sergio e Tonello, Alberto: Saluti da San Martino B.A. It Comunicazione Edizioni, 2001.

 

di A. Solati

 

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