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Dai ricordi della gente (1920-1945)

la guerra e la resistenza a San Martino Buon Albergo

 

 

A cura di Anna Solati  

 

Premessa

Quello che segue è il racconto che ho ricavato, unendo  vari frammenti di vissuto, con pezzi di storia documentata. Ci si può credere, o si può dubitare che le cose siano andate così, ma come si sa la storia non sempre è di facile e lineare comprensione, a volte diverge a seconda dei punti di vista e in questo racconto ci sono tanti punti di vista, starà al lettore trovare il “filo giusto”.

 

Gli anziani con cui ho parlato fanno pochi commenti sul passato: “Se stava mal”, “C’era tanta fame per tutti”. Scarsi altri particolari, come se la memoria di un periodo fosse stata volontariamente cancellata. Ma, anche da poche frasi, forse un’idea ce la possiamo fare.

 

 

 

Nelle note: Archivio Storico Comunale= SMBA

 

L’avvento del fascismo

Dal 1914, terminato il secondo mandato dello Stegagno, l'amministrazione comunale di San Martino conobbe un periodo di instabilità, infatti dopo due anni il sindaco eletto, Luigi Mosconi, fu messo in minoranza e si dimise. Gli succedettero due commissari prefettizi, poi dal 1918 al 1922 Giulio Barbarani, come facente funzione di sindaco e dal 1922 al 1923 Vittorio Bussinelli come commissario prefettizio. Infine fu eletto Leonzio Lonardoni che in seguito venne nominato podestà.

 

A lui subentrò il conte Manfredo Zamboni Montanari che rimase in carica fino al 1945. Quindi nel delicato periodo della guerra 1915-1918 e del conseguente dopoguerra, quando il tessuto sociale era particolarmente fragile, il potere amministrativo fu carente.Come in molte zone agricole della pianura padana anche nel nostro paese ci furono scioperi e disordini antecedenti l'avvento del fascismo. Un anziano possidente che abitava a Mambrotta racconta:All’inizio degli anni ‘20’ mio padre se andava in paese in bicicletta si portava dietro il fucile perché c’era il rischio che i braccianti lo assalissero”. Si riferisce appunto a poco prima della marcia su Roma ed è il segnale delle violente lotte che anche nelle nostre campagne scoppiarono tra proprietari e contadini. Molti agrari si spaventarono e decisero di svendere e chi aveva coraggio ampliò i suoi possedimenti.

 

Un altro anziano racconta:“Mio padre era capocellula della sezione socialista e incitava i lavoratori delle aziende agricole a scioperare. Per questo in seguito dovette nascondersi perché era ricercato dalle squadracce che c’erano anche in paese che volevano punirlo come sapevano fare loro: bastonature, olio di ricino.”

 

 

 

 

 

 

Gli organizzatori di queste spedizioni erano ben noti, appartenevano a famiglie in vista.  Ma alla fine della guerra non subirono particolari ritorsioni. Qualcuno di loro per un po’ sparì, poi riapparve e continuò a fare tranquillamente la sua vita senza alcuna vergogna perché la gente del nostro paese non è vendicativa, né ama intromettersi a fatto compiuto.

 

Il 7 aprile 1921 si costituiva in paese la sezione locale dei fasci italiani che riceveva da quella di Verona …un appoggio incondizionato per qualsiasi esigenza…

 

Il notista dell’Arena lamentava che, stranamente, in un paese di così forte italianità, gli iscritti fossero piuttosto pochi. Presto, dopo la conferenza che si sarebbe tenuta la successiva settimana, a tutto questo si sarebbe di sicuro rimediato. L’articolo terminava con un auspicio che fa pensare:

Noi facciamo un augurio: che questo centro di italianità prosperi, ma in pace, e che in eventuali lotte politiche, ambo le parti tengano un contegno calmo e sereno: e che soprattutto si rifugga da inutili provocazioni.

 

Si vedrà in seguito come questi propositi venissero attuati.

 

Nell’edificio contiguo alla chiesa (oggi sede della Biblioteca Comunale) venne aperta la casa del fascio e i bambini che se lo potevano permettere andavano a scuola o alle cerimonie ufficiali in divisa da Balilla e da piccola italiana. Il 21 settembre 1923 con una corale manifestazione di concordia fra tutte le forze politiche venne inaugurato il monumento ai caduti opera di Eugenio Prati.

 

In seguito le associazioni che il parroco aveva caldeggiato vennero intimidite, i suoi membri minacciati fisicamente di aggressione (al ponte del Vago). Per finire, una legge fascista del 1927, abolì tutte le associazioni tranne la Gioventù Italiana di Azione Cattolica (GIAC) che però operò in modo ridotto.

 

Il ’27 fu anche un anno di grande crisi occupazionale a Verona, e di conseguenza a San Martino. Il cotonificio Crespi che dava da lavorare a 348 operai, per la maggior parte donne, funzionava tre giorni alla settimana e minacciava di chiudere. Pochi anni dopo la proprietà cambiò e così anche il tipo di produzione. Nello stabilimento, diventato Pozzani, si tessevano garze e cotone idrofilo.

 

Nel 1929 si svolsero le ultime elezioni. Le schede erano segnate e quindi non si era liberi di votare, era un vero plebiscito. Andare però si doveva, altrimenti sarebbero stati guai grossi. Un mio zio, comunista convinto, non ne voleva proprio sapere e lo dovettero trascinare i fratelli letteralmente con la forza. Questo zio non era molto amato da mia nonna perché le sue idee politiche non andavano d’accordo con quelle di lei che era socialista. La nostra era una famiglia modesta ma politicizzata”.

 

Qualche sera le squadracce fasciste facevano irruzione nelle case per dare l’olio di ricino e manganellare quelli che ritenevano “rossi”.

 

Durante la notte nella nostra piazza spesso si vedevano uomini che fuggivano sui tetti per scappare dalla “purga”. A Sant’Antonio in un’osteria uno fu ucciso a calci durante una discussione politica, eravamo nel 1933. L’assassino continuò a circolare liberamente, fu arrestato solo il 24 maggio del ‘45 e fu processato nel ’46.”

 

Tra i nostri concittadini c'erano anche dei fascisti convinti. Qualcuno si arruolò nel 1936 per partecipare alla guerra civile spagnola contro i "comunisti".

 

Per valutare la situazione del paese nel periodo fascista che precede la seconda guerra mondiale ho ricevuto, come ho scritto in precedenza, le testimonianze degli anziani nati perlopiù negli anni che vanno dal 1923 al 1930. Evidentemente non hanno ricordi personali di quello che era avvenuto nel periodo della presa di potere di Mussolini. Tutti però hanno concordato su un fatto: "El fascismo  l' à fato ben con la scola". Le ragioni sono presto dette.

Prima di tutto, dopo quasi mezzo secolo di proposte e progetti, era stata finalmente inaugurata la nuova scuola elementare del paese che, per l'epoca, era un edificio esteticamente valido e funzionale.

A scuola poi, i poveri iscritti negli elenchi del Patronato scolastico avevano diritto alla distribuzione gratis della colazione e della refezione, alla somministrazione a cicli di olio di fegato di merluzzo: una cura opportuna per una generazione che, a causa di una alimentazione povera, cresceva rachitica. L'olio non piaceva proprio, ma "El fasea ben ".

Venivano forniti anche quaderni, materiale di consumo: penne, matite, colori..., il libro di lettura e il sussidiario, la pagella e anche indumenti, calzature e la tessera dell'ONB.

Entravano per la prima volta in molte case dei beni che pochi avrebbero potuto altrimenti acquistare: i libri. Essi diventavano proprietà dei giovani studenti. Molti concittadini li hanno conservati anche a distanza di anni mantenendo nei loro riguardi il rispetto e l'attenzione del tempo in cui li hanno ricevuti. Qualcun altro rimpiange che ne siano state fatte palle di carta per riscaldarsi durante gli inverni di guerra.

 

A scuola c'era il proiettore, e fino ad allora certi bambini sapevano appena che esistevano i film. A scuola c'era la radio che trasmetteva programmi specifici per gli alunni, e la radio era privilegio di pochi visto che costava ben cinquecento lire, pari allo stipendio mensile di un operaio.

Il sei gennaio venivano distribuiti i doni della Befana Fascista.

 

C'è da meravigliarsi se i ricordi degli anziani sono positivi?

 

Molto più importante, anche se meno apprezzato nelle campagne, era l'impegno del regime a rendere effettivo l'obbligo scolastico, che pur essendo legge dello stato già dal 1877, nessun altro governo si era impegnato seriamente a far rispettare.

Nel ventennio se qualche alunno non veniva iscritto a scuola, le lezioni iniziavano il 14 settembre, il comune inviava alla famiglia un avviso in questi termini: ...Prima di spedire gli atti alla competente Pretura mi faccio un dovere di invitarla per l'esaurimento delle pratiche indicate dall'art 228 della vigente Legge Comunale e Provinciale.....

 

Tempo per espletare le pratiche dalla ricezione dell'avviso: un giorno.

 

Sempre nel mese di ottobre la scuola segnalava al comune l'elenco degli alunni che non frequentavano o erano assenti troppo spesso e il Podestà mandava a chiamare i loro genitori per ricordare severamente la legge dello stato.

 

Probabilmente qualche famiglia che aveva bisogno di tutti i suoi componenti per il lavoro dei campi non apprezzava questo obbligo, ma un pasto caldo e una bocca in meno da nutrire a mezzogiorno poteva compensare in parte il danno economico.

Per la prima volta un paese abituato a subire le vessazioni dei vari dominatori riceveva un'attenzione in sostanza positiva dello stato.

 

Per questo motivo, abituati a una esistenza dura di lavoro, in generale i sanmartinesi si adattarono e la vita continuò in apparenza tranquilla.

 

Segnali di guerra

Un primo segnale di future azioni belliche dell’Italia si può trovare in un documento datato 17 dicembre 1932. Il Prefetto di Verona inviava al Podestà un modulo che fu regolarmente compilato dove venivano elencate le professioni e il numero di operai che sarebbero stati esentati dall’arruolamento in caso di guerra. In tutto si trattava di 21 persone. I più giovani avevano 35 anni. Qualcuno di loro aveva fatto in tempo a partecipare alla Grande Guerra.

 

Nel 1935 fu dichiarata la guerra all’Etiopia e il governo, prevedendo sanzioni internazionali, incrementò ulteriormente la spinta verso l’autarchia (appendice 1).

 

Il 25 novembre furono emanate le norme per la raccolta dell’oro (oro alla Patria), dell’argento e dei vari metalli. Anche le donne di San Martino, seguendo l’esempio della regina Elena, parteciparono alla cerimonia dell’offerta della fede che si svolse il 18 dicembre. Alcune consegnarono un anello di scarso valore comprato per l’occasione, in cambio tutte ne ricevettero uno di ferro e un certificato di donazione della fede nuziale.

 

Accompagnai mia mamma, poveretta, a consegnare la sua, l’unico oro che aveva, in una baracca che sorgeva vicino a dove ora si trova palazzo Barbieri. Quello che le dettero era di un metallo così scadente che ogni volta che faceva la “liscia”  le lasciava il dito sporco di nero.”

 

Il 5 maggio del 1936 la guerra finì e anche in paese ci furono grandi manifestazioni di gioia nella piazza principale:

 

Suonarono le campane a distesa e un carrettiere chiamato “Baracheta” gettando in aria il suo cappello si mise a cantare la romanza dell’addio a Eleonora”. (dalla Lucia di Lammermoor).

 

La piazza del Camilion (Garibaldi) si parò a festa per accogliere i nostri due reduci. Erano i figli di tutte le mamme. Arrivarono abbronzati, sembravano persino più alti. Avevano in testa il casco coloniale di sughero che, appena entrati in casa, fecero volare via. Di guerra non ne potevano proprio più. Tutti li abbracciavano e stringevano. Anch’io, che allora avevo tre anni, mi tenevo attaccata alle gambe di uno di loro per farmi tirar su”.

 

Qualche mese dopo la lira venne svalutata del 40%, ma questo fatto non preoccupò la gente del nostro paese che sopravviveva servendosi spesso dello scambio delle merci.

 

La crisi economica internazionale si faceva sentire anche in Italia. Le poche industrie presenti sul nostro territorio lavoravano a singhiozzo quando veniva a mancare la materia prima. Sia il cotonificio Pozzani, sia la cereria Barbieri erano costrette a lasciar a casa i dipendenti, prevalentemente donne.

 

Il governo centrale aveva cominciato a pianificare la situazione dell’Italia nell’eventualità di una guerra e il 1 Aprile 1935 aveva prodotto un testo dal titolo: “La difesa militare della nazione” che venne inviato ai comuni.

In esso erano riunite tutte le leggi che regolamentavano lo stato di guerra dell’Italia[1]. Altro documento di rilievo (del 1937) contrassegnato dalla scritta “Segreto”, è il testo dal titolo: Mobilitazione Civile raccolta delle circolari emanate dalla Regia Prefettura al 31 luglio 1937.

 

Altro segno evidente del clima di una tensione internazionale che faceva presagire l’imminente scatenarsi di un conflitto europeo i cui schieramenti erano prevedibili, fu che già nel 1934 era stata fondata l’UNPA Unione nazionale protezione antiaerea.

 

L’UNPA venne riorganizzata in seguito con Regio Decreto del 14-05-1936. Aveva la sede centrale a Roma, era posta sotto la vigilanza del Ministero della guerra, i soci erano volontari. Nel 1940 l’ente venne militarizzato. Il suo scopo era integrare le azioni degli organi statali incaricati della protezione antiaerea. Quanto al servizio di protezione antiaerea nazionale esso fu istituito nel 1939.

 

Le disposizioni generali dell’UNPA erano che in ogni palazzo un inquilino venisse nominato capo fabbricato con l’incarico di provvedere che al suono della sirena d’allarme tutti raggiungessero il rifugio assegnato e ci rimanessero fino al cessato allarme. L’allarme era preceduto dal preallarme, costituito da tre richiami di 15 secondi ciascuno a intervalli regolari.

L’allarme vero, veniva dato con sei suoni di sirena di 15 secondi intervallati da pause dello stesso tempo[2]. Il cessato allarme era segnalato da un fischio di sirena della durata di due minuti. In caso di avaria, o di mancanza di energia elettrica, veniva sostituito da tre colpi di cannone a intervalli di 5 secondi!!!!

 

Quando veniva dato l'allarme aereo non si doveva attendere che cominciassero i bombardamenti, ma bisognava correre nel rifugio più vicino. I proprietari e i condomini dovevano fornire un ricovero nei loro caseggiati. La capienza di un ricovero era stabilita nel rapporto di due persone per metro quadrato di superficie. Durante l’allarme i portoni dovevano restare aperti.

L’oscuramento doveva essere totale nei tempi che sarebbero stati comunicati. I capi fabbricato dovevano riferire mensilmente al comitato provinciale di protezione antiaerea.

 

L’UNPA aveva anche il compito di soccorrere la popolazione civile in caso di incursioni aeree, di educarla alla conoscenza della guerra aerea e alla sicurezza. Vi furono esercitazioni in cui si insegnava anche l’uso delle maschere antigas.

Tutte queste istruzioni arrivarono a San Martino solo nel 1942. Ma nel nostro paese non c’erano condomini e rifugi propriamente detti.

 

Erano i primi mesi del 1940, l’Italia non era ancora entrata in guerra, eppure al Podestà arrivavano circolari prefettizie che si potevano definire strane, se non preoccupanti.

 

In una di queste, del 18 aprile, che aveva come oggetto: Premi ai rinvenitori di proiettili inesplosi, il Prefetto Letta scriveva:

Il Ministero della Guerra ha disposto che il premio stabilito precedentemente con l’unito prospetto quale compenso da corrispondere ai rinvenitori di proiettili inesplosi sia d’ora in avanti raddoppiato. Dalla corresponsione di detti premi dovranno essere esclusi coloro che rimuovano proiettili dal luogo del rinvenimento [3].

 

Sorge spontanea una riflessione, visto che siamo ancora in periodo nominalmente di pace perché è già stata emanata una circolare che assegna una ricompensa a chi consegna proiettili inesplosi, di quali proiettili si tratta? A cosa si riferisce veramente l’ordinanza? Forse questa raccolta presagisce un futuro in cui il deficit bellico italiano ci porterà al disastro?

 

Il 18 maggio ’40 il Prefetto Letta, in qualità di presidente del Comitato Provinciale di Protezione  Antiaerea, informava che: L’annuale esercitazione antiaerea si terrà nei giorni 25, 26, 27 del mese [4].

 

Dalla circolare si apprendeva che i Comuni erano divisi in due gruppi: quelli per i quali era previsto l’oscuramento parziale e quelli che dovevano effettuare l’oscuramento totale dell’illuminazione pubblica. Di quanto sopra erano state informate le società elettriche che avrebbero preso accordi con i comuni stessi.

 

I privati dovevano mantenere il buio assoluto nelle loro case. Il grado di oscuramento totale sarebbe stato controllato da aeroplani.

 

L’Italia che era uscita vincitrice da una feroce guerra coloniale, trionfante per il suo esito, improvvisamente si trovava a dover fare i conti con un futuro incerto. Le prime esercitazioni antiaeree si erano svolte già nell’autunno del 1939.

 

Inizio della guerra, provvedimenti di difesa

Mussolini dichiarò guerra a Gran Bretagna e Francia il 10 giugno 1940.

 

Il 20 giugno 1940 il Prefetto invitava ad applicare segnalazioni distintive per evitare bombardamenti su ospedali ed edifici adibiti ad attività dello stesso tipo. Tali istituzioni non erano presenti a San Martino e quindi il Podestà non ne diede comunicazione pubblica, ma queste circolari, e altre che furono emanate in tempi in cui la crisi era ancora lontana, non poterono non dargli da riflettere.

 

Il 27 Giugno il questore Augugliaro inviava ai Podestà una circolare dall’esordio preoccupante:

In considerazione dell’attuale stato di emergenza e allo scopo di evitare danni gravissimi che potrebbero derivare da incursioni aeree nei depositi di celluloide, pellicole cinematografiche, di gas compressi o liquefatti e negli impianti di refrigerazione e simili, di ammoniaca liquefatta, il Ministero dell’Interno ha disposto che se esistano di tali depositi od impianti dentro gli abitati siano subito trasferiti in edifici isolati..[5]

 

San Martino non era interessata neppure a questo problema ma il senso di un futuro pericoloso si faceva più pesante.

 

Il 17 agosto il Prefetto Letta scriveva:

Viene segnalato che in alcune campagne vengono accesi, di notte, fuochi all’aperto [6].

Erano i tradizionali fuochi che si facevano in campagna. Le disposizioni per l’oscuramento antiaereo vietavano che di notte si bruciassero le “stoppie”; pertanto tale operazione doveva essere fatta senz’altro di giorno. Una ancestrale abitudine veniva così proibita suscitando sicuramente perplessità nei nostri contadini.

 

In modo più dettagliato il 5 agosto dell’anno seguente, protocollato l’8, il Prefetto scriveva:

A partire da oggi, l’inizio dell’oscuramento in tutto il territorio della provincia ha inizio alle ore 21,30 e termina alle ore 5,30. Poiché ho dovuto notare che, in questi ultimi tempi, le norme sull’oscuramento sono state molto trascurate da parte dei privati e specialmente dagli esercizi pubblici, prego di intensificare al massimo la vigilanza…[7] Seguivano le solite minacce di sanzioni.

 

Il 3 settembre il Prefetto comunicava ai Podestà che nei territori del terzo Reich erano stati lanciati congegni incendiari. Ognuno di questi consisteva in una piccola lastrina di celluloide con foro rotondo al centro, su cui era applicata una pillola di fosforo da 0,5 –1g. si riteneva (?) che la lastrina fosse ricoperta da una garza imbevuta in un liquido che evaporava prima dell’acqua e, dopo la sua evaporazione, il fosforo a contatto dell’aria, prendesse fuoco incendiando anche la lastrina. Oltre a tali congegni erano stati trovati  sacchetti di lino pieni anch’essi di fosforo[8].

 

Tutto questo poteva provocare incendi in terreni boschivi. Il fosforo bruciava sprigionando un fumo bianco tossico per cui si raccomandava di operare in sua presenza muniti di maschere. Per spegnere la sua fiamma bastava ricoprirlo di terra in modo da eliminare il contatto con l’aria.

 

Nel 1941 il Ministero dell’Interno inviava a tutti i Podestà una pubblicazione molto più dettagliata sull’argomento.

 

Nella notte tra il 20 e 21 ottobre del 1940 i bimotori della RAF lanciarono alcune bombe nella zona di Porta Vescovo, via XX Settembre, via Nicola Mazza.

 

“La prima formazione di bombardieri che venne per colpire Porta Nuova (erano così tanti) faceva un rumore che intimoriva. Io scappai su per Marcellise, ma all’altezza del Campagnol sentii un fischio impressionante, mi stesi a terra e la bomba cadde dietro al “rocòlo” che si trovava a poca distanza dalla casa. Fece una buca profonda ma non danni.”

 

Il regime aveva approntato una serie di sbarramenti con palloni aerostatici la cui efficacia fu evidentemente inadeguata.

 

Avendo presente la scarsa entità dei nostri sistemi difensivi l’8 dicembre il Prefetto inviò alle varie amministrazioni comunali la seguente ordinanza:

E’ occorso rilevare che i palloni degli sbarramenti aerei strappati dagli ormeggi siano stati ricuperati in condizioni da non essere più riparati, perché fortemente danneggiati [9].

 

Il Ministero della Marina  era interessato fortemente al loro recupero in condizioni ottimali. Pertanto invitava ed esortava:

Si prega di portare a conoscenza della popolazione -senza peraltro ricorrere alla stampa ed a pubblici manifesti- che il predetto Ministero concederà premi in denaro a coloro che riconsegneranno sollecitamente ed intatti i palloni eventualmente trovati.

 

Seguivano le solite minacce di severe sanzioni agli inadempienti. In che modo il Podestà potesse informare la popolazione non viene suggerito!

 

Su questo argomento di ben altro tono sarà la circolare inviata dal Prefetto il 25 luglio 1942, protocollata il 28.

Oggetto Palloni di provenienza nemica:

In questi ultimi tempi, come è noto, sono affluiti sul nostro territorio molti palloni di provenienza nemica, alcuni dei quali usati per ostruzioni aeree e trasportati in Italia da forti venti, altri adoperati come mezzo di propaganda, altri ancora con scopi non ben accertati (questa ultima frase lascia piuttosto perplessi), e che pertanto è necessario sottoporre a opportuna vigilanza [10].

 

Si pregava di informare la popolazione di questo fatto e di invitarla a informare le autorità di P.S. e i carabinieri di eventuali ritrovamenti. A margine il Podestà scrisse di aver allertata la popolazione.

 

Provvedimenti antisabotaggio

Il governo cominciava a preoccuparsi di possibili attentati a strutture importanti per lo sforzo bellico e il 25 settembre del 1941, protocollato il primo ottobre, emanava le Norme da osservare in relazione alle esigenze di guerra.

 

In esse si affermava che:

All’autorità militare è affidata, in tempo di guerra, la sicurezza delle comunicazioni, impianti stabilimenti vari di interesse nazionale [11].

 

Pertanto gli appartenenti alle forze armate assumevano il ruolo di sentinelle dei luoghi sopra citati ed erano autorizzati a far uso delle armi qualora avessero notato persone aggirarsi nelle loro vicinanze. Erano autorizzati anche a vietare “nel modo più assoluto” l’accesso alle stazioni, uffici, magazzini materiali, piani caricatori ecc… per tutto il tempo che l’avessero ritenuto necessario.

Era vietato a persone non addette al servizio di stazionare vicino alle rotaie ferroviarie, ai passaggi a livello aperti, ai viadotti, ai tunnel, fermarsi o circolare nel recinto delle stazioni, introdurvi autovetture o animali. Era vietato soffermarsi presso gli sbocchi delle gallerie, vicino ai pozzi d’aria e alle finestre delle gallerie stesse.

 

Le autorità militari e quelle di P.S. hanno facoltà di vigilare le località, anche abitate, adiacenti e prospicenti le ferrovie ed imporre la chiusura, temporanea o permanente di finestre, porte od altre aperture adiacenti o prospicienti alle linee ferroviarie, stazioni, impianti ferroviari, stabilimenti, cantieri, ecc..

 

Era vietato fotografare gli edifici in oggetto. Era fatto obbligo a chiunque cogliesse persone intente a trasgredire a dette norme o si avvedesse che intendevano danneggiare le ferrovie, o a raccogliere notizie di interesse militare, di opporvisi e arrestare i colpevoli, o avvertire i RR.CC., o le autorità di P.S., o gli agenti della scorta pubblica ai treni. Seguivano le solite minacce di sanzioni.

 

Il timore sempre più forte della creazione di un fronte interno induceva il comando di sottozona militare di Verona Vicolo San Salvatore vecchio nr. 4 tel 33 08, a inviare il 18 Febbraio del ’43, protocollata il 22, ai Podestà della provincia e per conoscenza al Prefetto e comando di zona militare sez. Difesa, una nota Urgente Riservata Personale che li invitava -per l’organizzazione e l’impiego di reparti antiparacadutisti- a segnalare a questo comando, con cortese urgenza, il nominativo e l’indirizzo preciso di due persone residenti nel capoluogo e che siano conoscitori perfetti del territorio del comune. Tali persone, fisicamente idonee, verranno adibite come guide civili, per il nucleo a.p. che eventualmente dovesse operare nel territorio. Una di esse dovrà essere sempre reperibile, sia di giorno che di notte.

Firmato il comandante dei RR.CC. della sottozona [12].

 

Evidentemente la sorveglianza non era abbastanza accurata se un anno dopo, il 22 marzo del 1944, la Guardia Nazionale Repubblicana Legione Tenenza dei Carabinieri, distaccamento di San Martino Buon Albergo, scriveva alla Prefettura di Verona, sezione Antisabotaggio, al Commissario Compartimentale delle FF.SS. di Verona, al Comando della Compagnia Sub. dei Carabinieri di Verona, al Comune di San Martino Buon Albergo segnalando che:

 

Verso le ore 5,40 di oggi, 22 andante, la guardia Ferrarini Giovanni, addetta alla sorveglianza delle linea telefonica e ferroviaria in questo comune, alle dipendenze delle Sezione Antisabotaggio in indirizzo, al Kg.(?) 156,100 circa della linea Verona-Venezia ha udito partire due colpi di moschetto o fucile sparati da persona sconosciuta che si trovava sul treno merci n. 5805 in movimento e diretto da Verona verso Vicenza, i quali colpi causavano la rottura di un filo telefonico delle FF.SS…[13]

 

Questo rapporto ci induce a qualche riflessione. La prima è: come si svolgeva la sorveglianza sui treni se una persona munita di un fucile poteva tranquillamente stare in un vagone e riuscire a sparare senza essere scoperta? Perché il colpo non era stato sentito dagli agenti di scorta del merci? La seconda è di ammirazione per la mira di un tiratore che riusciva a colpire un filo telefonico sparando da un mezzo in movimento.

 

Un anno dopo il 25 Marzo ’45 protocollato il 30, il Comando Settore Antisabotaggio Sorveglianza Linee Ferroviarie e Telefoniche,  presso la prefettura, scriveva:

Oggetto atti di sabotaggio alle linee telefoniche. In questi giorni sono aumentati gli atti di sabotaggio alle linee telefoniche: taglio di fili di rame ed asportazione.

La natura del grave reato- il quale comporta l’immediata fucilazione dei responsabili- rivela indubbiamente lo scopo per il quale esso viene compiuto: procurarsi la materia prima onde ricavarne il solfato di rame per l’irrorazione dei vigneti. Mentre si invitano i Comuni interessati a dare disposizione agli agenti a.s. (antisabotaggio) perché intensifichino la sorveglianza delle linee telefoniche, si informa che i Comandi Militari Germanici, quando si verificano reati del genere senza scoprirne gli autori, adottano severe misure di sicurezza verso la popolazione del Comune in cui essi sono avvenuti (è una seria minaccia di rappresaglia) nonché la denuncia al Tribunale Militare di guerra degli agenti colpevoli di negligenza in servizio. Quando avvengano questi episodi i Podestà devono informare il Comando Tedesco, l’ufficio scrivente e il competente distaccamento G.N.R. perché facciano indagini e perquisizioni nelle abitazioni degli agricoltori sospetti onde rintracciare la refurtiva.

Comandante col. Roberto Rizzolo[14].

 

Ma l’11 Aprile 1945 il Comando di Piazza di San Martino scriveva sullo stesso argomento, in modo piuttosto sarcastico:

 

Oggetto Atti di sabotaggio alle linee telefoniche.

Al Signor Zamboni, Podestà di San Martino. Negli ultimi giorni la linea telefonica che da San Martino B.A. va a Caldiero è stata interrotta tagliandone il cavo sino alla lunghezza di 150 metri. Vi prego d’istruire i Vostri uomini addetti al servizio antisabotaggio di badare anche alle nostre linee telefoniche. [15]

 

C’è da chiedersi, infatti, quale fosse il compito di questo servizio visto che i mezzi di comunicazione (ferrovie e telefono) erano elementi vitali per la difesa.

 

Lotta contro azioni di spionaggio

Anche la lotta contro le azioni di spionaggio che stava diventando sempre più importante induceva il nuovo capo della Provincia Bogazzi, subentrato a Cosmin nel maggio del ‘44, a inviare il Bollettino N° 16 del 5 giugno del 1944 – XXII (protocollato il 12).

 

Per opportuna norma, si comunica la seguente ordinanza emanata, per ragioni militari, dal Capo Superiore delle Informazioni presso il Generale Plenipotenziario delle Forze Armate Germaniche in Italia, con l’avvertenza che gravi pene saranno applicate a carico dei trasgressori:

Per la difesa contro lo spionaggio con piccioni viaggiatori e altro spionaggio nell’Italia occupata, sono indispensabili le seguenti misure:

 

1 Consegna di tutti i piccioni viaggiatori, e altri piccioni idonei per trasmissioni di messaggi, da parte degli allevatori e possessori italiani di piccioni viaggiatori alle ”Feldkommandanture”;

2 Uccisione di tutti i piccioni consegnati, e assegnazione agli ospedali [16].

 

Da questo testo, da quelli che lo hanno preceduto e da altri che seguiranno, si evince che tutto il potere civile e militare era ormai demandato alle Forze Armate Germaniche e il Prefetto era solo colui che trasmetteva i loro ordini.

L’autonomia dello stato italiano non esisteva più. Veniva fatta anche ufficialmente una grave ammissione: il nostro paese era ormai invaso dalle forze alleate.

I viveri scarseggiavano e gli sventurati piccioni sarebbero andati a integrare le insufficienti riserve di cibo degli ospedali.

 

Provvedimenti di contingentazione

Un problema che si aggravò nel tempo fu quello della mancanza di cibo. All’epoca della guerra d’Africa l’Italia era stata colpita dall’embargo per far fronte al quale il regime aveva impostato una forte campagna di autarchia.

 

Da questa situazione, anche dopo la cessazione delle azioni belliche, i consumi degli italiani erano stati sempre molto misurati, incoraggiati da esortazioni propagandistiche. Poiché era la donna che di solito si occupava della spesa, i giornali femminili traboccavano di ricette per riciclare gli avanzi ed utilizzare parti di verdure che altrimenti sarebbero stati scartati es. i baccelli dei piselli.

Ora, dopo l’entrata in guerra, l’Italia risentiva ancora di più gli effetti della carenza di materie prime a cui non poteva supplire a sufficienza l’alleato tedesco. Già nel 1939 erano aumentate le restrizioni dei consumi.

Dal 1 settembre di quell’anno i bar dovevano servire il surrogato al posto del caffè e non potevano tenere aperti più di 3 pacchi da 100 grammi di zucchero alla volta.

 

Il 6 maggio 1940 veniva promulgata la legge n.577 dal titolo: Norme per il razionamento dei consumi.

 

Art 1 Il Ministro per le Corporazioni [17], di concerto con il Ministro per l’agricoltura e le foreste, e con quello dell’Interno, ha facoltà di disporre con decreto da pubblicarsi sulla Gazzetta Ufficiale, il razionamento dei generi di consumo, di mano in mano che se ne presenti la necessità e di emanare le relative norme di esecuzione.

Art.2 Per l’attuazione del razionamento, di cui all’articolo precedente, è fatto uso di una carta annonaria da rilasciarsi da ciascun Comune ai consumatori residenti nel Comune stesso.

Art. 3 Per effettuare la distribuzione dei generi razionati il Ministero delle Corporazione può valersi degli enti economici già esistenti o degli enti che saranno costituiti a cura dalle organizzazioni sindacali e cooperative, sotto il controllo del Ministero medesimo.

 

Seguivano le solite sanzioni da comminarsi a quanti avessero trasgredito alla legge.

 

La carta annonaria era una tessera nella quale erano stampati dei bollini. Ogni bollino permetteva di comprare, in quel giorno, a un certo prezzo, un certo genere alimentare, nel negozio scelto.

 

Se esso non veniva acquistato si perdeva il diritto di averlo.

 

Ogni prodotto doveva avere una caratteristica merceologica ben precisa. Per esempio la farina da panificazione doveva essere una miscela stabilita di farine, ma con il procedere della guerra diventò sempre meno rispondente al decreto.

 

Teoricamente si dovevano raccogliere i vari prodotti razionati suddividendoli secondo le necessità locali tenendo conto del numero degli abitanti. L’assegnazione era diversa anche a seconda delle categorie della popolazione di quel Comune: donne, bambini, malati, lavoratori dell’industria. La distribuzione dei generi alimentari contingentati avrebbe dovuto essere corretta visto che anche per i negozianti era prescritto un modulo di carico e scarico delle derrate che venivano loro destinate.

 

Il sistema invece non funzionò: per l’irregolarità dell’approvvigionamento dei generi razionati, perché non furono rispettati gli standard minimi di consegna dei prodotti, per gli abusi compiuti dai distributori, per l’accaparramento delle tessere annonarie da parte di personaggi che erano in grado di farlo.

 

Innumerevoli furono anche le adulterazioni che permettevano a distributori e negozianti disonesti di mettere da parte scorte da vendere fuori tessera. Es. il latte annacquato o addizionato di latte di calce.

 

Gli agricoltori avrebbero dovuto portare all’ammasso i loro prodotti ma non sempre questo succedeva e alcuni cittadini, che avevano il loro “contadino di fiducia”, partivano in bicicletta dalle città per rifornirsi di quello che potevano. Questo fenomeno interessò anche il nostro paese [18]

 

Tutti questi fattori contribuirono allo sviluppo di un fiorente mercato nero.

 

San Martino, allora un paese a economia agricola, soffriva la penuria di generi alimentari meno di altre realtà, ma il fenomeno esisteva anche da noi e qualche borsaro si recava in macchina anche fuori provincia per rifornirsi della merce che occorreva.

 

Questo non avveniva senza un notevole margine di rischio, come mi è stato raccontato da uno di loro.

 

Per supplire a ciò che non si trovava lo si sostituiva in vario modo. Al caffè tostato: cicoria, segale, orzo, tarassaco, bucce d'arancia, ghiande… Il tè fu rimpiazzato dal Karkadè ricavato da petali di Ibisco, da infusi con bucce di frutta: mele, pere… Il pane si faceva anche miscelando panico, miglio, sorgo, farro, mais, segale, castagne e ghiande macinate.

 

Già nel 1940 erano stati creati gli orti di guerra che erano coltivati da comuni cittadini e da giovani del P.N.F.

 

Diventando sempre più drammatica la situazione alimentare italiana, il regime decise di regolamentare questa istituzione. Il 21 giugno 1943 il Dopolavoro Provinciale di Verona inviava ai Presidenti di Dopolavoro, ai Podestà, ai Segretari dei Fasci, una lettera avente per oggetto:  regolarizzazione dell’impianto e della gestione degli orti di guerra.  

 

Urgentissima.

Con Regio Decreto Legge in corso di pubblicazione, viene demandata all’Opera Nazionale Dopolavoro la regolarizzazione dell’impianto e della gestione degli orti di guerra, intendendo come tali le aree fabbricabili in attesa della loro utilizzazione; le aree di demanio pubblico, le superfici libere nei parchi o giardini anche se appartenenti a privati, e i relitti o terreni situati entro il perimetro -dei centri abitati- e loro immediate vicinanze, che siano adibiti a proficua coltivazione agraria. […]

L’Opera Nazionale Dopolavoro ha altresì il compito di vigilare sulle coltivazioni degli orti di guerra e d’intesa con l’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura di dare le direttive tecniche che si ritengono necessarie.

Pertanto entro il 10 luglio 1943 XXI° (la burocrazia fascista non lasciava mai troppo tempo) chiunque coltivi “Orti di guerra” o -possieda aree suscettibili ad essere trasformate- in orto di - guerra, deve farne denuncia al Dopolavoro Provinciale Via Quintino Sella 4-Verona, indicandone l’ubicazione, l’estensione e culture in atto.

Dalla denuncia sono esentate le Pubbliche - Amministrazioni le quali peraltro, devono –limitarsi alla semplice comunicazione al- Dopolavoro Provinciale degli “orti di guerra” da esse coltivati con le indicazioni di cui sopra […][19]

 

Le disposizioni sopra riportate non si dovevano applicare alle aree verdi di servizio pubblico come treni e posta, ecc..

 

Seguivano le solite severe sanzioni. Possiamo immaginare come abbiano accolto questo “Regio decreto” i nostri concittadini. In pratica chi aveva un pezzo di terreno in cui coltivava le proprie verdure avrebbe dovuto denunciare il tutto e non avrebbe potuto tenersi il prodotto ma consegnarlo all’ammasso.

 

Oltre a quelli famigliari che non furono denunciati, a San Martino di quelli ufficiali se ne trovavano anche lungo la statale.

 

Nelle grandi città orti di guerra vennero istituiti in luoghi storici. Ad esempio a Roma nei giardini del Foro Imperiale e dietro all’altare della Patria. Nella piazza del Duomo a Milano e in piazza Castello a Torino si trebbiava il grano. Ma l’operazione non risolse i problemi della popolazione e fu soltanto una manovra propagandistica. 

 

Dall’aprile del 1940 la carne non fu più in vendita nei negozi, né servita nei ristoranti il mercoledì, giovedì e venerdì. Ma anche nei giorni nei quali la si poteva acquistare era di pessima qualità, e spesso avariata, come da miei ricordi personali.

 

Fu incoraggiato il consumo del pesce che si poteva pescare nei nostri quattro mari e costava molto meno. Tutto ciò per ridurre l’importazione dall’estero.

 

Furono emanati una serie di decreti ministeriali che vennero ad ampliare sempre più le restrizioni alimentari: dicembre 1940 -Istituzione della carta annonaria per farina, riso e pasta; marzo 1941- integrazione alla carta annonaria per panna, latte e burro; ottobre 1941- integrazione per oli e grassi commestibili.

 

In una circolare del Unione Fascista dei Commercianti della provincia di Verona dal titolo Disciplina per la consegna delle uova del 28.03.’42 si ricordava che i centri di raccolta erano San Bonifacio, Arcole, Legnago, Sanguinetto, Ca’ di David. La raccolta iniziò il 17 ottobre. Nel novembre del ’43 venne razionato anche il sale.

 

“Non c’era il sale, e lo dovevamo comprare al mercato nero.”

  

Le dosi acquistabili diminuirono con il passare del tempo: per esempio la razione giornaliera di pane nel 1941 era di 200 grammi giornalieri, nel 1942 di 150.

 

Per l’abbigliamento fu istituito il sistema dei punti. Ogni adulto aveva diritto a 120 punti l’anno, 90 i ragazzi, 72 i bambini. Un paio di scarpe valeva 80 punti, un vestito da donna 60, un cappotto tipo lana 80, un paio di zoccoli 10, un paio di calze 10…

 

La fame che cominciava a farsi sentire in tutta la provincia induceva il Prefetto, con ordinanza 23 agosto ’43, protocollata il 2 settembre, a vietare l’uccisione dei gatti.

 

Molto più sollecito e dettagliato era stato il Prefetto di Vicenza che, probabilmente conoscendo i suoi amministrati, già il 3 marzo del 1943 scriveva:

Vista la nota del Ministero dell'Interno, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, del 15 febbraio u.s. n.15320/10089, con cui si segnala una crescente distruzione di gatti per la utilizzazione delle carni, dei grassi e delle pelli; ritenuto necessario e urgente eliminare il grave inconveniente prodotto dalla rarefazione dei gatti, a cui consegue un aumento dei topi, che oltre che apportare gravi malattie, recano danno alle derrate alimentari, specie quelle depositate negli ammassi; visto l'art. 19 del T.U. della Legge Comunale e Provinciale approvato con il R.D. 3 marzo 1934 n.383; decreta: E' vietata la uccisione dei gatti per la utilizzazione delle carni, dei grassi e delle pelli. I contravventori incorreranno nelle penalità comminate dall'art. 650 del Codice Penale. Il Podestà e i Commissari  Prefettizi della Provincia, gli agenti della Forza Pubblica, l'Arma dei CC e gli agenti della Polizia Giudiziaria sono incaricati della esecuzione del presente decreto e di vigilarne l'osservanza.

Il Prefetto Neonis Dinale.

 

In questa situazione di penuria i nostri concittadini uno spiraglio lo trovavano per avere un qualche vantaggio, come ad esempio prendere a noleggio delle mucche dal comando tedesco.

 

E’ del 26 novembre del ’44 un contratto tra un nostro concittadino abitante alla Fumanella e l’amministrazione germanica nel quale si leggeva che venivano cedute due mucche che però restavano di proprietà tedesca. Il contadino si impegnava a non farle sparire e, in caso di una eventuale requisizione, sarebbe bastato produrre questo documento per evitarla.

L’animale doveva conservare il peso prescritto, e se all’atto della restituzione avesse pesato di più, l’amministrazione avrebbe compensato l’affidatario. Essa si riservava di ritirare le mucche quando lo ritenesse utile. Per il mantenimento delle medesime il contadino non avrebbe avuto nessun compenso ma avrebbe potuto adoperarle per i lavori campestri. Il guadagno dal loro sfruttamento sarebbe rimasto a lui [20].

 

Questo accordo “vantaggioso” presentava anche lati sgradevoli.

 

Infatti il 22 febbraio ’45 le mucche furono ritirate e il 3 marzo venne compilato un preciso resoconto del loro peso e si scoprì che gli animali affidati a due contadini avevano perso rispettivamente uno 5 chili e l’altro 50. Era un danno che doveva essere ripagato, moltiplicando la perdita di peso per 25 lire.[21]

 

Il 17 marzo uno degli affittuari scriveva al Podestà pregandolo di esentarlo da pagare le 1.275 lire di multa richieste perché la mucca gli era stata consegnata gravida e in tale stato era ritornata ai tedeschi. Essa era invece aumentata di peso di 40 chili come poteva provare mediante testimoni.[22]

 

Razionamento delle materie prime

 A San Martino l’energia elettrica in molte abitazioni non c’era, ma qualcuno, ingegnosamente, la rubava mediante un filo conduttore, non senza rischi sia fisici che penali. In altre famiglie di sera si accendeva una candela, in altre un lume a petrolio. Anche su questo combustibile il razionamento era strettissimo, tenuto conto che era difficile da importare.

 

Non eravamo ancora in guerra con gli Stati Uniti, che erano tra i nostri maggiori fornitori di petrolio, ma per dare l’idea dei loro sentimenti verso l’Italia vale la pena ricordare che in alcuni giornali satirici americani si trovavano vignette che lanciavano messaggi del tipo: ”Sono ritornati al fuoco delle fascine, basterà ancora una spinta e torneranno ai carri con ruote di pietra”.

 

Il 16 gennaio 1942 Il Consiglio Provinciale delle Corporazioni di Verona informava il Podestà di aver assegnato per quel mese alla ditta Repele Vittorio, con sede in Verona, 40 Kg di petrolio da illuminazione

[…] da ripartirsi ai dettaglianti di codesto Comune affinché alla loro volta provvedano alla minuta vendita […]. [23]

 

Il grossista avrebbe provveduto a trasmettere al Comune l’elenco dei commercianti al dettaglio ai  quali veniva consegnato il combustibile e in che quantità.

 

[…] data la limitata assegnazione che il competente Ministero ha stabilito per la Provincia di Verona, si rende oltremodo necessario che da parte vostra venga effettuato un rigoroso controllo affinché il petrolio di cui trattasi venga equamente distribuito alle famiglie che ne hanno veramente bisogno, tenendo presenti le necessità delle frazioni e in particolare le località che sono prive del collegamento elettrico [...]

 

Il 30 gennaio ’42, protocollato il 3 febbraio, il Prefetto scriveva:

Come è noto, a causa delle mancate piogge autunnali, della persistente siccità (l’energia a quei tempi era prodotta per buona parte da centrali idroelettriche) e della necessità di limitazione del consumo di combustibile nelle centrali termiche di integrazione, è venuta a determinarsi una eccezionale situazione di scarsa disponibilità di energia elettrica. Si rende, pertanto, necessario limitarne il consumo al minimo indispensabile [24] [...].

 

Non esistendo centrali nucleari, le uniche altre fonti di energia erano il carbone la cui produzione nazionale si basava su un numero piuttosto ridotto di miniere e il petrolio.

 

Si disponeva quindi di: ridurre il numero delle lampadine in casa e la loro accensione di notte; evitare che negozi e locali pubblici illuminassero le vetrine, e l'uso di eccessiva luce all’interno dei locali stessi; proibire l’illuminazione durante il giorno dei banchi di vendita all’aperto; vietare il riscaldamento mediante energia elettrica.

 

Razionamento del carbone

Già nel 1940, il Ministero delle Comunicazioni (Direzione Generale delle Ferrovie dello Stato servizio approvvigionamenti Ufficio monopolio Carboni), inviava a tutti i Comuni del Regno, in data 27 aprile, stranamente protocollata a San Martino con la stessa data, una ordinanza con oggetto: Fabbisogno carbone per il riscaldamento delle scuole.

 

In essa si leggeva:

Le difficoltà incontrate negli approvvigionamenti di carbone, a causa dell’attuale situazione internazionale, impongono una rigida economia nei consumi ed una severa disciplina di tutti i consumatori […]. [25]

 

Agli italiani che ormai da 6 anni si erano adattati ai sacrifici dell’autarchia si chiedeva una ulteriore disciplina. Si informava che per perseguire tale scopo, fin dal 1 marzo u.s. i carboni di importazione (quelli italiani producevano meno calore e contenevano più scorie) venivano assegnati solo ai possessori di speciali buoni. Buoni analoghi sarebbero stati distribuiti anche per il coke e per quelli nazionali Arsa e Sulcis.

 

Questa ordinanza, oltremodo significativa, ci fa capire che c’era chi era in possesso di speciali buoni per ottenere carboni pregiati, e non necessariamente solo ospedali o istituzioni di questo tipo.

 

Per permettere il riscaldamento nelle scuole nella misura strettamente necessaria si invitavano i Comuni a comunicare la quantità di combustibile usata nell’anno precedente, ’39-’40 e quella prevista per ’40-‘41. Tale comunicazione doveva essere compilata accuratamente entro il 10 maggio affinché si provvedesse in tempo utile al rilascio dei buoni indispensabili per il rifornimento presso gli abituali fornitori[26].

 

Ma il 10 gennaio 1944 una maestra annotava nel registro di classe:

Si riprende la scuola dopo le vacanze natalizie. In noi un desiderio di ripresa e di riguadagnare tanto tempo perduto - ma nell’aula si gela. Non è stato mandato un solo pezzo di legna, mentre ci era stato promesso che dopo le vacanze si sarebbe incominciato il riscaldamento dell’aula. Siamo tutti lividi e intirizziti e malgrado la nostra buona volontà non è possibile svolgere il nostro lavoro.

 

Requisizione metalli

Era cominciato da tempo anche il censimento dei metalli: rame, bronzo nichel e nel corso del 1941, fino al maggio del ’43, si susseguirono una serie di decreti prefettizi[27].

 

Il rame, di cui l’Italia non aveva praticamente risorse, fu il primo a essere ricercato. Il 3 aprile 1940, protocollato il 27, il Prefetto Letta richiamandosi alla circolare 35001 del 27 dicembre 1939 che chiariva le norme del R.D.L. del 13 dicembre, relativa al censimento dei rottami e dei manufatti di rame, specificava, in accordo con la Presidenza del Consiglio e con il Commissariato generale per le Fabbricazioni di Guerra, che per i manufatti di rame denunciati ma inservibili, erano possibili con gli enti preposti cambi, baratti, permute, senza bisogno di autorizzazione, a condizione che gli oggetti nuovi dati in cambio avessero il peso e la funzione di quelli usurati:

[…] Cosicchè il detentore, costituito depositario degli oggetti medesimi, in forza dell’art. 3 del citato del R. decreto-legge, possa, in ogni momento, rispondere della specie e del peso dichiarati, ad evitare le sanzioni previste dall’Art. 9 della legge stessa [28].

 

11 settembre ’41, protocollato il 17, il Prefetto Letta inoltrava una circolare proveniente dal sottosegretario di Stato per le Fabbricazioni di Guerra. In essa si leggeva che:

[…] Mi perviene notizia che molto vasellame di rame non viene consegnato dai detentori agli Enti incaricati della raccolta, bensì viene impiegato per la produzione di solfato, adoperando all’uopo acido solforico che è possibile trovare in commercio (il solfato di rame veniva adoperato in agricoltura come anticrittogamico).

 

In tal modo viene sottratto agli scopi bellici l’acido solforico e d’altra parte viene diminuita la raccolta del vasellame con grave pregiudizio non soltanto di lavorazioni per le quali il vasellame stesso dovrebbe essere distribuito da questo Sottosegretariato, ma anche dalla produzione degli anticrittogamici destinati alla prossima campagna, essendo evidente che ove questo Sottosegretariato non avesse a raccogliere sufficienti quantitativi di vasellame in relazione alle previsioni, non potrebbe conservare il contributo promesso al Ministero dell’Agricoltura per la campagna stessa.

Rivolgo pertanto viva preghiera agli Enti in indirizzo perché con i mezzi a propria disposizione invitino i cittadini, rammentando loro le sanzioni previste dal R.D.L. 13/12/1940/XVIII N.1805 a non stornare dalla raccolta il vasellame che deve invece assolutamente ed integralmente essere versato agli Enti all’uopo incaricati e accentrato a disposizione di questo Sottosegretariato, esercitando in particolare opera di persuasione nei piccoli centri. [29]

 

Questa comunicazione prefettizia ci induce a pensare che nelle campagne i contadini con la loro intelligenza secolare avessero accumulato sufficienti conoscenze per mettere in moto il processo chimico che da acido solforico e rame produceva il solfato.

Inoltre che la loro radicata diffidenza li inducesse a non credere nelle future distribuzioni del verderame nazionale e preferissero contare sulle proprie risorse. Un sottile rifiuto del potere centrale, una specie di fronte interno.

 

Altra via seguiranno gli “Alambicchi e apparecchi di distillazione di rame” inattivi dal 1 gennaio 1940, come si legge nell’ordinanza del 13 ottobre 1942, protocollata il 19: gli alambicchi in oggetto non erano per il momento requisibili da parte dei comuni ma restavano a disposizione del Sottosegretariato per le Fabbricazioni di Guerra.

 

La loro requisizione doveva essere eseguita in base ad “Ordini di requisizione” emessi dall’Ente Distribuzione Rottami (Endirot) e con l’assistenza di un funzionario dell’Ufficio Tecnico delle Imposte Dirette che redigeva apposito verbale di distribuzione dei materiali requisiti.

 

A tutela degli interessi fiscali, (chi avrebbe consegnato gli alambicchi avrebbe dovuto anche pagare una tassa!) si vietava pertanto nel modo più assoluto a tutti i Comuni di rivolgere inviti e richieste di versamento degli alambicchi e degli apparecchi di distillazione in questione durante la raccolta in corso.

 

La requisizione di tali manufatti sarà a suo tempo predisposta dall’Endirot nei modi prescritti dal decreto del Fabbriguerra del 1° giugno 1942.[30]

 

Il 22 maggio ’43, protocollato il 30, il Prefetto, rifacendosi a una sua circolare del 19 febbraio, invitava tutti gli enti della provincia affinché procedessero a compilare un elenco delle maniglie e targhe di rame e sue leghe perché venissero requisite e sostituite con altro materiale. E aggiungeva, visto che le consegne non erano state numerose:

[…] Ciò fa sorgere il dubbio che molti enti non abbiano ancora iniziato il lavoro preliminare necessario per giungere ad una sollecita soluzione pratica, giacché il primo e indilazionabile adempimento cui avrebbero dovuto provvedere tutte le Amministrazioni e gli enti pubblici, per un’esatta applcazione della menzionata circolare, doveva essere quello di stabilire con esattezza il numero delle maniglie, pomi, targhe, ecc. da sostituire, notificandone il quantitativo al Ministero da cui dipendono. E ciò allo scopo di far conoscere il fabbisogno totale del materiale da predisporre per la sostituzione [...]

Poiché alcuni enti l’elenco non l’avevano ancora mandato […] si prega pertanto di far conoscere con urgenza, ad ogni modo non oltre il 30 corrente il fabbisogno dei materiali occorrenti per la sostituzione di tutte le maniglie, pomi e targhe di rame e sue leghe, che presentemente si trovino negli edifici degli enti cui la presente è diretta [...][31]   

 

Come abbiano fatto a San Martino a essere puntuali, non è dato di sapere. Ma al piede dell’ordinanza prefettizia la elegante calligrafia del Podestà Zamboni Montanari scriveva: “Occorre fare le seguenti sostituzioni: Maniglie per porte esterne n. 12, Maniglie per porte interne n. 55, Maniglie per telai a vetri n. 100, peso complessivo Kg 90, Da sostituirsi con lega di Zinco.”

 

Altro metallo ricercato era il bronzo. Già il 27 gennaio 1940 (quando la guerra non era ancora stata dichiarata) la circolare 881 aveva invitato i vari Podestà a notificare i monumenti in bronzo presenti sul territorio [32].

 

Il 15 febbraio ’41, protocollata il 18, una circolare riservata e personale indirizzata ai Podestà, al segretario federale e al Regio Provveditore agli studi che faceva seguito a una circolare del 19 agosto 1940, chiedeva un censimento di tutte le campane esistenti negli edifici pubblici.

 

Ciò per le necessità di realizzare bronzi nella maggior quantità possibile, per far fronte a urgenti e inderogabili esigenze dell’industria bellica e di altri settori dell’economia nazionale. L’eccezionalità del provvedimento e le ragioni che l’avevano determinato imponevano, evidentemente, che le esenzioni dalla raccolta, disposte con circolare n° 2571 Gab. dell’11 novembre u.s., dovessero essere ridotte al minimo per non frustrare gli scopi che si intendevano perseguire. [33]

 

Purtroppo il Prefetto si accorse che le esenzioni erano state così tante che la raccolta del materiale si era rivelata insufficiente e pertanto fece seguito con un’ulteriore nota:

[…] In deroga a quanto precedentemente comunicato in materia, il Sottosegretariato in parola ha stabilito, d’intesa con i Ministeri dell’Interno e dell’Educazione Nazionale, che le campane:

a) collegate agli orologi pubblici;

b) in dotazione delle scuole;

c) adibite per dare gli allarmi;

d)usate per funzioni di culto, sempre che siano di proprietà pubblica e non dell’ente del culto, che provvisoriamente erano state esentate, devono essere rimosse e consegnate all’Endirot. [34]

 

Conoscendo la furbizia italica il Prefetto aggiungeva:

Relativamente poi alle campane di asserito pregio storico od artistico, ricordo che il Ministero dell’Educazione Nazionale molto opportunamente ha chiarito che debbono essere escluse soltanto le campane aventi reale interesse storico od artistico.

 

Non bastava cioè che la campana fosse vecchia… e precisava:

La semplice vetustà non ha valore storico. Questo deve risultare altrimenti e concretamente per fatti storici di provata e conclamata importanza. Vengono annullate tutte le precedenti esenzioni ed esse dovranno essere consegnate a Endirot. […] Per le campane che dovessero avere pregio storico o artistico, mi farete pervenire, entro e non oltre il corrente mese, le proposte di esenzione, perché questa Prefettura possa predisporre la necessaria istruttoria [...].  

 

Lo stesso giorno su uno spazio restato bianco nell’ordinanza, con una calligrafia rabbiosa il Podestà annotava che: Non esistono in questo Comune campane di proprietà pubblica.

Naturalmente la risposta inviata al Prefetto sarà stata stilata con tutt’altri termini.

 

Il 24 febbraio ’41, protocollata il 28, in una nota riservata veniva richiesto il peso di monumenti targhe e motivi ornamentali in bronzo che erano stati segnalati a suo tempo in risposta alla citata circolare N°881. Sullo stesso foglio il Podestà annotava che l’unico manufatto era il monumento ai caduti che pesava 7 quintali.[35]

 

Due giorni dopo il 26 febbraio, protocollata il primo marzo, il Prefetto che evidentemente aveva l’impressione di non essersi spiegato bene, chiese di nuovo l’elenco dei monumenti e targhe in bronzo con il nome dell’autore e l’anno della fattura.

 

Il 4 marzo un esasperato Podestà Zamboni-Montanari scriveva sul retro della circolare:

In questo Capoluogo esiste il monumento in bronzo ai Caduti della Grande Guerra 1915-1918. Il monumento fu eretto nel 1923 e ne fu l’autore Prati Eugenio.

 

Sempre nel 1941 il Prefetto si rivolgeva ai vari Podestà scrivendo:

Per le note disposizioni sulla rimozione dei monumenti in bronzo, dovrebbe essere rimosso il monumento dedicato ai Caduti in guerra in codesto Comune. Prima, peraltro, di dare esecuzione a tale provvedimento, Vi prego di segnalarmi, con tutta sollecitudine, se vi ostino particolari motivi; ed esprimere il vostro avviso..

 

Tenendo presente la passione con cui ogni paese aveva partecipato alla realizzazione dei suoi monumenti, al senso di comunità che davano le lapidi con i nomi dei caduti, si può capire che queste requisizioni avvennero cercando di tenere la gente all’oscuro di tutto e mettendola davanti al fatto compiuto.

 

Alla fine anche il monumento ai caduti di San Martino fu asportato:

 

“Il nostro l’ho visto quando lo fecero cadere ed era più grande di quello che c’è adesso”.

 

In San Martino ’80 Agenore Bertagna scrive che ciò avvenne nel 1944, altri sostengono che sia successo prima dell’otto settembre, quando furono asportate tutte le cancellate. Esiste su questo fatto un’obliterazione della memoria dei nostri anziani concittadini come se non volessero ricordare l’offesa fatta alla comunità.

 

Non si salveranno neppure le campane delle chiese perché il regio decreto, ministeriale del Sottosegretariato di Stato per le Fabbricazioni di Guerra, N°505 del 23 aprile 1942 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 26 maggio chiedeva la consegna anche di quelle presenti nei luoghi di culto.

 

Quelle della chiesa di San Martino Vescovo furono messe in salvo da don Ambrosini, ma non quelle di Mambrotta (Appendice 2):

 

 “.. e ci dicevamo tra noi il vecchio proverbio: Campane a terra, persa la guerra.

 

Anche i pali ferrosi presenti lungo le strade e sulla ferrovia vennero requisiti.

 

Una circolare del 12 novembre ’41 protocollata il 19, lamentava che i pali ferrosi, che venivano via via sostituiti con quelli di cemento, fossero trattenuti nei magazzini dei vari enti proprietari mentre avrebbero dovuto confluire al centro raccolta metalli delle varie zone.[36]

 

Il 17 febbraio ’42, protocollato il 19, il commissario Militare alla raccolta, alle dipendenze del Sottosegretariato di Stato per le Produzioni di guerra, avente sede distaccata in Rovereto scriveva:

[…] mi occorre conoscere, nel più breve tempo possibile, quante panchine in ferro e ghisa e corpi di fontanelle pubbliche in ghisa si trovano nelle aree pubbliche del territorio di cotesto Comune. Con i dati suddetti prego indicarmi possibilmente il peso. Sarei grato se voleste dare alla pratica il carattere di urgenza.[37]

 

E terminava con un orgoglioso: Vincere! Il Commissario Militare alla raccolta Cap. Ughetto  Arrigo.

 

Il 14 aprile ’42, protocollato il 20, veniva disposto che le monete da 20 centesimi di nichelio puro (i famosi nichelini) cessassero il loro corso dal 30 dello stesso mese andando in prescrizione il 30 giugno. Le monete sarebbero state pagate a peso secondo il valore del metallo.[38]

 

Il 22 settembre '42, protocollata il 26, arrivava la seguente pressante richiesta:

E’ stato rilevato che in alcuni Parchi Pubblici, nei Palazzi comunali e in altri edifici pubblici, esisterebbero, quale ornamento, dei vecchi cannoni austriaci che nell’attuale momento potrebbero essere efficacemente utilizzati per produzione bellica. […] [39]

 

Il Prefetto nel chiedere se il Comune avesse manufatti di questo tipo e il peso stimato, invitava a dare risposta entro il 28 dello stesso mese (Così allora si muoveva la burocrazia!).

 

Il 30 ottobre ’42, protocollato il 9 novembre, veniva disposto il sequestro anche delle cancellate appartenenti a sudditi di paesi nemici. I manufatti dovevano essere consegnati al Commissario militare alla raccolta di Rovereto.

 

Provvedimenti in difesa della dignità della donna

Il regime annaspava, c’era carenza di materie prime per la produzione bellica. Una guerra che era iniziata come una passeggiata si rivelava in tutta la sua gravità. Il suo prolungarsi non era in previsione e l’armamento non era sufficiente. Mancavano gli uomini da arruolare: erano stati chiamati di leva i giovani fino al 1925, per i richiamati si arrivava fino al 1910. Si combatteva su più fronti, inizialmente con successo, ma la carenza di forniture militari si rivelava sempre più insostenibile.

 

Al potere interessava, comunque, di tenere le italiane al loro posto. E’ del 27 giugno 1941, protocollata a San Martino il 3 luglio, una circolare che si scagliava contro le donne che andavano in giro in pantaloni e, qualora fossero state in bicicletta, il mezzo doveva essere loro sequestrato.

 

Ben più preoccupante, segnale di una censura che stava diventando soffocante, era l’ordinanza del 13 settembre 1944 con oggetto: Letteratura popolare.

 

Il capo della Provincia Franco Bogazzi scriveva che il Ministero della Cultura Popolare aveva disposto il sequestro di tutta la cosiddetta letteratura popolare (romanzi, racconti gialli, novelle, opuscoli, biografie, romanzetti, trame di film, varietà ecc.) dato il carattere negativo di tali pubblicazioni: sia dal punto di vista letterario che del decoro editoriale.

 

Proseguiva con:

[…] Al fine di dare immediata attuazione a tali norme, dispongo che in tutti i comuni della provincia vengano immediatamente sequestrate dalle librerie, edicole e rivendite, tutte le pubblicazioni che per il carattere, il c ntenuto, il formato e il prezzo debbano ritenersi comprese nella letteratura popolare, cernita che cmunque deve essere effettuata con carattere largamente estensivo in casi di dubbio [...]

Il materiale sarebbe stato rimesso in vendita dopo l’eventuale approvazione.

 

[…] I Podestà provvederanno a diffidare inoltre le eventuali tipografie, che localmen te provedessero alla stampa di tali pubblicazioni, a munirsi preventivamente dell’autorizzazione ministeriale da richiedere tramite l’Ufficio Stampa di questa Prefettura. [40]

 

Questa ultima ordinanza, senza essere esplicita, si rivolgeva essenzialmente alla donna.

Quale vero fascista, e in Italia tutti gli uomini erano fascisti, avrebbe letto “la cosiddetta letteratura popolare” ?

 

A lei non doveva essere più permesso di svagare in qualche modo la mente. Un’opprimente tristezza doveva essere lo stato d’animo. Eravamo in guerra, una guerra ormai persa, invasi da tedeschi e da alleati. Molti uomini erano al fronte, alcuni morti, o dispersi, o nascosti, o partigiani, o prigionieri sparsi per il mondo, o soldati della Repubblica di Salò.

Era sottoposta a incursioni e bombardamenti aerei, rimasta spesso la sola responsabile della famiglia, costretta a cercare in tutti i modi come procurarsi il cibo, a lavorare fuori casa per sopravvivere, questo era il vissuto quotidiano della italiana comune che fino a pochi anni prima doveva solo restare a casa, fare la sposa e fare tanti figli.

 

Accantonamento delle truppe dell’esercito italiano

Altro problema era l’accantonamento delle truppe in transito o stanziali. Il 9 agosto 1940, protocollata il 17, il Prefetto Letta emanava un’ordinanza su: Occupazione di locali scolastici per accantonamento di truppe.

 

In essa scriveva che:

Il Ministero dell’Educazione Nazionale, giusta Superiori disposizioni, ha concesso l’occupazione di locali scolastici per accantonamento di truppe, per ospedali e per uffici militari, ecc. Nella generalità dei casi le concessioni sono state consentite in seguito ad accordi tra le competenti autorità, alla condizione che alla riapertura dell’anno scolastico saranno restituiti alla normale destinazione i locali necessari al funzionamento delle scuole[...] [41]

 

Il Podestà veniva invitato ad accordarsi con le competenti autorità perché i locali occorrenti, salvo casi veramente eccezionali, fossero resi liberi e, convenientemente riattati, restituiti alla loro funzione. Desta qualche inquietudine il riferimento ai casi veramente eccezionali. Cominciava così l’odissea della scuola di San Martino che verrà occupata più volte in futuro anche dall’amministrazione alleata.

 

Nel 1942 nel nostro paese, come già successo più volte in passato, si acquartierarono delle truppe, che in questo caso appartenevano al genio trasmettitori della Celere. Non essendoci edifici adatti si sistemarono alla meglio. I più erano nella ex vetreria, pochi dormivano anche nella sede della vecchia lavorazione di stracci nella corte Gonella, al ponte del Cristo.

 

Le cucine erano all’inizio di Via Pasubio. Davanti passava uno dei tanti fossi del nostro paese e i giovani soldati ci andavano per lavarsi gli indumenti. “Impietosite” le ragazze si offrivano di aiutarli. Ci furono tanti “fidanzamenti” che la guerra si incaricò di troncare perché il reparto in luglio se ne andò destinato al tragico fronte russo.

Un anno dopo al loro posto sarebbero arrivati i tedeschi.

 

Un treno fermo a San Martino

La guerra vera e propria sembrava lontana da San Martino, anche se nel 1940 un’incursione alleata aveva colpito Verona. Il primo dei successivi bombardamenti si verificherà il 6 ottobre del ’43.

Un fatto venne però a turbare e a emozionare il paese. Verso la fine di febbraio del 1943 un treno carico di feriti si trovò a sostare all’altezza del cotonificio Pozzani.

 

L’Arena del 27 scriveva così:

Di un episodio che rispecchia una volta di più la figura di patriota e benefattore dell’emerito industriale Giuseppe Pozzani, siamo oggi venuti a conoscenza e lo pubblichiamo perché merita di essere additato e imitato a scorno di quei pochi, se ancora ce ne sono, che nell’ombra dubitano della maggior consistenza che il fronte interno ha assunto nel clima di accentuata virile tensione, di fronte ai momentanei colpi mancini della sfortuna, che del resto non decidono della vittoria finale, e ai bombardamenti intimidatori dei carnefici angloamericani. Un treno ospedale di feriti si era momentaneamente fermato, giorni or sono, alla stazione, per dare la precedenza al diretto, ed essendo venuto a trovarsi, pressoché di fronte allo stabilimento Pozzani, aveva destato la curiosità di alcune operaie che attendevano di riprendere il lavoro, riunite in gaia frotta nel giardino fiancheggiante la linea ferroviaria. Un medico, attratto dal camice bianco che le ragazze indossavano, scese subito dal treno ed a una di esse chiese se eventualmente vi fosse un ospedale; informato del contrario ma saputo che in uno stabilimento che una volta produceva telerie, si fabbricava garza e bambagia, domandò se fosse possibile ottenerne un po’. L’interpellata si mostrò in sulle prime interdetta, poi, confessato che non era di sua spettanza aderire alla richiesta, accompagnò il medico dalla segretaria dello stabilimento che provvide tosto a telefonare al camerata Pozzani, che risiede a Lonigo. […] (Pozzani) diede ordine che si mettesse a disposizione del medico ogni cosa desiderasse. L’atto compiuto dal Pozzani commosse i pochi testimoni della scena e il sanitario militare ritornò al treno largamente provvisto.

 

L’articolo si presta ad amare considerazioni. Dei fronti in cui hanno operato i soldati italiani solo quello greco è attualmente tranquillo grazie all’intervento dei “camerati tedeschi” che sono arrivati fino ad Atene, conquistando la Yugoslavia, e ci hanno tolti da una situazione di stallo che stava evolvendo malamente per noi. Sul fronte africano le colonie si possono ormai considerare perdute. Sul fronte orientale il 31 gennaio i resti dell’armata del Don, a un prezzo sanguinoso in vite umane, sono riusciti a forzare la sacca in cui i russi li avevano rinchiusi e sono giunti a Shebekino. Eppure il giornalista scrive di “Momentanei colpi di sfortuna…”.

 

Nell’articolo c’è un medico che scambiate le operaie “riunite in gaia frotta” per personale sanitario, chiede dei rifornimenti per la sua infermeria. Ma i treni ospedale hanno bende e garze a sufficienza?

Sembrerebbe di no. Anche questo fatto avvalorava le congetture più pessimistiche. Cosa avranno pensato i nostri concittadini dell’episodio che aveva messo in luce il lodevole comportamento del “camerata” Pozzani !?

 

Prima dell’8 settembre 1943, nel cielo del nostro paese si videro volteggiare degli aerei e la gente si spaventò perché temeva un bombardamento che per fortuna non avvenne.

Sembra invece facessero da scorta a Mussolini che era andato a trovare il duca d’Acquarone ministro della Real Casa il quale poco dopo avrebbe avuto una parte importante nella sua destituzione e arresto.

 

Caduta del regime

Il 10 luglio 1943 le forze alleate sbarcarono in Sicilia e questo avvenimento accelerò la caduta del regime avvenuta nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio.

 

Mussolini venne arrestato il giorno successivo mentre usciva da un incontro con il re nel quale aveva rassegnato le dimissioni e, dopo diverse tappe, venne confinato sul Gran Sasso.

Il generale Badoglio, a capo del nuovo governo, probabilmente avrebbe voluto un ministero di politici, ma il re preferì dei tecnici per non insospettire i tedeschi [42]. Infatti apparentemente essi non presero posizione sulle decisioni interne di una nazione ancora formalmente alleata. Intanto però le divisioni germaniche cominciarono a concentrarsi ai confini dell’Italia.

 

Il nuovo Prefetto di Verona, Canovai, in data 2 Agosto ’43 protocollata il 3, scriveva al Podestà:

Oggetto: Cambio denominazione vie, piazze, o scritte.

In base alle direttive del Governo, occorre provvedere, con ogni sollecitudine, a sostituire le denominazioni delle vie e piazze che ricordino il regime fascista con altre che non abbiano carattere di relazione al passato regime, né, comunque, politico.

Vogliate, pertanto, provvedere immediatamente, adottando apposita deliberazione da trasmettere a questa Prefettura per l’approvazione.

Analogamente si dovrà provvedere a cancellare o togliere scritte e cartelli già diffusi dalla propaganda del disciolto partito fascista.[43]

 

Il 31 agosto, protocollata l’8 settembre, il nuovo Prefetto scriveva ai Podestà:

E’ intendimento della presidenza del Consiglio dei Ministri di promuovere la raccolta di tutte le divise degli ex appartenenti alle organizzazioni dipendenti dal disciolto partito nazionale fascista a favore delle Forze Armate dello Stato.

A tal fine in ogni provincia, presso i presidi militari, saranno istituiti uno o più centri di raccolta i quali provvederanno al ritiro di tutto il materiale conferito rilasciandone regolare ricevuta dalla quale risulti il nome del conferente, la specie ed il peso del materiale versato [...].  

Stabilito il valore dello stesso, l’autorità militare avrebbe provveduto a liquidare chi consegnava gli effetti con una cifra in base al prezzo di listino che sarebbe stato reso noto.

[…] Richiamo la Vostra personale attenzione sulla importanza di tale iniziativa e sul contenuto morale e patriottico [...]. [44]

 

Queste disposizioni non verranno eseguite perché altri eventi incalzavano.

 

In una comunicazione del 19 agosto 1943, protocollata anch’essa l’8 settembre, il dirigente dell’Ufficio Provinciale notizie alle famiglie dei militari alle armi, generale Giuseppe Taglieri scriveva:

[…] Alcuni Uffici Comunali Notizie a cui sono state inviate comunicazioni di prigionia secondo le trasmissioni di radio-Mosca, hanno respinto tali comunicazioni con l’annotazione “sconosciuto all’anagrafe”. Si precisa in proposito che questo Ufficio Centrale trasmette le notizie secondo gli indirizzi che vengono forniti dalla radio nemica, indirizzi che talora non sono esatti ma che tuttavia mancano i mezzi per controllare [...].[45]

 

Venivano pertanto esortati i Comuni a non respingere le comunicazioni e a verificare i dati. Era una circolare che la diceva lunga sull’organizzazione della burocrazia del nostro esercito che non era in grado di aggiornare la presenza di suoi effettivi, e doveva ricorrere a radio Mosca.

 

Solo pochi giorni dopo, come vedremo, per più di 600.000 soldati italiani lo stato di prigionieri e la loro destinazione -gli Stammlager  tedeschi-, fu certa per i loro famigliari. (Appendice 3)

 

L’8 settembre

Quel giorno come scritto più sopra, con un comunicato radio il Maresciallo Badoglio annunciava che era stato firmato l’armistizio con gli alleati (in realtà esso era già stato siglato a Cassibile il 3 settembre).

Dove c’erano ancora, suonarono le campane. A San Martino ci fu un momento di grande gioia, si credetteva che la guerra fosse finita. Durante la notte, forse tra il 9 e il 10, si sparse la voce che avevano sfondato le porte del monte frumentario che allora si trovava dove attualmente ha sede la Polizia Municipale. Tutti accorsero  con sacchi e recipienti, per razziare quello che si poteva e:

 

"L'anno successivo nella piazza della chiesa fu tutto un crescere di frumento a causa dei semi che erano usciti dai sacchi che la gente portava via".

 

“Alle 8 del mattino seguente arrivarono i tedeschi che cominciarono a sparare. La gente corse via impaurita e arrestarono molti dei presenti che caricarono su camionette e portarono a Verona. Tra costoro c’era anche quello che sarebbe diventato il famoso corridore di automobili Giulio Cabianca che a quei tempi viveva a San Martino. Dopo poco riuscì a fuggire e ricomparve in paese.”

 

Il furto non poteva restare impunito. In un avviso del 14 settembre il Podestà ordinava che tutti coloro che si erano impossessati del grano e dei cereali sottratti all’ammasso restituissero il maltolto entro le ore 10 del giorno successivo, pena il deferimento al tribunale militare tedesco.

 

L'avviso del Podestà tradiva una certa insofferenza per quanto stava accadendo e la faceva trasparire definendo i nuovi arrivati "Comando di occupazione".

 

Quanti nostri concittadini saranno stati intimoriti da questa minaccia?

 

Nella notte del 9 settembre, a rafforzare le forze armate tedesche già stanziate, entrava a Verona la divisione corazzata Adolf Hitler. Ad essa facevano seguito tutte le altre che i tedeschi, sospettando il “tradimento” degli italiani, avevano ammassate ai confini.

 

Le caserme del veronese furono accerchiate e i nostri soldati, tranne  qualche caso sporadico, non opposero resistenza e si arresero.

 

A San Martino di caserme c’era solo quella dei carabinieri che si trovava all’attuale numero civico 33 di via XX Settembre, nel vicoletto c’erano le celle:

 

Una testimonianza

 

“Costernati, ammutoliti, il 9 settembre li vedemmo portar via con una camionetta prigionieri del comando tedesco che era venuto a prelevarli”.

 

Altra testimonianza

 

"Mio fratello era di leva a Treviso. Con lui si trovava anche un compagno che, in seguito, sarebbe diventato Sindaco del nostro paese.

Il 9 settembre furono tutti fatti prigionieri e cominciarono gli invii in Germania. Mio fratello, però, fu colpito da una febbre violenta e, preoccupati che non avesse una malattia contagiosa, i tedeschi lo “dimenticarono” in caserma.

Dopo una settimana che era stato incosciente tra la vita e la morte, si riprese. Non aveva idea di cosa fosse successo né di cosa fare.

La gente gli fece capire che era meglio sparisse e cercasse di tornare a casa.

A piedi, senza cibo, vestito in qualche modo, cominciò il viaggio. Non aveva scarpe e quando si fermava in qualche casa di campagna chiedeva oltre a qualcosa da mangiare, degli stracci per avvolgersi i piedi e poter camminare.

Finalmente arrivò nelle vicinanze di San Martino e un vicino lo andò a prendere con la bicicletta.

Si rifugiò prima nei dintorni di Marcellise dove abitavamo, poi a Mezzane.

Purtroppo un altro vicino fece la spia e così venne convocato in caserma dai nuovi carabinieri. Visto che non si presentava fu chiamato mio padre. Partì alla mattina e alla sera non era ancora ritornato. Avevo solo 17 anni ma bisognava andare a vedere cosa era successo. A piedi, era ormai notte, accompagnata da un vicino feci la strada fino in paese camminando nel progno per non fare brutti incontri. In caserma i carabinieri furono drastici: se il disertore (mio fratello) non si fosse consegnato entro il giorno dopo, le conseguenze le avrebbe pagate mio padre. Lui però cercò di farmi capire che mio fratello non badasse a quell'intimidazione.

Rifeci la strada fino a casa e, attraversando la collina, alle quattro di mattina raggiunsi il suo nascondiglio a Mezzane. Mio fratello decise di consegnarsi con queste parole: -Mio padre la sua guerra l'ha già fatta, questa è la mia.”

 

Altra testimonianza

 

“Con l’8 settembre in Italia si creò il caos, i tedeschi deportarono i nostri militari prigionieri in Germania. Io che abitavo ai lati della strada provinciale vedevo la colonna dei camion con i soldati che lanciavano dei biglietti con i loro indirizzi. Io ne scrissi delle informazioni alle loro famiglie, indicavo loro del passaggio dei loro figli, alcune risposero, ringraziarono”.

 

Altra testimonianza:

 

“I treni carichi di prigionieri spesso si fermavano in stazione e i vagoni arrivavano fino al cotonificio Pozzani. Dal loro interno si sentiva chiamare e chiedere da bere. Le donne del paese riempivano di acqua fiaschi, bottiglie, e le borse con il cibo che potevano, e portavano tutto a quelle mani che sporgevano dai carri bestiame. Molti ci consegnavano dei biglietti con i messaggi da mandare alle famiglie.

Nell’intervallo tra il passaggio di un treno e l’altro “l’era tuto un sercàr ròba da darghe a sti poarèti, ma ròba ghe n’èra poca...” I tedeschi lasciavano fare, ma guai ad avvicinarsi a certi vagoni. Sapemmo che ci stavano gli ebrei e non si doveva dar loro niente.

Qualche prigioniero riusciva a scappare si lasciava cadere nel fossato che passava lì a fianco. Il cancello che dava sulle rotaie veniva lasciato accostato e più di qualcuno riuscì a dileguarsi in quel modo, altri li tirarono fuori quasi affogati. Uno lo tenemmo in casa per un po’ di giorni fino a quando non se lo venne a prendere il padre che lo portò via vestito da prete.

Noi bambini osservavamo colpiti queste scene perché ci ricordavamo che all’inizio della guerra quando passavano questi soldati marciando verso Vicenza ci facevano uscire da scuola per festeggiarli. Erano proprio quei soldati lì, soldati italiani.”

 

La repubblica di Salò

Il 12 settembre il Duce fu prelevato da un commando aereo tedesco dalla sua prigionia sul Gran Sasso. Alla partenza le forze del governo italiano che avrebbero dovuto custodirlo lo salutarono con il saluto romano. Fu trasportato in Germania, presso il suo alleato Hitler, poi tornò in Italia e il 23 dello stesso mese proclamò la Repubblica Sociale Italiana, meglio conosciuta come Repubblica di Salò perché molti ministeri erano nell’entroterra di quel paese.

 

A Verona avevano sede: l’Amministrazione generale delle Finanze e Giustizia, il ministero dell’Economia e Comunicazioni, il Tribunale Militare, l’U.P.I. (ufficio politico investigativo), il Ministero delle Comunicazioni tedesche, il quartier generale del generale Wolff (governatore militare e comandante supremo delle SS in Italia dal febbraio all’ottobre del ’44), il Servizio di Sicurezza del generale Horst, il Comando SS per la deportazione degli ebrei, i battaglioni “Mussolini”, “Folgore”, “Abbi fede”. L’esercito tedesco era acquartierato nelle varie caserme[46].

 

Per gli oppositori del nuovo regime ogni corpo di polizia politica aveva il suo carcere.

Negli scantinati del palazzo dell'INA in corso porta Nuova c'era quello delle SS. L'UPI usava l'ex convento degli Scalzi, un'ex caserma dei carabinieri vicino al Teatro Romano, le Casermette, la delegazione rionale Filippo Corridoni a Porta Vescovo, e gli scantinati di alcune scuole.

 

Vista la concentrazione di questi apparati si deve concludere che fu grande il coraggio dei gruppi che tentarono la resistenza clandestina nella nostra provincia. Molti ci lasciarono la vita deportati nei campi di concentramento. Il CLN veronese venne ricostituito tre volte.

  

In un manifesto del 15 settembre il colonnello Wolff, comandante militare delle province di Verona e Vicenza, chiariva la posizione tedesca: “1-Io sono nominato Comandante di Zona (FeldKommandant) per le provincie di Verona e Vicenza e ho assunto il potere in queste provincie. 2-I Prefetti, le Amministrazioni provinciali e comunali permangono nei loro uffici. Gli uni e le altre sono sottoposti nella loro attività amministrativa alle mie istruzioni. […] 4-lo stato d’eccezione e le limitazioni della libertà personale ad esso connesse permangono. La popolazione civile non può perciò da oggi in poi trattenersi fuori dalle proprie abitazioni fra le ore 20 e le 6 […] 5-E’ proibito: fotografare, disegnare, dipingere fuori di casa ed anche dalla casa alla strada; il possesso di colombi viaggiatori […] 6-[…] come mezzo legale di pagamento sono ammessi oltre alla lira i buoni di cassa di credito del Reich. Tali buoni devono essere accettati in pagamento da tutti gli italiani. Il corso stabilito dall’autorità superiore è il seguente: 100 lire = 113,5 marchi, 100 marchi = 760,46 lire. […]

 

A Castelvecchio dal 13 ottobre del ‘43 si svolse l’Assemblea nazionale del partito repubblicano. Dall’8 al 10 gennaio ’44 ebbe luogo il processo contro i gerarchi che nel Gran Consiglio del 25 luglio avevano votato l’ordine del giorno Grandi provocando le dimissioni del Duce. Cinque di essi tra i quali il genero del Duce Galeazzo Ciano furono condannati a morte e fucilati. Tullio Cianetti al quale erano state concesse le attenuanti generiche, ebbe l’ergastolo. Anche gli altri gerarchi che avevano votato la mozione Grandi furono condannati in contumacia alla pena capitale. Nessuno di essi fu catturato e sopravvissero tutti alla guerra.

 

A San Martino i tedeschi si stanziarono in vari punti del paese requisendo case e ville, la truppa venne alloggiata anche in una corte rurale all’inizio del paese.

 

La polizia e la Todt, il cui ruolo principale era la costruzione di strade, ponti e altre opere di comunicazione, vitali per le armate tedesche e per le linee di approvvigionamento, si stabilirono in Musella e a palazzo Sterzi. La Todt  impiegava nel lavoro richiesto uomini donne e ragazzi.

 

Alcuni sanmartinesi furono assunti nell’organizzazione e ogni giorno si recavano nei vari laboratori che si trovavano nella tenuta Musella. Si trattava di baracche che il 26 luglio del 1946 la Direzione del Genio Militare dei lavori con sede a Bolzano, sezione staccata di Verona, ufficio Materiali e Recuperi mise in vendita, e come si legge dalla documentazione, si trattava di manufatti di notevoli dimensioni.

 

In generale tra gli abitanti di San Martino e gli occupanti non ci furono frizioni anche perché i tedeschi si mostrarono sempre rispettosi delle persone e delle regole e corretti nei rapporti di lavoro. Dopo la guerra alcuni nostri concittadini mantennero con loro l'amicizia che si era istaurata in precedenza.

 

Vennero requisite, oltre ad abitazioni, anche la villa Benoni per famiglie di gerarchi fascisti, la villa Provolo nelle cui cantine qualcuno ha raccontato che venissero torturati i partigiani, la villa Sogara dove si stanziarono truppe della divisione corazzata Goering, Villa Girasole, il Municipio di Marcellise, Villa Barbieri, la sede della Cassa di Risparmio, le scuole elementari del centro e la palestra, la villa Grezzana  a Campalto, ed altre residenze.

 

Particolare importanza ebbe villa Grezzana per l’uso poco conosciuto che ne venne fatto.

A Verona nell’ex palazzo delle Assicurazioni in Corso Vittorio Emanuele aveva sede SD, il servizio segreto tedesco. Il suo comandante era il maggiore tedesco Otto Ragen[47], alias maggiore Begus, che aveva creato una organizzazione chiamata “Cypresse”. Essa aveva sede in Villa Grezzana dove c’era una scuola di sabotaggio, una per marconisti, una stazione radio, un laboratorio. Vi furono istruiti uomini della X MAS. tra settembre e ottobre furono ispezionati da Junio Valerio Borghese. Tali agenti avevano il compito di attraversare le linee nemiche per attuare azioni di disturbo. Alcuni di essi in Sicilia si unirono alla banda Giuliano [48]. A metà febbraio del ’45 la Cypresse venne trasferita a Ortisei.    

 

Il 4 ottobre, protocollata il 6, su una carta piuttosto modesta e con un inchiostro scolorito, il nuovo Prefetto Cusmin scriveva al Podestà:

Invito la S.V. a voler subito rimettere a disposizione dei Fasci i locali che erano da questi occupati prima del 25 luglio u.s. con tutto quello che era stato loro sequestrato. ATTENDO ASSICURAZIONE [49] 

 

E il 20 ottobre:

Dispongo siano subito levati i quadri dell’ex Re Vittorio Emanuele III°, dagli Uffici pubblici di cotesto Comune.[50]

 

Più minacciosa era quest’ordinanza del 27 ottobre, protocollata il 30.

Per corrispondere ad analoga richiesta del Comando Germanico, si prega di provvedere alla pubblicazione del seguente avviso: “Il Comando Militare Germanico corrisponde una ricompensa di lire sterline inglesi 20 o di lire italiane 1800, (a scelta di chi consegna il prigioniero) per ogni soldato inglese od americano evaso dai campi di concentramento italiani che venga consegnato al comando stesso. La ricompensa verrà pagata subito dopo la presa in consegna del prigioniero da parte del Comando Germanico”. [51] 

 

Verso la fine del 1942 erano arrivati nel veronese circa 1500 soldati fatti prigionieri dal nostro esercito durante la campagna d’Africa. Essi erano stati reclusi in vari campi di concentramento della provincia. Dopo l’8 settembre tutti tentarono la fuga. Molti però furono ripresi e secondo l’ordinanza prefettizia dovevano essere consegnati non alla repubblica di Salò che avrebbe dovuto essere la vera rappresentante dello stato italiano, ma ai tedeschi. Decisamente la nuova repubblica era solo un governo fantoccio senza nessun potere effettivo. Stranamente, però, il pagamento del Comando Germanico non era effettuato in marchi tedeschi.

L’ordinanza nelle nostre zone ebbe poco ascolto come si può vedere nel bel documentario di Mario Quattrina: “Quei giorni di coraggio e paura”.

 

Nella zona di San Martino si trovava il campo di concentramento 148/3 situato a sud dell’attuale casello autostradale di Verona Est e ospitava Australiani, Neozelandesi e Americani: erano in 80 sorvegliati da 28 soldati italiani.

 

Con l’8 settembre scapparono tutti, molti si rifugiarono sulle nostre montagne.

 

Dopo l'8 settembre quando la guerra civile si fece sempre più intensa  più volte anch'io, allora avevo 15 anni, ho portato viveri necessari al loro sostentamento che famiglie di buona volontà preparavano. Quando tutto era pronto mettevo la gerla sulle spalle, agganciavo da una parte il pentolone di minestrone e dall'altra un grande cesto con dentro tutto il necessario per fare un buon pasto. Poi partivo andavo in quella zona strategica del bosco dove il gruppo di ex prigionieri attendeva ansioso.

Poi rimanevo in compagnia. Quando avevano terminato tornavo a casa con tutto il mio bagaglio vuoto. Un pensiero andava ai miei fratelli lontani, speravo che anche loro avessero il necessario.

Per questo mio contributo ho avuto anche un attestato da parte di Marozin.

Questo controverso personaggio l'ho incontrato più volte andando per i boschi. Mi ha dato la sensazione di un uomo coraggioso e deciso che non sopportava i paurosi e gli opportunisti e meno ancora chi faceva il doppio gioco. Con tutte le conseguenze per loro, anche le più tragiche.”

 

Di questo racconto colpisce il fatto che le popolazioni montanare, malgrado la povertà endemica, si privassero del cibo per stranieri dei quali non capivano neppure la lingua, e rischiassero, come capitò più di una volta, rappresaglie feroci come l’incendio delle contrade.

Per loro, che erano vissuti lontani dalla propaganda del regime, sopportando con rassegnazione la leva che toglieva braccia dal lavoro che quella dura terra richiedeva, lo straniero non era un nemico ma un essere umano che aveva bisogno di aiuto. Chi aveva figli e fratelli al fronte sperava che anche in quei paesi stranieri ci fosse qualcuno che facesse loro la stessa “carità”.  

Quando si parla di resistenza si pensa a qualcuno armato che conduce azioni di guerriglia, ma quello che fecero quei montanari e i contadini delle pianure per proteggere gli sbandati, i fuggiaschi dai campi di concentramento, gli ebrei, è la più pura forma di essa perché non è guidata da un credo politico ma da un’etica che ha le sue radici nel meglio dell’uomo.

 

Un nostro concittadino, come dirò più avanti, racconta che il sostegno dato dagli americani al comandante partigiano Marozin fu dovuto al fatto che un suo emissario aveva aiutato, in quella circostanza, molti ufficiali americani ad attraversare le linee nemiche e a passare il Po.

 

A San Martino, terminato il trambusto dell’armistizio, il rapporto degli occupanti con la popolazione fu formalmente buono. Era possibile ottenere qualche piccolo vantaggio finanziario facendo lavoretti per loro: lavare e stirare la biancheria e, come detto più sopra, lavorare per la Todt o nei laboratori della Musella. Alcuni concittadini rimasero amici degli ex occupanti anche dopo la guerra.

 

Un giorno una mia cugina se ne tornava in bicicletta da Sant’Antonio quando un soldato tedesco cercò di fermarla per portarle via il mezzo. Lei si mise a correre e scappò in casa, ma lui, pistola alla mano, la seguì lungo le scale. Io che avevo visto tutto corsi al bar di fronte dove si trovavano i miei, era domenica. Loro tornarono portandosi dietro un ufficiale che con un brusco ordine sistemò le cose e si scusò anche per il soldato perché era ubriaco”.

 

Noi ragazzi andavamo spesso in Musella e incontravamo soldati tedeschi che erano gentili, parlavamo con loro e si capiva che avevano nostalgia di casa e bisogno di un rapporto umano”.

 

I bombardamenti e i rifugi

Dopo due anni di relativa tranquillità, il 25 settembre del ‘43, le forze alleate colpirono la stazione di Porta Vescovo. Vennero distrutte le officine delle ferrovie e gravemente danneggiato il quartiere di Borgo Venezia. [52]   

Visto che il paese era soggetto alle incursioni aeree fu costruita una postazione antiaerea alla Campagnetta e si dice che una si trovasse dietro il cimitero. Probabilmente in quest’ultimo caso si trattava di un mezzo mobile.

 

La seconda volta che vennero a bombardare abbatterono un aereo, lo vidi cadere era come una girandola“.

 

L’aereo cadde vicino alla Fracanzana. Però correva con insistenza la voce che la contraerea non mirasse a colpire il nemico per paura di rappresaglie.

 

Il Provveditore agli Studi si era attivato perché nella scuola elementare si costruisse un riparo per alunni e insegnanti. Era cominciata quindi una corrispondenza che forse rimase senza risultati.

 

Il 15 febbraio 1943, protocollata il 16, con lettera riservata-urgente il Provveditore scriveva al Podestà e per conoscenza al Comitato Provinciale di protezione antiaerea,  una comunicazione piuttosto risentita:

Come comunicato con lettera n.64 del 17 settembre 1942 XXI° di questo ufficio si faceva presente che occorrevano altri lavori per rendere efficiente il ricovero delle scuole di codesto Comune.

Vi prego, se ancora non è stato fatto, di provvedere all’immediata sistemazione del rifugio e di riferire entro 10 giorni dalla data della presente. Il R. Provveditore Luigi Costanzo. [53]

 

In un giorno non specificato di marzo, il Podestà preparava una minuta che non abbiamo prova sia stata inviata:

In riscontro al Vostro foglio N°122 P.A.A. del 15 febbraio u.s. si dà assicurazione che i lavori occorrenti per rendere efficienti il ricovero delle Scuole in oggetto sono già in corso di esecuzione.[54]

Ma non sembra che le cose stessero come scritto dal Podestà se, il 12 Aprile, sempre con riservata-personale, il Provveditore scriveva:

Si prega di riferire a quest’Ufficio, con urgenza, se l’Ingegnere Comunale ha steso il progetto per i lavori relativi al ricovero antiaereo delle scuole elementari di cotesto Comune e se sono stati iniziati i lavori per il rifugio stesso. [55]

 

Saranno poi stati eseguiti questi lavori? Non si ha traccia di altra documentazione.

Ma in una nota sul registro di classe di una maestra della scuola elementare alla data del 28 gennaio 1944 si legge:

Il primo bombardamento di Verona (in realtà era il quarto) ci sorprende oggi nella scuola mentre si fa lezione. – erano le 12 – colla classe I°. I piccoli sono terrorizzati e non riesco a calmarli. Non vi è alcun luogo dove rifugiarsi e si rimane nello spogliatoio in ansiosa attesa che il martellamento di colpi cessi. E’ veramente penoso vedere lo sgomento di questi piccoli che con occhi lucidi di pianto pare ci chiedano aiuto e protezione.”

 

Il 27 luglio 1943 era stata reiterata l’ordinanza sul coprifuoco che andava dalle 21,30 alle 5,30. Anche quando non c’erano incursioni non si poteva più essere tranquilli in quanto girava un aereo chiamato famigliarmente “Pippo”.

In realtà si trattava di formazioni di cinque aerei della RAF che decollavano dalle basi alleate di Falconara e di Foggia e, a differenza dei bombardieri che colpivano da alta quota, erano velivoli da caccia notturna che, per evitare la contraerea, arrivavano a volo radente sganciando bombe o mitragliando nel buio della notte.

 

I “Pippo” non si muovevano in formazione ma andavano a colpire ciascuno un obbiettivo diverso.

 

La paura era fortissima e quando di notte si sentiva nell’aria il ronzio di quel motore si correva a spegnere tutte le luci e si restava in silenzio al buio. Un “Pippo” fu abbattuto nei pressi di Povegliano.

 

Queste incursioni, che cominciarono gli ultimi mesi del 1943 e continuarono fino alla liberazione, avevano come obiettivo tutto il Nord Italia con lo scopo di dimostrare che la Repubblica di Salò non era in grado di garantire la sicurezza del territorio.

 

Colpendo nell’oscurità, e casualmente, esercitavano una terrorismo psicologico per le popolazioni rurali che si erano credute abbastanza sicure dai bombardamenti strategici.

 

“Ogni tanto qualche aviatore nemico veniva catturato e portato in Musella dove non se la sarebbe passata bene.”

 

A rischio di incursioni aeree erano anche gli automezzi parcheggiati in strada. Il 23 settembre del ’43, protocollato il 1 ottobre, il  Prefetto Cusmin scriveva:

Il Ministero dell’Interno -Direzione generale dei Servizi per la Protezione Antiaerea- aveva richiamato l’attenzione dei Ministeri della Guerra e delle Comunicazioni sul fatto che autoveicoli, in particolare autotreni, sostano anche a lungo nelle vie principali delle città e comunque nei centri abitati esposti alla individuazione degli aerei nemici che potrebbero attuare offese sulla popolazione.

A prescindere dalle disposizioni che potranno eventualmente essere adottate dalla competente Autorità Militare Germanica nei riguardi degli autoveicoli militari, si prega di voler curare che il parcheggio degli autoveicoli e autotreni civili avvenga in modo che essi risultino defilati, verso l’alto, da alberi in zona d’ombra e altrimenti.[56]

Questa ordinanza dava la possibilità di chiedere i documenti, perquisire e fermare chiunque parcheggiasse in una zona ritenuta visibile.

 

L’8 novembre del 1943, protocollato il 19, il Comando dell’8° Legione Milizia Artiglieria Contraerea scriveva:

La Milizia Artiglieria Contraerei, che durante questi quattro anni di guerra ha dato un contributo non indifferente di sacrifici e di sangue per salvaguardare i gangli vitali della Nazione dalle offese aeree nemiche, e che in Africa come in Russia ha inviato il fiore dei suoi Reparti, deve rinsanguare le fila, già costituite per il passato da elementi anziani, combattenti di più guerre […]

 

Veniva poi offerta la possibilità per gli sbandati di rientrare nei ranghi.

 

Ed in particolare nell’opera di ricostruzione attuale, intesa a cancellare dalle coscienze dei Giovani l’ignobile tradimento del corrotto binomio Savoia-Badoglio, è necessario che gli sbandati ritornino a noi per ritrovare la Patria.

 

Gli arruolandi dovevano avere un’età compresa tra i 18 e i 32 anni. Le bombe che cadevano sulle città italiane dovevano far capire le intenzioni dei nemici e indurre i giovani ad arruolarsi. Un tempestivo avvistamento era essenziale per difendersi dai bombardamenti.

 

Bisogna far intendere ad essi che arruolandosi nella Milizia Artiglieria Contraerea, e per essa nell’8° Legione di Verona, coopereranno alla difesa dei loro famigliari e delle loro case dalla minaccia continua dei bombardamenti aerei nemici. [...] Gli elementi che si arruoleranno avranno lo stesso trattamento economico attualmente i vigore nelle Forze Armate Germaniche […].  

 

Un primo contingente doveva essere reclutato tra quanti avevano aderito al Partito Fascista Repubblicano.

 

[…] Sarò lieto se potrò segnalare al nostro Commissario Federale del Partito Fascista Repubblicano quelle località che si siano particolarmente distinte nell’opera propagandistica interessante la Contraerei e che abbia dato tangibili risultati.

VIVA IL DUCE.

Il Console Comandante  Emanuele  Guelfi.[57]

 

Nel 1944 si cominciò a costruire un rifugio in Musella in località Polerin. Esso però non sarebbe stato utilizzabile dalla popolazione del paese come si legge in una lettera del 12 giugno 1944 che l’Amministrazione d’Acquarone Trezza inviò al Prefetto.

 

Nel documento si affermava infatti che il progetto di galleria era fatto per ospitare 160-170 persone, però la struttura della roccia era tale da non permettere scavi profondi pena la diminuzione della sicurezza. Pertanto la capienza non avrebbe potuto superare le 110 persone. Tenuto conto che il personale della Musella era costituito da 23 dipendenti dell’Amministrazione d’Acquarone, 50 della Società Trezza, 39 famigliari, 49 coloni per un totale di 161 persone, il rifugio era insufficiente persino per i dipendenti della tenuta [58]

 

Altrimenti: [...] potrebbe diventare in breve, annullando così in pieno lo scopo per cui era stato costruito, anziché un ambiente di salvezza, una luttuosa cella di asfissiati. [...]

  

“I tedeschi, invece, se ne ricavarono uno nei sotterranei del palazzo della Musella. Esso era abbastanza grande con tre uscite. Ma noi che eravamo  piuttosto lontane situate nel parco quando suonava l'allarme ci rifugiavamo in un tombino che era situato quasi sopra al Terreno"

 

Alcuni sanmartinesi, per ripararsi dalle incursioni, attraversavano il Fibbio su un provvisorio ponte di legno in Piazza Garibaldi e scappavano in Musella: in cavità naturali o nel rifugio del Polerin. Altri fuggivano nei campi nascondendosi nei fossati o nei tubi di cemento che si trovavano lungo il loro corso. Qualcuno, che ne ebbe la possibilità, si scavò un bunker personale. (Appendice 4)

 

Il 18 febbraio 1944 un bombardamento colpì a Mambrotta la casa di un nostro concittadino che il 4 settembre dello stesso anno scriveva al Prefetto lamentando che, avendo trovato provvisoriamente alloggio in un essiccatoio di tabacco, ora il proprietario che lo voleva usare si rifiutava di concedergli di abitare in una sua soffitta che era vuota. E’ una prima notizia documentata della distruzione di abitazioni nel nostro paese.

 

Propaganda e censura

L’atmosfera in Italia era sempre più cupa, il desiderio di farla finita con la guerra e con il regime quasi palpabili. Per recuperare consenso il 23 Maggio 1944 il Partito Nazionale Fascista, Federazione dei Fasci di Combattimento di Verona, segreteria politica, inviava un’urgentissima riservata, al Podestà:

In tutti i Comuni, d’ordine del Segretario del Partito, dovranno essere installati subito altoparlanti per ascoltare propaganda e notiziari radiofonici.[…]

 

A tale scopo disponeva che le autorità in indirizzo provvedessero a ripristinare gli altoparlanti già esistenti presso le locali Case del Fascio, e qualora non esistessero, ordinava di procedere al loro acquisto. Detti altoparlanti dovevano essere installati in Municipio o presso la casa del Fascio.

[…] Qualora sorgessero difficoltà all’acquisto del materiale occorrente l’installazione, si dovrà procedere alla requisizione di un apparecchio radiofonico ad una famiglia abbiente, abitudinaria ad ascoltare radio –Londra. Qualora fosse necessario, requisire gli altoparlanti del locale cinema e dopolavoro.

Entro 8 giorni comunicare lo stato dei lavori. Fra 12 giorni il lavoro stesso dovrà essere terminato. Se si verificassero delle difficoltà un delegato locale dovrà subito presentarsi dal Capo della Segreteria Politica di questa Federazione a far presente gli inconvenienti sorti. Inviare la ricevuta della presente e assicurare dell’inizio dei lavori.

Il Commissario Federale

Leo Todeschini [59]

 

L’ordinanza rispecchiava le difficoltà ormai notevoli del regime che aveva bisogno del consenso della popolazione e tentava la strada della propaganda radiofonica. Ma non era più il tempo delle adunate oceaniche quando il Duce infiammava le folle. Il denaro per acquistare gli altoparlanti probabilmente i Comuni non lo avevano e allora dovevano cercare dove si poteva, ad esempio requisendo quelli dei cinema o quelli di ”famiglia abbiente abitudinaria ad ascoltare radio -Londra.”

 

Ma questa “abitudine” non comportava severe rappresaglie visto che già nel 1938 un decreto Regio aveva vietato di sintonizzarsi su frequenze inglesi e la pena poteva arrivare a 5 anni di confino?

 

Evidentemente si conoscevano coloro che si collegavano con l’emittente estera ma si lasciava correre. Le informazioni, scambiate di nascosto, davano un quadro vero del fronte esterno e anche interno. Intanto erano cominciati ad arrivare per radio anche messaggi in codice rivolti ai partigiani e gli aerei alleati continuavano a sganciare manifestini propagandistici nelle campagne.

 

Oltre a Radio Londra e ai volantini lanciati dalle forze alleate, all’interno del regime ci dovevano essere delle quinte colonne come si potrà dedurre dal documento sotto riportato.

 

Fin da quando si era impadronito del potere il fascismo aveva instaurato una censura severa sulla corrispondenza degli italiani. Il destinatario finale al quale venivano sottoposti i più importanti documenti che potevano suggerire una critica al regime, era Mussolini in persona.

 

A livello provinciale le lettere che potevano essere compromettenti erano presentate al questore che, in questo caso, il 14 settembre ’44 scriveva al Podestà:

Si trasmette in copia una lettera, tolta di corso e spedita da tale Marinotti –Villa Segani in Marcellise. In essa vi sono notizie esageratamente deprimenti e catastrofiche. Pregasi informazioni. Il Questore V. Fachini.[60]

 

Sul retro del foglio di suo pugno il Podestà rispondeva che all’anagrafe non risultava nessun Marinotti a meno che non si intendessero i famigliari del professor Malenotti, in quel frangente assenti, perché erano sfollati in casa Peruzzi in località Sogara sul confine del Comune di Lavagno.

 

La lettera, in copia, è  del 26 giugno.

La corrispondente, Giuliana, scriveva al marito che si trovava lontano a Imperia:

Aldo caro, il tuo silenzio mi impressiona e ti sarei grata se tu mi scrivessi subito. Ho aspettato da un giorno all’altro una tua che mi desse notizia dell’arrivo di mamma. Gli eventi precipitato e non vorrei che ci fossero precluse le vie di comunicazione […] Giorni sono, alcuni amici mi hanno detto, che agli impiegati statali è venuto l’ordine di giurare fedeltà alla R. e l’alternativa è “o giuramento o immediata pensione […]

In famiglia c’era molto contrasto: gli uomini pensavano di giurare, mentre le donne erano contrarie perché si diceva che i vincitori avrebbero radiato tutti quelli che avevano collaborato in una qualsiasi maniera con i nazifascisti. Uno dei famigliari era propenso a giurare:

[…] Ettore sempre ottimista - ma catastrofiche tutte le apprensioni della sua moglie, ma io credo che neanche lui si senta -nel suo intimo- tanto tranquillo. Chi vivrà vedrà; intanto Fallonica (Follonica [61]) è presa, la battaglia si avvicina a noi […] Mi ha scritto Caterina. Sarà disperata perché ora rimarrà tagliata da suo marito che è ancora in Germania. Sa che sta poco bene ed è ridotto pelle e ossa, benché gli mandi continuamente dei viveri. Prega me di fargli -quando lei non potrà più comunicare- dei pacchi, oltre pabe biscottato, scatolame, zucchero-marmellata, mi consiglia di mandargli riso che mangia crudo.  Sono inutili i commenti! 

[…] Scrivimi e rispondi a tono…..

 

E concludeva piena di speranza:

[…] Allora vi si può dire arrivederci? [62]

 

Da questa lettera si possono trarre delle deduzioni importanti. Prima di tutto la scrivente ha un informatore ben introdotto nel regime che ha presente la situazione dello scontro che si sta avvicinando alla fine e non ha il minimo dubbio sul risultato finale e le conseguenti epurazioni. Sa anche quasi in tempo reale dove sono arrivati gli alleati e si illude che presto saranno anche da noi.

 

Non può immaginare che schermaglie politiche tra di loro prolungheranno di quasi un anno la fine del conflitto. Sa dei rischi che corre a causa della censura ma la sua preoccupazione è che il marito non scriva cose compromettenti e chiede che le risponda a tono.

 

Nei documenti in archivio non è dato di sapere se Giuliana Malenotti abbia avuto complicazioni in seguito.

 

Lotta partigiana

Gli echi della lotta partigiana arrivarono ufficialmente a San Martino con una circolare della prefettura della  Provincia con oggetto [63]:

 

Contegno della popolazione civile nei confronti delle bande ribelli firmata dal  Prefetto Cosmin che scriveva in data 31 Marzo 1944, protocollata  il 7 aprile:

Sono apparsi anche in Provincia alcuni gruppi di ribelli; è pertanto necessario che la popolazione, ed in special modo le famiglie abitanti nelle Frazioni e nelle case distaccate dai centri, siano opportunamente informate del contegno da tenere nei confronti di tali elementi perturbatori dell’opera di rinascita della Repubblica e che nascondono dietro una antitaliana ideologia bolscevica il loro temperamento di grassatori e banditi di strada […].  

 

Questa prima parte dell’ordinanza è molto significativa. Essa si rivolge alle “famiglie  abitanti nelle frazioni e nelle case distaccate dai centri” ben sapendo che sono state specialmente queste a dare rifugio e assistenza ai soldati italiani che si sono salvati dalla cattura tedesca dell’8 settembre, e ai prigionieri di guerra “inglesi” reclusi nei campi di concentramento che, come scritto più sopra, si trovavano anche nel veronese.

 

Colpisce anche la frase che si riferisce all’ideologia bolscevica. Il partigiano viene etichettato come comunista, e non sembrano esistere formazioni clandestine di diversa idea politica. Cosa storicamente sbagliata.

 

E’ questa pregiudiziale che sarà l’origine dei contrasti nella futura Repubblica.

 

Le popolazioni non devono preoccuparsi perché l’autorità costituita ha tutto sotto controllo, ma:

[…] E’ bene, però, che tutti siano pure a conoscenza delle pene che la legge commina contro chi favorisce i nemici della Patria, e sappiano che le Autorità sono decise ad intervenire con inflessibile rigore nei confronti di coloro che dimenticassero il loro dovere di cittadini. Dovere che impone loro di astenersi in modo assoluto dal concedere in qualsiasi forma il minimo aiuto a tali banditi e di agevolare invece in ogni modo l’opera dell’Autorità, segnalando tempestivamente la presenza di tali elementi  e gli eventuali loro movimenti […].  

 

Tali norme dovranno essere diffuse con manifesti per portarle a conoscenza della popolazione e usando ogni altro mezzo:

[…] quali riunioni di capi famiglia, propaganda orale da parte delle autorità e di cittadini ben conosciuti e che godano la fiducia delle popolazioni, mediante avvisi da far leggere in chiesa durante le pubbliche funzioni.

In tale opera di propaganda è necessario sfatare la leggenda dei cosidetti “Patriotti” e battere sull’argomento che tali elementi, al soldo del nemico della Patria ed imbevuti di idee comuniste sovvertitrici dell’ordine basato sul trinomio: “Dio, Patria, Famiglia”, sono dei veri e propri volgari delinquenti comuni. Dare assicurazione. [64]

 

Abbiamo già visto come “le popolazioni ed in special modo le famiglie abitanti nelle Frazioni e nelle case distaccate dai centri” avevano agito nei riguardi dei prigionieri fuggiaschi e dei renitenti alla leva.

 

Nel luglio del 1944 un commando partigiano di sei uomini con un’azione audace e sanguinosa liberò dal carcere degli Scalzi il sindacalista comunista Giovanni Roveda. Uno degli appartenenti al gruppo, Danilo Preto, morì durante l'impresa. Lorenzo Fava, ferito, fu catturato, torturato e ucciso e il suo cadavere abbandonato al cimitero monumentale. Gli altri quattro e Roveda, pur feriti, malgrado ricerche a tappeto si dileguarono.

A questo scacco clamoroso i nazifascisti reagirono attuando un sanguinoso rastrellamento a tappeto prima nella vallata del Chiampo poi in quelle d'Illasi e d'Alpone: operazione Pauke, (timpano). A seguito di questa azione la brigata partigiana Pasubio venne dispersa.

 

I nazifascisti, che avevano identificato nei comunisti i soli appartenenti alla resistenza, procedettero poi a una serie di retate in pianura per distruggere le formazioni che si ispiravano a quel partito. Più di un testimone mi ha confermato che a San Martino esisteva una rete di gappisti [65]. Contro di essi si svolsero le operazioni.

Una mattina di ottobre una macchina si affiancò a Gino dal Bosco, lo prelevò e lo portò a Verona e da lì venne internato a Mauthausen.

 

Seguì un'altra azione delle brigate nere contro Everardo Provolo.

A questo proposito scrive tra l'altro il capitano Carlo Perucci comandante della Missione RYE:  [...] Individuato su delazione, il signor Provolo il 23 ottobre 1944 sfuggì miracolosamente all'arresto quando già gli agenti segreti dell'U.P.I. erano penetrati nella sua casa, che venne saccheggiata [...]. (Appendice  5)

 

Si raccontava che si fosse tuffato nel Fibbio, dietro casa sua, e vi fosse rimasto nascosto fino a quando non era cessato il pericolo [66].

 

Qualche sera dopo ci fu una vera e propria retata.

 

Prova dell'importanza dell'operazione fu che non la comandava una camicia nera qualsiasi, ma il famoso sottotenente Penasa, torturatore delle Casermette e del Teatro Romano.

 

“Le brigate nere con le SS vennero di notte, penetrarono in casa nostra, non avevamo serrature e la porta era chiusa con una sedia. Ce li siamo trovati in casa. Erano capitanati dal tenente Penasa che “lavorava” alle casermette di Montorio e al teatro Romano.

Delle donne della nostra famiglia mia nonna che aveva 87 anni, e mia zia che era una ragazza, restarono sotto le coperte. A sbrigarsela con quella gente restò, in camicia da notte (allora non c’erano vestaglie), mia madre. Stavo dormendo e, a un tratto, fui accecata dalla luce di una torcia che si muoveva nella stanza. Dietro ad essa un paio di figuri con il mitra spianato. Cercavano un mio zio che però non c’era. Non avendolo trovato, prelevarono un altro zio per portarlo nelle celle del teatro Romano. Penasa  disse a mia mamma: -Intanto portiamo via questo. Torneremo verso le cinque per vedere se l’altro torna. Ma  non tornerà.-  E naturalmente si rifecero vivi.

 

Mio padre e mio zio non erano in casa perché facevano i guardafili lungo la linea telefonica. Arrivati in piazza e viste le camionette si rifugiarono uno da una zia e l’altro dalla morosa.

 

Quando lo zio rientrò, mia nonna una donnina piccolina ma di acciaio, lo spedì a consegnarsi. Ricordo che era il giorno dei morti e lui se ne andò in città con la corsetta dell’una. Lo andai a salutare tristissima perché mi era molto simpatico.

 

In quella notte prelevarono anche Bruno Gonzato il figlio della maestra, Piero Finetto, Aldo Zanini un professore di Mambrotta tutti comunisti e un giovane di leva Guido Caburlon. Sospettavano che facessero parte di una rete partigiana dotata di una radio trasmittente. Una precisione di obiettivi così accurata ci fece capire che erano stati vittime di un delatore.

Credevamo che si sarebbero tenuti entrambi i miei zii invece l’altro tornò. Penso che rilasciandolo si siano sbagliati. Mio nonno lo andò a prendere a porta Vescovo con una bicicletta. Era abbastanza in ordine ma mezza faccia era gonfia come un melone e aveva la testa rasata. Quando gli chiedevano come lo avevano trattato, lui, per non far preoccupare sua madre rispondeva sempre -no stèmo averghe pensieri, i m’a dà da mangiar, i m’a tratà ben, no i ma fato gnente de mal-.

Finita la guerra ci raccontò come erano andate effettivamente le cose.

 

Quanto allo zio che si era consegnato prigioniero, lo portarono al centro di smistamento di Bolzano. Era una cittadina che conosceva bene perché vi aveva lavorato ed aveva degli amici. Avuto sentore che si progettava di spedirlo a Mauthausen, scappò via con il loro aiuto, e se ne tornò a casa. Qui il “Gaiga” gli portò una carta d’identità falsa e lui trascorse il resto delle guerra nascosto a Noventa Vicentina. Dai campi di concentramento tornarono tutti tranne il povero Guido Caburlon.”

 

Questo racconto suggerisce che anche nel nostro paese esisteva una rete partigiana che era in grado di procurare documenti contraffatti. In occasione di questa retata anche il gruppo di partigiani che era sfollato a San Briccio si disperse[67].

 

Il 25 novembre 1944, protocollata il 28, dalla prefettura arrivava un’ordinanza, raccomandata, firmata dal Comandante Colonnello Umberto Rizzoli avente per oggetto.

 

Sanzioni penali per “atti di viltà” e “abbandono del posto”.

- Il Comando del Gruppo d’azione della Polizia d’ordine del Comando Superiore degli S.S. tedeschi in Italia avendo ripetutamente rilevato con quanta facilità i banditi (sbandati e partigiani) riescano, senza incontrare valida resistenza, a disarmare gli agenti del servizio antisabotaggio ed, inoltre, come siano frequenti i casi di “abbandono di posto” da parte degli agenti stessi ha stabilito quanto segue:

1°) - Gli agenti del servizio A.S. che si lasceranno disarmare senza opporre valida resistenza o che non avvisernanno subito il più vicino posto di Polizia Tedesco degli attacchi dei banditi o non metteranno al corrente la popolazione della presenza dei banditi con urla e grida di aiuto o altri mezzi di occasione:

- Verranno denunciati e giudicati da un Tribunale di Guerra per il “reato di viltà di fronte al nemico”;

2°)- Gli agenti che abbndoneranno il; posto durante le ore di turno o si presenteranno in ritardo al servizio senza ragioni plausibili o si intratterranno a conversare con compagni o estranei a scapito del servizio:

-Verranno tratti in arresto e denunciati ad un Tribunale di Guerra per i reati di  “abbandono di posto di fronte al nemico” o “per negligenza” […]

 

Il Podestà doveva informare di quanto sopra gli agenti in servizio e quelli che si sarebbero arruolati in seguito.

[…] Questo Comando sarà rigoroso nell’applicare le disposizioni cui è oggetto il presente foglio.

IL Comandante Colonnello Umberto Rizzoli [68]

A  piè di pagina in rosso il Podestà annotava: “fatta copia agli agenti –1/12/1944”.

 

Bombardamento del cotonificio Pozzani

Sulle cause del bombardamento del cotonificio Pozzani il 30 gennaio del 1945 ho raccolto due testimonianze che si diversificano solo in parte tra di loro:

 

“Una notte un nostro concittadino, credendosi partigiano, con una radiotrasmittente informò erroneamente che lo stabilimento Pozzani fabbricava armi, invece si tessevano bende per gli ospedali. Vennero il 30 gennaio 1945 distrussero l’edificio e uccisero due operaie e ne ferirono 7.”

 

Altra versione:

 

“Un partigiano che trasmetteva con la radio diede le coordinate sbagliate della stazione di Porta Vescovo e così gli aerei colpirono noi.”  

 

In paese qualcuno fece anche il nome del partigiano.

           

L'azione fu compiuta in due ondate, la seconda fortunatamente non causò vittime.

 

Fu colpita gravemente anche la vicina palestra e l’annessa abitazione del custode. (Appendice 6).

 

Solo il 21 febbraio, ormai troppo tardi, venne presa la decisione di istituire delle postazioni di segnalazione antiaerea.

 

La notte del 3 marzo 1945 gli aerei alleati vennero per colpire Verona e, per vedere meglio l’obiettivo, spararono dei Bengala (razzi) che il vento portò su San Martino. Così cominciarono a mitragliare lungo la linea ferroviaria fino alla Fracanzana. Terrorizzati i nostri concittadini cercarono riparo dove potevano.

 

 

“Negli ultimi giorni gli americani continuavano a mitragliare e sul ponte del Cristo perse la vita un passante. Pochi giorni dopo me ne stavo affacciata sulla porta di casa a vedere i camion dei tedeschi che transitavano in via Ponte e fui attratta da un aeroplano americano che in volo radente puntava proprio verso di me. Per fortuna mia sorella con uno strattone mi spostò di lì, perché una raffica di mitra investì prima la strada nel tentativo di colpire i camion e poi uno dei proiettili si conficcò nella maestà della porta d'ingresso e proseguì la sua corsa in casa fin sulla sedia dove c'era un cesto con dei panni lavati. La pallottola iniziò ad avvitare tutti gli indumenti incendiandoli e finì lì la sua corsa. Devo la salvezza a mia sorella.... quella pallottola è diventata un ricordo di famiglia".

 

Il 27 Marzo il Podestà scriveva all’Ufficio Distribuzione dei Generi Alimentari Contingentati:

Tenuta presente la grave crisi dei trasporti ed il pericolo cui è esposto quotidianamente il traffico sulla strada statale Verona-Vicenza per il ripetersi delle incursioni aeree nemiche, si propone che il magazzino distribuzione di generi contingentati per questo Comune sia trasferito dal magazzino di S.Michele Extra, nei locali della ex Ditta Avesani Cirillo posti in Borgo Vittoria di questo Comune, regolarmente attrezzati allo scopo anche con un frigorifero. [69]

 

Però nel marzo del ’45 i lavoratori della Musella dimostravano di essere ancora piuttosto sereni,  come si vede nella foto di gruppo che li ritrae dentro la tenuta.

 

Poi i tedeschi iniziarono a dare segno di nervosismo e a considerare con diffidenza la popolazione.

 

Verso la fine della guerra - strage di Ferrazze

 

“Negli ultimi giorni i soldati che erano di guardia ai forti lasciarono i loro posti e così la gente fu libera di entrare e saccheggiare. Ciò fu causa di una tragedia perché a Moruri il via vai causò un disastro. Portando fuori la polvere pirica, per strada ne persero una certa quantità e così calpestandola prese fuoco causando la scoppio del forte. Ci furono diversi morti nella popolazione. Due sere prima che arrivassero gli americani a San Briccio vidi che succedeva la stessa cosa però gli abitanti mentre la portavano fuori la incendiavano un po’ alla volta e si vedeva tutto attorno al forte brillare dei fuochi.”

 

I tedeschi stanziati in Musella vennero a sapere che Berlino era ormai assediata e quelli che dirigevano gli italiani in sartoria mostrarono la loro grande gioia: "Berlino Kaputt, ghera finita".

 

            " Il sarto fece venire l'orchestra e la cantante e facemmo una bella festa"

 

Ai lavoratori della Todt fu liquidato un mese di stipendio, 500 lire.

 

Infine i tedeschi cominciarono ad andarsene alla spicciolata requisendo tutti i possibili mezzi di trasporto, specialmente biciclette. Entravano in casa e, armi alla mano, prendevano quello che poteva servire loro per andarsene dall’Italia.

 

Il paese era rimasto sguarnito delle forze occupanti così i vagoni merci che si trovavano lungo la ferrovia furono ripuliti dalla gente affamata.

 

"In stazione c'era un treno pronto per la Germania dove c'era di tutto e la gente andava a prendere quello che trovava di suo gusto. Ma c'erano dei tedeschi che facevano la guardia e sparavano. Rimase ucciso un ragazzo.  Anche l'oleificio Sacchetti venne saccheggiato"

 

Mio fratello tornò con <‘na brasada de baìli>. Si prese parole da tutti: possibile non avesse trovato di meglio? Ma la scelta si rivelò previdente perché poi li barattammo in modo conveniente con i contadini che dovevano lavorare la terra.”

 

“Alla mattina del mio ritorno a casa incontrai uomini armati di fucile e io, che li conoscevo, ridendo li presi in giro dicendo <sio anca voialtri dei partigiani> sapendo che fino all’ultimo erano stati a lavorare dai tedeschi.”[70]

 

“Nella notte prima dell’arrivo degli americani un tale, venendosene in barca dal “Camilion”, tentò di rubare  copertoni di macchine siti in una corte in riva al Fibbio, ma non gli andò bene perché il padrone se ne accorse e gli sparò due fucilate che lo ferirono. In seguito lui dichiarò che era partigiano e che erano stati i tedeschi a sparargli, così prese la pensione di invalidità per tutta la vita. Lo sparatore andava dicendo: -mi denunci pure così finirà in galera-.”

 

Sulla strage delle Ferrazze ho potuto consultare due documenti: l’appassionato scritto di Agenore Bertagna, in occasione del 26 Aprile 1948, e il libro di Beppe Muraro: Ferrazze 26 aprile 1945 edito nel 2005 da Grafiche CIERRE per il Comune di San Martino Buon Albergo e l’Istituto Veronese per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea [71]. (Appendice 7)   

 

Come leggerete le due versioni, pur concordando in linea di massima, presentano notevoli differenze persino sul numero delle vittime.

 

Era un pomeriggio piovoso. In lontananza si erano sentiti spari provenienti da Montorio. A Ferrazze tutto sembrava tranquillo tanto che: [...] quel giorno c'era un continuo passaggio di tedeschi, tanto che un gruppo di abitanti di Ferrazze era salito alla Musella per vedere di recuperare quello che avevano lasciato e che poteva essere utile nelle case...] [72]

 

Scrive Bertagna:

[…] Era l’ormai lontano 26 aprile 1945, l’ultimo giorno della tenebrosa esistenza dell’egemonia teutonica sul nostro paese, le ultime ore di agonia del nostro popolo, l’approssimarsi dell’aurora della liberazione e della resurrezione.

Verso le ore 16 un birroccio con a bordo tre soldati tedeschi scendeva dalla collina verso il centro abitato. Gli ultimi soldati tedeschi già erano passati inoltrandosi per gole e valli verso le montagne del nord. Una pattuglia di partigiani era giunta da San Michele ed aveva iniziato a sparare sugli ultimi supersiti tedeschi. Da ciò il ritorno dei tre in calesse, i quali volevano accertarsi di quanto accadeva. Questi dovettero però ritornarsene alla lesta sui loro passi onde evitare le raffiche dei mitra partigiani.

I tedeschi però non mettevano punto al periodo e organizzati, in due colonne, scesero da due lati opposti verso il centro abitato. La prima colonna sostò presso la chiesa reclamando il “Pastore”. (Difficile interpretare il motivo di questa invocazione).

 

Don Taietti, però, capita la gravità della cosa cercò di uscire dal lato opposto della chiesa, per raggiungere, rasentando i muri delle abitazioni, casa Patuzzo e rifugiarvisi.[…]

 

Casa Patuzzo è la prima a sinistra, in piazza, entrando a Ferrazze da Verona.

 

[…] Ma fu visto e una scarica di moschetti lo feriva ad una gamba, raggiunse ugualmente però il rifugio. […]

Appare chiaro che se i tedeschi avessero voluto fargli effettivamente del male non avrebbero avuto difficoltà di sorta. Nei paraggi si trovava anche un tal Corbellari che, colpito a un occhio, in seguito rimase cieco.

 

[…] Nel frattempo la seconda colonna scesa dalla collina del lato est entrava in casa Belluzzo nella quale vi trovavano il capo famiglia Giuseppe di anni 54, il figlio Mario di anni 17, i fratelli Gino e Danilo Rossi rispettivamente di anni 20 e 17 e Bruno Gugole. Questi venivano rudemente tratti in istrada ed appoggiati alla rete che fiancheggia l’osteria al Ponte, indi ammazzati a raffiche di mitra.

 

Congiuntesi in piazza dei Reduci, le due colonne tedesche alla ricerca dei partigiani, i quali nel frattempo non potendo far fronte ai duecento tedeschi si erano occultati nelle abitazioni vicine, entravano in casa Composta, percuotendo la porta della cantina affinché le persone che vi si erano nascoste si presentassero loro. Usciva per primo Luigi Castagna di anni 56 il quale di fronte alla scena di terrore di quelle orde assatanate di sangue, passava senza il loro permesso nella stanza attigua. Una bomba a mano lanciatagli dietro nella stanza lo feriva mortalmente. Più tardi fu trovato esanime in una pozza di sangue. Altre bombe venivano lanciate nei locali a piano terra con la sola conseguenza del rovinio delle pareti e dei mobili.

Dodici russi nascosti nella casa di Angelo Tosi, furono fatti uscire uno alla volta e mentre a mani alzate varcavano la soglia otto furono stesi a terra dal loro piombo gli altri rimasero più o meno feriti.

Ma non paghi di quella sanguinosa carneficina i tedeschi presero la strada di San Martino in cerca di nuove vittime. Un sergente partigiano ferito fu preso e finito a colpi di calcio di moschetto. [73]

 

In località Ferrazzette avvistarono sulla strada un operaio tale Giovanni Tosi di anni 53 che tornava dal lavoro e fecero fuoco su di lui.

Il Tosi si rifugiava subito in casa Grego, ma i feritori giunti di corsa vollero il ferito e dopo averlo fatto medicare alla gamba ferita lo portarono sulla strada e fatto sedere su di una sedia lo fucilarono.

Proseguendo verso San Martino i tedeschi entravano in casa Meggiolaro in corte Scimmia, trascinando fuori il 30enne Mario Silvagni [74].  Nel cortile fu accoppato di botte gettato nel fossato chiamato Rosella che scorre fiancheggiando la strada.

 

 

La serie di questi spaventosi crimini non avrebbe avuto fine, se non fosse stata quell’ora l’ultima che permetteva loro di accrescere delitti su delitti e macchiare sempre più orribilmente la loro coscienza.

 

Due grossi carri armati americani già avevano avvistato il gruppo di tedeschi appiedati e a cavallo. Furono ben presto raggiunti quegli esseri assetati di odio e di sangue e nel sangue chiusero i loro occhi alla luce del giorno. Di tutta la loro baldanzosa vigliaccheria non rimase che un cumulo di carni sfracellate e fumanti rottami di quanto costituiva il loro armamento ed equipaggiamento[75].

 

Cinquantasette anni dopo (2005) Beppe Muraro scrive il suo libro costruendolo sulle testimonianze di famigliari e abitanti di Ferrazze.

 

Riassumendo:

Il 26 aprile, quando gli americani erano appena entrati in Verona, i tedeschi che si trovavano in Musella cominciarono a uscire armati di tutto punto dal cancello vicino al ponte sul Fibbio per andarsene. Tutto sembrava tranquillo tanto che un gruppo di abitanti della frazione era salito alla villa padronale per impadronirsi di quello che poteva.

 

Verso le 14,30 di una giornata piovosa, si dice che tre, o forse quattro partigiani con una mitragliatrice e una bandiera, arrivassero da San Michele con un carretto e obbligassero Luigi Castagna, titolare del negozio di generi alimentari che si trovava nella piazza della frazione, a farli entrare per stanziarsi sul terrazzo dietro casa da cui si poteva dominare la piazza.

 

Dalla strada che andava a San Martino arrivò un carretto con a bordo due giovani soldati tedeschi e, in quel momento, dalla zona del ponte furono sparati dei colpi che li ferirono. Il carretto tornò indietro verso la strada Pedrotta.

Poco dopo due colonne tedesche: una proveniente dall’oleificio e l’altra dalla Pedrotta stessa, si mossero verso il centro del paese.

 

I partigiani visto il pericolo abbandonarono l’arma e si diedero alla fuga. Questa azione scatenò una feroce repressione. I tedeschi cominciarono a setacciare le case per trovare gli sparatori. Nelle cantine dell’osteria al Ponte scovarono 21 soldati georgiani, probabilmente disertori, li fecero uscire uno ad uno e un ufficiale delle SS li giustiziò con un colpo alla testa.

 

Vennero uccisi anche Gino Belluzzo di 55 anni e il figlio Luigi che abitavano al Feniletto, i fratelli Gino a Danilo Rossi di 20 e 19 anni che vivevano in corte Ferrazzette, e Bruno Gugole che anche lui abitava e viveva alle Ferrazzette.

 

Così viene descritto il ferimento del parroco don Taietti: “Don Primo, nel scorgere l’orrendo massacro, si è buttato verso i sacrificati per portar loro soccorso, ma purtroppo anche Lui si è preso una pallottola nel polpaccio di una gamba, perciò è stato trasportato in canonica per essere curato”.

I tedeschi si rivolsero poi verso il luogo da cui sembravano essere partiti i colpi cioè il negozio di Luigi Castagna. Gettarono prima una bomba che devastò l’interno, poi vedendo che fuggiva lo inseguirono al piano superiore e lo uccisero. Poi ripresero la ritirata portando con loro il carretto, la mitragliatrice e la bandiera che i partigiani avevano lasciato in corte Castagna.

 

In Corte Ferrazzette abitava Giovanni Tosi con la sua famiglia. Quel giorno Tosi si trovava sulla porta di casa quando una scarica di mitragliatrice tedesca lo colpì. Una delle figlie uscì, lo portò all’interno per dargli le prime cure e lo mise a sedere su una sedia. Da fuori si sentirono ordini in tedesco. Tosi ordinò alle figlie di nascondersi. Infatti poco dopo venne ucciso dove si trovava.

Altro morto il giovanissimo Otello Scandola di 16 anni che abitava in Corte Cavallo ed era uscito in bicicletta. Forse fu quel bene, indispensabile per la fuga, che decretò la sua fine e il padre andò a raccoglierlo nei campi vicino a casa.

Poi con l’arrivo di un carro armato americano da Porto San Pancrazio i tedeschi ripresero la loro fuga. L’identità dei partigiani che avrebbero provocato l’eccidio non si scoprì mai.

 

“Mi raccontarono che sulla strada che da Ferrazze portava a San Martino c’erano molti morti e anche animali uccisi: mucche, cavalli. Una strage.”

Furono partigiani venuti da fuori a scatenare il furore tedesco a Ferrazze?

 

Nel libro di Muraro Luigino Andreoli dichiara: “Dal lucernario delle scuole elementari e da qualche altro nascondiglio improvvisato, qualche altro uomo di Ferrazze cercava di tenere sotto tiro i soldati tedeschi onde far evitare che bruciassero la frazione come avevano già minacciato"

 

E dichiara un’altra testimone:

 

"Per l’eccidio della Ferrazze dove ci furono parecchi morti, io che ero stata assunta dagli americani per fare le pulizie nel palazzo, mi trovai a lavorare con la sorella e figlia dei due caduti che mi disse piangendo che se certi armati di fucile non avessero sparato contro i tedeschi in ritirata non sarebbe successo niente e non parlò né di partigiani né di gente di San Michele.”

 

Un altro testimone dichiara:

Dopo la guerra ho lavorato per un certo periodo con uno delle Ferrazze. Lui mi raccontò di aver partecipato alla sparatoria che aveva scatenato la rappresaglia dei tedeschi.

 

Sugli ultimi giorni di guerra un’altra testimonianza dice:

 

“Durante il giorno, in quei concitati momenti, chi poteva non restava a casa ma si rifugiava dove era possibile. C’erano continuamente bombardamenti, mitragliamenti e colpi d’arma da fuoco. Un gruppo di persone in coda all’oleificio era stato mitragliato senza pietà. Anche un bambino di tre anni Mario De Santi era stato colpito a una gamba in pieno centro.

Di notte si faceva ritorno a casa per dormire un sonno angosciato e mangiare qualcosa delle poche provviste che avevamo. Il pomeriggio del 27 aprile ci vennero a chiamare, eravamo nascosti al Polerin, perché erano arrivati gli americani.

Erano entrati tra le 18 e le 19,30 del 26 aprile provenendo dalla “strada alta”. Mi impressionò il fatto che nella nostra piazza facessero un carosello su delle biciclette che erano state in dotazione dei bersaglieri.

Mi colpì anche che fossero affamati. Avevamo un sacco di pan biscotto messo via per far fronte al rischio di restare senza mangiare e lo offrimmo loro con qualche bicchiere di vino e quel poco altro che avevamo. Ci precipitammo poi sulla strada principale e ne vedemmo altri che, mitra spianati, si muovevano con prudenza rasente ai muri temendo ci fosse ancora qualche tedesco armato di cattive intenzioni.

Tutti i compaesani che avevano un’arma, magari un fucile da caccia, erano in strada a festeggiare, tanto era il sollievo di essere usciti da anni di guerra.

Nella piazza principale portarono un tedesco accusato di aver ucciso un soldato americano. Lui continuava a negare ma non fu creduto. Io scappai via angosciata mi pareva impossibile che si potesse ammazzare un uomo così, a sangue freddo. Anche un italiano fu trovato morto nella corte dei Gonella.”

Qualcuno ha definito quei giorni:

 

“ ’Na baraonda”.

 

“Le prime sere del dopoguerra noi bambini stavamo fuori incantati a guardare le luci dei fari dei veicoli alleati. Dopo anni di coprifuoco e di buio tappati in casa con le finestre oscurate, ora potevamo togliere i cartoni dalle imposte e guardare finalmente fuori. In precedenza invece chi per qualche grave motivo si doveva muovere di notte usava una lampadina tascabile che faceva un misero cono di luce.

 

Gli americani piantarono le loro tende nelle tenuta Musella in Valoara, le truppe di colore si stanziarono nelle campagne di Ca’ dell’Aglio. Molto buffo fu il mio primo incontro con loro.

Da sempre le mamme ci avevano detto: <se no sti boni ciamo l’omo nero>!!

 

Quel giorno, sarà stato il 30 aprile, avevo male a un dente e con una mia cugina mi ero recata dal dentista che stava alle basse del paese, ma non lo avevamo trovato. Ritornando cominciò a venirci incontro una colonna di camion carichi di uomini di colore, gente di quella tinta non ne avevamo mai vista. Si sporgevano dal cassone gridando <ciao, baby> e altre cose nella loro lingua incomprensibile. Prendemmo una paura maledetta e scappando più veloci che potevamo attraverso i campi arrivammo in paese senza fiato”.

 

“Mentre i tedeschi, almeno quelli che erano in San Martino si comportavano educatamente, erano stati sempre rispettosi dell’ordine e non avevano molestato le ragazze, i nostri salvatori erano turbolenti. Si erano portati dietro le “segnorine” dal Sud. Un giorno assistetti a una lite fra loro per gelosia a colpi di pistola.”

 

Anche con gli alleati ci furono morti e feriti tra i civili, perché spesso percorrevano la strada principale del paese a gran velocità. Morirono un bambino di nove anni delle Casette investito da un autocarro alla Fracanzana nel luglio del ’45, e nel luglio del ‘46 una donna di quarant’anni che fu travolta al ponte del Cristo da una loro macchina. Se la cavò meglio, frattura cranica, un muratore investito in via XX settembre nell’agosto del ’45.

 

“A volte si vedevano correre con le loro jeep per il paese guidando… con i piedi. Era comunque gente generosa, proprio come ce la mostrano i filmati del dopoguerra.”

 

“Mia madre lavava i loro vestiti e io cercavo nelle tasche se trovavo qualcosa. La ricerca dava sempre risultati: caramelle, gomme da masticare, qualche soldo. Gli americani non badavano a quelle piccole cose.”

 

Ben diversi, avari e pieni di boria, furono gli inglesi che li sostituirono. Per fortuna rimasero poco. Infatti alla fine del ’46 gli edifici furono tutti de-requisiti e San Martino fu finalmente libero.

 

Il dopoguerra

Domenica 29 aprile, lo stesso giorno dei funerali delle vittime di Ferrazze e di Vincenzo Ferrarin morto a causa delle ferite riportate il 26,  una cinquantina di nostri concittadini si riunì in una stanza del Municipio. Nel verbale dell'assemblea si legge che si trattò di ricostituire il CLN, di misure di ordine pubblico, di provvedimenti per aiutare la popolazione, dell’istituzione di una commissione per l’epurazione dei gerarchi fascisti i cui tre membri furono: Guido Zanetti, Edoardo Verzini, Gioacchino Selmo, di incaricare una persona stimata per gestire i primi provvedimenti amministrativi del dopoguerra. Inizialmente  questo compito fu affidato a un ufficiale che si era rifugiato a Marcellise, poi a un nostro concittadino, infine l’incarico fu conferito ad Agostino Luzzo.

E' difficile spiegare come di una tragedia come quella di Ferrazze non si trovi nessun accenno nei verbali della riunione.

Stranamente questa vicenda ebbe poca risonanza ufficiale, sia al momento, sia in seguito.

 Il comitato non fu molto severo verso i fascisti più accesi. Solo uno di loro lasciò il paese di sua iniziativa, si diceva fosse tra i torturatori della caserma di Soave, comunque tornò qualche anno dopo accettato tranquillamente dalla comunità.

Ma alle donne non venne perdonato di aver familiarizzato con i ragazzi tedeschi e fu loro riservato il barbaro rito della rasatura dei capelli che venne fatta pubblicamente in piazza.

 

“Non i a pelà quele che le se lo meritava veramente, però!”

 

E mentre il nome dei fascisti più accesi è stato quasi dimenticato, gli anziani ricordano ancora perfettamente quello di chi aveva subito il vergognoso rito.

Il segretario del Fascio, Giacomo Avanzi, fu visto attraversare a piedi il paese con altri fascisti. Si disse che era stato internato a Coltano. Poi ritornò e nessuno lo molestò mai. Del resto per tutti "L'era 'na brava persona."

Anche il Podestà, Manfredo Zamboni Montanari, fu arrestato e incarcerato. Poco tempo dopo tornò in libertà e continuò a mantenere le cariche sociali che aveva in precedenza. In seguito fu per anni presidente della Croce Rossa di Verona.

 

A Verona venne nominato un Commissario nella persona di Aldo Fedeli che divenne Sindaco effettivo con le elezioni del 1946. Il nuovo Prefetto fu Giovanni Uberti che in seguito subentrò ad Aldo Fedeli allo scadere del suo mandato nel 1951.

 

Le conseguenze della fine della guerra si fecero sentire per molto tempo anche nel nostro paese. Il 18 luglio ’45, protocollato il 21 [76], il Prefetto Giovanni Uberti scriveva al Sindaco informandolo che il Comando Zona Emilia per la bonifica dei campi minati avrebbe presto iniziato il suo lavoro anche nella nostra provincia.

 

A San Martino di campi minati non ce n’erano, però di ordigni bellici si; tanto che un anno dopo il 18 luglio 1946 il Sindaco scriveva alla Rappresentanza provinciale Opera nazionale per gli invalidi di guerra [77] che in paese oltre a un bambino di tre anni ferito in un mitragliamento il 21 marzo 1945, altri due ragazzi erano stati feriti in casa maneggiando una bomba e uno sulla strada principale del paese.

 

Dopo questi altri se ne aggiunsero nel tempo. Furono le micidiali bombe a farfallina che fecero il maggior numero di vittime.

 

Il problema causò in tutta Italia molti incidenti. Per questo le strade e le scuole si riempirono di manifesti che mostravano i vari tipi di oggetti bellici invitando a non toccarli [78].

 

Archivio storico Comunale, San Martino Buon Albergo, Busta B165.

 

Del resto il tributo di sangue dei bambini è ancora all’ordine del giorno come si constata in tutti i paesi dove si è combattuto o si combatte ancora.

 

Il 22 Maggio 1946 la Direzione artiglieria di Verona Servizio Bonifica e recuperi [79] dichiarava che il lavoro di bonifica da proiettili e bombe nel territorio della nostra provincia era concluso. I comuni che avessero riscontrato ancora la presenza di tali materiali avrebbero dovuto informare l’ente.

Invece anche fino ai primi anni ’60 le bande di ragazzini del  paese facevano a gara a chi possedeva il maggior numero di armi. Ne trovarono molte, specialmente nelle campagne: proiettili inesplosi di vario calibro, bombe a mano, baionette, pistole, anche mitra, arrugginiti.

 

Il problema del cibo continuava a essere all’ordine del giorno. Quando manca il pane il popolo si arrabbia, e lo aveva imparato a sue spese anche la regina Maria Antonietta di Francia che lo aveva insanamente invitato a mangiare brioches. A San Martino il popolo invece rifiutava l’alternativa di mangiare polenta!

 

Il 17 agosto 1946 il Sindaco Cirillo Avesani piuttosto esasperato, scriveva alla SEPRAL (SEzione PRovinciale ALimentazione:

Questo Comune con domani è senza farina da pane per il fatto che la popolazione non intende ritirare la farina da polenta. 

 

E aggiungeva piuttosto sarcastico:

Può darsi che ristabilendo il rapporto di un tempo tra farina da polenta e quella di grano, possa la popolazione valersi più largamente della facoltà di scegliere la polenta in confronto del pane.

Quanto sopra è stato ripetutamente riferito a codesto Ufficio dall’assessore comunale addetto all’alimentazione. Comunque data l’urgenza di provvedere, prego perché al latore del presente, come da intelligenze telefoniche intercorse stamane, sia consegnato un congruo quantitativo di farina da pane. [80]

 

Anche l’ingiustificato rincaro del costo della vita costituiva un grave problema, tanto che il 2 settembre del ’46 il Prefetto Uberti decretava l’istituzione del calmiere [81]. Esso stabiliva che il costo di tutti i generi di consumo non doveva superare quello praticato alla data del 1 luglio 1946. La sorveglianza dei prezzi era demandata a squadre miste composte da un agente di pubblica sicurezza, un vigile urbano e da un lavoratore opportunamente scelto dalla Camera del lavoro. Le infrazioni sarebbero state represse dalle autorità competenti con la confisca della merce e la chiusura dell’azienda e, nei casi più gravi, con la revoca definitiva della licenza e l’arresto del responsabile.

 

Le merci occultate e requisite dovevano essere consegnate alla SEPRAL che avrebbe provveduto a farle rientrare in commercio.

Qualunque forma di accaparramento, anche da parte del privato consumatore, sarebbe pure stata severamente repressa.

 

Purtroppo anche la SEPRAL non era un’istituzione nella quale si potesse riporre molta fiducia perché si sospettava che i fascisti facessero ancora parte delle varie amministrazioni statali e si dava colpa a loro delle carenze alimentari. In una manifestazione contro il carovita a Milano un cartello portava scritto “Epurare la SEPRAL cricca fascista”.

 

Immobili sequestrati

Altro problema fu quello degli immobili sequestrati e degli sfollati che i bombardamenti avevano costretto a riparare in alloggi provvisori. Prima di tutto ci occuperemo dell’edificio scolastico.

 

Già il 3 settembre 1945 si cominciò a parlare della scuola. Infatti Agostino Luzzo scriveva al Prefetto [82]:

Questo Comune dispone di un fabbricato scolastico di tre aule messe a posto dopo la baraonda delle truppe germaniche, la quarta aula suddivisa in vari reparti servirà e serve anche in parte per allogamento uffici.

Dispone ancora del nuovo fabbricato scolastico lungo via Mazzini composto di 8 aule nel quale si sono allogati in un primo tempo le truppe tedesche le quali hanno rovinato serramenti e vetrate e partite le truppe anzidette si allogarono i partigiani e la polizia alleata dal bracciale bianco, inoltre vi fecero accasermamento i soldati americani […].  

 

Partiti gli americani arrivarono gli inglesi che, forse per permettere l’inizio del nuovo anno scolastico, decisero di spostare la loro sede nel vecchio Buon Albergo. Purtroppo in quell’edificio si trovavano 7 famiglie di sinistrati tra le quali quella del vice-capostazione

 

[…] il quale trasferì a San Martino la Sua famiglia e quella del papà e chiede a mio mezzo l’intervento dell’ E.V. se può ottenere dall’autorità inglese di rimanere nelle scuole fino alla fine dell’anno come sembra vi sia preventivata la permanenza lasciando pertanto tranquille le famiglie nell’albergo […].

 

Lascia piuttosto perplessi che lo scrivente sembri suggerire che è meglio che l’anno scolastico non inizi regolarmente nella scuola del paese, piuttosto che mandar via il vice-capostazione e gli altri da dove si erano stabiliti.

Luzzo ebbe un colloquio di 2 ore con il comandante inglese, tra l’altro propose che gli sfollati venissero ospitati nelle baracche site in Musella. Non ottenne alcun risultato.

 

[…] Io ho fatto del mio meglio per combinare questa faccenda ma purtroppo tutta la mia povera eloquenza si è infranta verso la durezza inglese -mano di ferro coperta dal guanto di velluto- Non potendo fare di più e nell’interesse di questa famiglia rimetto la cosa all’ E.V. con preghiera personalmente occuparsene e di vedere se è possibile la soluzione desiderata dal Comune. Con il massimo ossequio.

 

E il 5 settembre 1945 una minuta di pugno del facente funzione del Sindaco [83] informa: L’Amministratore del Duca d’Acquarone, Provolo Adolfo, Barbieri Riccardo:

Per debito di ufficio mi faccio dovere comunicare che il Comando Inglese ha oggi consegnato allo scrivente l’ordine di requisizione:

1 Della tenuta Musella-Drago e della Villa Musella

2 Della villa Provolo

3 Della villa Barbieri.

a datare da oggi stesso.

Date le disposizioni precise lo scrivente non può opporsi al perentorio ordine […]

 

Dunque il Comando inglese verrà accantonato in altre sedi ma continuerà ad occupare l’edificio. Il vice-capostazione non se ne andrà più dal vecchio Buon Albergo e continuerà ad abitarvi anche quando esso verrà suddiviso in appartamenti. L’odissea delle scuole elementari invece proseguirà.

 

Nell’anno scolastico ‘45/’46 le lezioni si svolsero con doppi turni ospitate nell’edificio delle suore della Misericordia (Ora sede della casa di Riposo).

Il 3 maggio 1946 il Provveditore agli studi scriveva alla Scuola Rurale [84]

Per rispondere ad analoga richiesta del Ministro della Pubblica Istruzione, pregasi comunicare se l’edificio scolastico di codesto capoluogo è ancora occupato da truppe alleate. In caso affermativo precisare  la nazionalità, arma, specialità delle truppe.

 

Evidentemente il Sindaco incerto su come rispondere all’ultima parte della comunicazione del Provveditore si rivolse ai diretti interessati, gli inglesi. Per questo il 6 maggio il Capt CC 3 Sq. 6 Brit Armd Div Sics  (Firma illeggibile)  gli comunica:

In risposta alla lettera del Provveditore agli Studi di Verona in data 29 Marzo, Prot. N. 4091 da voi inoltrataci vi comunico che l’edificio scolastico di questo Capoluogo si trova occupato da truppe alleate di nazionalità Inglese appartenenti a: 3 Squadron Signals  - 61 Infantry Brigade . C.M.F.[85]

 

E questi dati il Sindaco comunica lo stesso giorno al Provveditore.

 

Il 15 giugno 1946 il Sindaco torna a scrivere al Provveditore agli Studi e al Prefetto:

Dopo oltre un anno di occupazione, le Forze alleate hanno sgombrato l’edificio scolastico di questo capoluogo, trasformato in officina e ridotto in condizioni pietose. Sennonché detto edificio non è stato ancora restituito all’amministrazione comunale; è stato anzi chiuso con divieto di accesso: probabilmente sarà destinato a un’ulteriore occupazione. Ma speriamo che così non sia, perché è indispensabile che le scuole siano restituite onde permettere all’amministrazione di dare esecuzione nella buona stagione a tutti queli lavori necessari per l’utilizzazione del fabbricato per il nuovo anno scolastico che avrà inizio nell’ottobre del 1946 […].

 

Segue un invito al Provveditore che si attivi presso le autorità militari

[…] affinché i giustificati e legittimi desideri di questa amministrazione che rispecchiano quelli della popolazione, vengano con sollecitudine soddisfatti.[86]

 

Un mese dopo le cose erano ancora in alto mare e il 24 luglio il Sindaco si vide costretto a inviare  al “242 Town Major, Palazzo mutilati” la seguente lettera:

Il comando alleato tiene tuttora occupati il fabbricato scolastico e la palestra scolastica di questo Comune. E’ intendimento dell’Amministrazione comunale di mettere in efficienza detti edifici per il nuovo anno scolastico che avrà inizio nel prossimo ottobre. Ma per poter eseguire a tempo gli indispensabili lavori di riparazione, è necessario avere subito liberi i predetti fabbricati. Pertanto richiamando in argomento l’accordo intervenuto fra il Comando alleato e il Governo italiano sulla necessità di restituire scuole ed annessi, si domanda che anche per questo Comune siano derequisiti il fabbricato scolastico e la palestra scolastica.[87]

 

La palestra, anche quando fu restituita, rimase inagibile per molto tempo. Infatti il 18 novembre 1948 il Sindaco, ricordando al Prefetto che l’abitazione del custode e l’adiacente palestra erano state gravemente danneggiate dal bombardamento che aveva distrutto lo stabilimento Pozzani, scriveva:

[…] Questo Comune allo scopo di salvare il salvabile, evitando così danni maggiori, ha fatto eseguire riparazioni varie per un importo di circa 600.000 lire confidando che la somma relativa sarebbe stata rimborsata dallo Stato. A tutt’oggi però nonostante solleciti vari, a due viaggi fatti di persona dallo scrivente a Venezia, non ha potuto avere ancora nessun rimborso.[…]

 

Nella nostra epoca nella quale chi ha una carica si sposta senza fatica con mezzi “ufficiali”, non si può non trovare commovente la frase: “due viaggi fatti di persona dallo scrivente a Venezia”. Allora il modesto Sindaco di paese avrà preso l’accelerato fino a Venezia per sentirsi riempire di parole ma: “non ha potuto avere ancora nessun rimborso”.

 

Poiché il Comune non ha disponibilità vistose in merito, questa Amministrazione si è trovata nella dura necessità di dover sospendere i lavori non indilazionabili agli effetti della conservazione dell’immobile in parola. Assicuro in ogni caso che, non appena lo scrivente avrà il rimborso di quanto già anticipato, saranno ultimati i lavori necessari a completare l’opera iniziata. [88]

 

La palestra continuerà per molti altri anni ad essere mal ridotta. Le casse del nostro paese dovevano essere proprio vuote se alla richiesta del Comune di Zevio di un contributo per ricostruire il ponte Perez il 20 novembre dello stesso anno il Sindaco rispondeva:

In riscontro alla nota segnata a margine, informo che apprezzo altamente la vostra iniziativa che tende a ricostruire il ponte di Zevio […] In ogni caso e pur con la massima buona volontà da parte di questo Ufficio, informo che questo Comune non può aderire anche in modesta parte alla richiesta stessa. [89]

 

Vediamo la situazione di altri immobili.

 

La stazione.

La lettera è del 6 giugno 1945. Il facente funzione di Sindaco Luzzo, scrive al governatore della zona che ha la sua sede a Illasi per interessarlo alla risoluzione di un problema riguardante l’edificio nel quale facevano sosta i viaggiatori e abitava il capostazione.

[…] La stazione non è stata sinistrata, ma vandalicamente incendiata l’ultimo giorno dalle truppe germaniche qui di stanza -ricordo doloroso delle loro permanenza ed ammonimento a noi tutti di quanto- senza scopo di guerra - hanno voluto compiere. Nutro fiducia che nei limiti del possibile si compiacerà l’Eccellenza Vostra accogliere la presente ed influire con la Sua autorità su chi spetta questo importante e delicato lavoro di restauro. Col massimo ossequio e con i maggiori ringraziamenti, mi professo.” [90]

 

Questa lettera il Sindaco non l’ha scritta di sua iniziativa ma sollecitato dalle pressioni del capostazione. Infatti a piè di pagina aggiunge:

Trascrivo la lettera pervenutami:

Avendo Voi contatto col Governatore Alleato, Vi prego fargli presente che a distanza di oltre due mesi dalla liberazione (lo scrivente fa un po’ male i suoi conti, il disagio lo induce a perdere la cognizione del tempo) non sono ancora stati iniziati i lavori di ripristino di questa stazione. Considerando che lo scrivente è stato privato dell’alloggio e che si è sistemato provvisoriamente alla meglio in due stanzette prive di qualsiasi più elementare comodità, sarebbe necessario sollecitare la ricostruzione del fabbricato viaggiatori tanto più che non si tratta di lavori di grande portata. Trattandosi di lavori di pubblica utilità, spero potrete convincere il Sig. Governatore a interessarsi della cosa e vedere quanto prima rimessa in piena efficienza la nostra stazione ferroviaria. Con osservanza. F/to Fianco Italo Capo Stazione. [91]

 

In merito alla distruzione della stazione qualcuno invece ricorda:

 

“La stazione fu bombardata e incendiata prima della fine della guerra ed era una domenica, prima che distruggessero lo stabilimento Pozzani”.

 

Le ville

Il 16 giugno ’45 erano stanziati in Musella-Drago ufficiali e sottufficiali alleati. Lo si può desumere da un modulo dettagliato che ne specifica le presenze. [92]

 

Ulteriore riprova di questa occupazione si ha da uno scritto del 19 settembre 1945 dove l’amministratore della tenuta illustrava anche la situazione debitoria che si era creata con la partenza dei tedeschi. Scriveva infatti:

“Sembra che quanto prima sarà dato corso allo sblocco dei crediti di importo inferiore alle lire 200.000 a suo tempo congelati in forza del disposto n° 73 del 5/7/1945 del Q.G. Commissione Alleata di Controllo, mentre altra procedura sarà seguita per quelli di importo superiore. Per l’occupazione tedesca della Villa Musella erano rimasti insoluti gli ultimi mesi di affitto e una nota di legna prelevata; nessuna pratica invece ancora era stata precisata per i danni e le mancanze di mobili e immobili in conseguenza dell’occupazione stessa […] [93]

 

Il 3 aprile 1946 il comandante in capo del corpo stanziato a San Martino dichiarava la tenuta Zona Militare vietando a chi non fosse munito di lasciapassare di entrarvi per qualsiasi ragione. Nella tenuta agricola il numero dei lavoratori stanziali era abbastanza nutrito e questo poteva permettere che entrassero anche persone malintenzionate [94].

 

Il 6 dicembre 1946 su carta ancora intestata al Regno d’Italia [95] in risposta a due note del 24 e 31 luglio, l’intendenza di finanza chiedeva all’amministrazione d’Acquarone di specificare le spese di accantonamento delle forze armate alleate per la liquidazione.

 

Villa Girasole, occupata prima dagli americani e poi dagli Inglesi subì ingenti danni che nel 1948 non erano stati ancora liquidati. Lo testimonia la varia corrispondenza datata 17 gennaio, 25 febbraio, 1 marzo 1948. Essa si svolgeva tra l’Ufficio del Genio Militare Requisizione A.A e il Sindaco.

 

Il 25 febbraio 1948, il Genio Militare scriveva chiedendo se agli atti del Comune risultasse che l’occupazione sopraddetta fosse stata compresa nelle liste di “Accantonamento militare” e come tale indennizzata dall’intendenza di Finanza e se vi fosse stata documentata da parte di Comandi e truppe americane l’occupazione della villa, quale fosse la data di inizio e di fine occupazione, e “l’entità dell’occupazione, grado di arredamento e attrezzatura all’atto dell’occupazione”. [96]

 

L’1 marzo il Sindaco rispondeva che agli atti del Comune non esistevano documenti comprovanti la requisizione della villa, ma essa era stata effettivamente occupata dal 15/6/45 al 25/10/’45 e dal 1/6/46 al 10/12/’46. Faceva presente che la villa, tra le più lussuose, era arredata a punto e dotata di ogni confort come accessori – pompe – bagni –motori- tennis- piscine e perfino un movimento circolatorio per cui era denominata “Villa Girevole”.

Proseguiva evidenziando che:

[…] 6° Durante le occupazioni in parola sono stati apportati vari (danni) segnalati dall’interessato in cinque o sei milioni. 7° Nessun compenso in denaro è stato corrisposto al proprietario per l’occupazione ed i danni in parola [...]. [97]

 

Anche il teatro parrocchiale era stato occupato dalle truppe americane e il parroco avanzò istanza per essere risarcito. Su questo argomento il 19 settembre 1946 iniziò una corrispondenza burocratica tra l’ufficio per le requisizioni delle forze alleate che aveva stanza a Bolzano e il Sindaco di San Martino. L’ufficio chiedeva la documentazione e cioè se agli atti del comune risultasse essere pervenuto dalle competenti autorità americane un foglio 5AE3 “ordine per accantonamento truppe” (Billetting Military order).

Il Sindaco comunicò che, anche in questo caso, il documento non esisteva ma che effettivamente l’occupazione c’era stata dal 9 giugno ’45 al 15 agosto ’45 e che i danni provocati ammontavano a 49.000 lire: anche la parrocchia doveva essere risarcita. [98]

 

Complicato per il cittadino comune doveva essere riuscire a farsi indennizzare per le spese sostenute durante l'occupazione tedesca e l'accantonamento delle forze alleate. Ne fa fede una lettera del 28 settembre 1945 indirizzata a un certo sig Repetto in cui il segretario di un ente non individuabile (perché la carta non è intestata, ma è da supporre essere quello comunale), scrive che la liquidazione delle spese per l'accantonamento delle forze alleate spetta all'Intendenza di Finanza. Ma.... siamo in Italia e la burocrazia deve complicare la vita:

[...] "La denuncia deve essere fatta però a q uesto ufficio che dovrà poscia compilare un apposito prospetto.

            La tariffa è la seguente:

Ufficiali per ogni camera occupata L. 30 al giorno

S.Uff.    ,,     ,,       ,,              ,,          L. 10 al giorno.[...]

 

Le tariffe sono ridotte del 40% per i paesi che hanno meno di 50.000 abitanti. Dell'occupazione dei terreni non si dice nulla.

[...] Sono stato in Prefettura e non c'è nessuna disposizione relativa allo sblocco dei crediti verso i tedeschi.[...]

 

Il burocrate che evidentemente disposizioni superiori non ne ha avute conclude:

[...]Nei giorni scorsi è apparso sul giornale che le persone che intendono far valere il loro credito verso i Comandi tedeschi per debiti non pagati, debbono presentare domanda allaIntendenza di Finanza e non più all'Ufficio provinciale di Finanza dell A.M.G.

Cordiali saluti.

                           IL SEGRETARIO.

 

Sarà riuscito il Signor Repetto a ottenere il risarcimento che gli spettava? 

 

E come sarà terminata la vicenda di quel nostro concittadino che il 1 settembre ’45 scriveva al Sindaco dichiarando che:

[…] Alla partenza delle truppe americane nere avvenuta il giorno 25 agosto 1945 di stanza in quella località (Chievo) hanno asportato ombrelloni e tavole che il sottoscritto dichiara essere proprietà del Comune di San Martino Buon Albergo.

Al fatto erano pure presenti […]. [99]

 

Infine il 13 dicembre 1946 la scuola, la palestra e altri edifici furono derequisiti.

 

I sinistrati

Cessata la requisizione degli immobili da parte delle truppe alleate il bisogno di trovare un’abitazione spinse i sinistrati a stabilirvisi contando sulla confusione ancora esistente. Il 22 maggio 1946 Il Ministero per l’assistenza postbellica, Ufficio provinciale di Verona chiedeva a tutti i Comuni [100]:

Poiché si prevede un nuovo afflusso di profughi ai quali sarà necessario dare ricovero, ed allo scopo di trasferire in sede più adatta il campo stativo dei profughi di San Giorgio in Verona, si prega la S.V. di voler segnalare con la maggiore cortese sollecitudine anche a mezzo telefono o telegrafo la esistenza nell’ambito di codesto comune di fabbricati disponibili da servire allo scopo, o la possibilità di collocamento presso famiglie. Confido nel suo vivo interessamento trattandosi di aiutare coloro che per eventi di contingenza si troveranno senza casa senza mezzi e lontani dai loro luoghi di origine.

 

Forse posto temporaneo per queste persone ci sarebbe stato nelle baracche che avevano ospitato i lavoratori assunti a suo tempo dai tedeschi e delle quali Agostino Luzzo aveva fatto richiesta al comandante inglese nel settembre del ‘45.

Ma le strutture, come documentato più sopra, vennero invece messe all’asta nel luglio del ‘46.

 

Il 24 agosto 1946 l’Amministrazione alleata scriveva al Sindaco di San Martino [101]:

Il Signor Provolo ci ha fatto pervenire sua lettera, con la quale fa presente che i locali già requisiti da questo Comando per le Forze Alleate, ed ora de-requisiti, sono occupati da civili, i quali asseriscono che furono autorizzati dal Comando Alleato a detta occupazione.

Si fa chiaramente presente che questo Comando non ha mai autorizzato alcuna famiglia ad occupare locali requisiti per le Forze Alleate, perciò il Signor Provolo con la partenza delle Truppe e con la regolare de-requisizione dei suoi locali, è libero di disporre dei locali, per quanto riguarda questo Comando, come meglio crede. Ogni addebito di occupazione da parte di civili, a noi, è assolutamente infondato.”

 

Come si vede la mancanza di un alloggio spingeva la gente a trovarlo con qualsiasi mezzo. La stessa situazione si riscontrava anche a Verona dove gli sfollati al rientro nelle loro case spesso le trovavano occupate da profughi, e dove in alcuni appartamenti vivevano anche più famiglie. 

 

Verso la normalità

Il paese tornava lentamente alla normalità. Il 5 aprile del ’45 veniva nominato Parroco  Don Egidio Peroni, che già nel 1940 era stato vicario del precedente Don Ambrosini. Però la sua entrata fu posticipata ai primi di maggio a causa dei tumulti che c’erano stati.

 

A proposito della sua persona il 2 luglio Il Prefetto chiedeva al Sindaco informazioni sul sacerdote[102]:

[…] Pregasi di fornire con ogni urgenza dettagliate informazioni sulla condotta morale e politica e sui precedenti relativi di detto Sacerdote e quale impressione abbia prodotto la sua nomina presso la popolazione. Pregasi inoltre di comunicare se la di lui condotta politica sia tale da poterlo mettere in conflitto con parte dei fedeli e se esistano comunque gravi ragioni, anche relative all’esecuzione del Ministero Pastorale, che si oppongano alla di lui nomina.”

 

Il 15 maggio veniva autorizzata l’apertura di una sezione del partito Comunista.

 

Il 7 Giugno la Croce Rossa dava notizie di un disperso in guerra che era ancora vivo e sulla via del ritorno.

 

Il primo luglio il Sindaco riceveva questa lettera[103]:

Gli abitanti di Piazza Garibaldi -tutti lavoratori- alla sera sentono il bisogno di un po’ di quiete e di riposo, ma quiete e riposo vengono compromessi per parecchi mesi all’anno con l’insediamento di giostre e baracconi ambulanti. Siamo lavoratori e sappiamo che anche i proprietari di questi baracconi hanno diritto di lavorare per guadagnarsi il pane; ma si potrebbe assegnare a loro qualche altro luogo che non sia abitato da tutti operai –per esempio Campo Sportivo– via XX settembre in fianco alla pesa pubblica ecc. Con la speranza[…].” Seguono firme.

  

Se calcoliamo il clima degli anni di guerra sembra piuttosto strano che per “Parecchi mesi all’anno” in piazza Garibaldi fossero stazionate “giostre e baracconi”.

 

La paura dei bombardamenti era finalmente terminata quando si incaricò la natura di agire con micidiale violenza.

 

L'8 agosto, due giorni dopo che era stata sganciata a Hiroshima la prima bomba atomica, su Verona e provincia si scatenò, a ciel sereno, una grandinata spaventosa.

 

Disperatamente suonò la campana della chiesa ma chicchi enormi caddero con terribile violenza. I tetti di cartone e lamiera che riparavano le case scoperchiate dai bombardamenti, i vetri delle finestre, dove c'erano, vennero distrutti.

Chi poteva cercò di ripararsi, ma animali e persone furono feriti, in qualche caso uccisi. In Musella, nella zona della vasca, si trovava un gruppo di prigionieri tedeschi, non avevano nessun tipo di riparo. Per questo alla fine della tempestata, erano tutti pesti e coperti di sangue.

 

Il primo ottobre ’45, protocollato il 25, con oggetto: Lotteria Nazionale Italia il Prefetto scriveva ai sindaci [104]:

Come è noto, con decreto Legislativo Luogotenenziale 22 febbraio 1945 N° 69, è stata istituita la Lotteria Nazionale “Italia” non collegata ad alcuna competizione sportiva”, i cui biglietti saranno venduti al prezzo di L. 30 ciascuno, di cui L.5 andranno a beneficio del venditore.  Allo scopo di dare maggiore diffusione alla vendita dei biglietti in tutti gli strati sociali, si fa assegnamento nel solerte concorso delle SS.LL. cui è diretta la presente circolare, e non si dubita che il loro compito verrà meno all’intento concernente il raggiungimento del fine propostosi dal Governo di sovvenire principalmente l’Ente Nazionale per la distribuzione dei soccorsi in Italia e la Croce Rossa Italiana.”

 

Chissà quanto sarà stato “solerte il concorso” dei Sindaci oberati da ben più gravi preoccupazioni amministrative contingenti.

 

L’11 ottobre tornarono da Torino dove erano state immagazzinate le campane di Mambrotta.

A questo proposito il giornale Verona Libera  il 14 ottobre scriveva [105]:

“Giovedì scorso allo scalo di Porta Vescovo sono arrivate a mezzo di autocarri le prime nostre campane che nel gennaio del ’43, in seguito alla famosa requisizione ordinata dalle autorità fasciste, vennero levate dalle ariose celle e trasportate a Torino e ivi custodite in attesa d’impiego. La consegna delle campane ai titolari dei templi ai quali erano state tolte, si è svolta in un’atmosfera commossa […] La Mambrotta, Castel d’Azzano, Sanguinetto, e Grezzano di Mozzecane saranno i primi paesi della provincia che godranno di nuovo del complesso campanario. La “Campanaria” di Santa Anastasia li inaugurerà tutti, riconfermando così ancora una volta il suo notevole valore artistico.”

 

La burocrazia, però, aveva le sue esigenze e il 12 novembre 1945 il distretto militare di Verona chiedeva al Comune un elenco dettagliato sui giovani della classe ’24, ’25 deceduti, prigionieri di guerra e internati politici.

 

Non avendo ottenuto alcuna risposta il 7 gennaio reiterava la domanda.[106]

 

Come rispondere a queste richieste pressanti in un momento nel quale l’Amministrazione si trovava ancora in una fase di ricostituzione?

Agostino Luzzo risolse il problema inviando un elenco di 6 fogli, tre per annata, di sanmartinesi che risultavano essere stati sotto le armi. Si trattava di 50 concittadini nati nel 1924 e di 63 del 1925.

Luzzo rispondeva: Elenco dei giovani della classe 1925 (in realtà riporta anche quelli del 1924) prigionieri, internati, deceduti, dispersi. Negativo. [107]

 

Purtroppo questa informazione non era esatta. Basta pensare ai nostri concittadini dati per dispersi, specialmente in Russia, e che non tornarono più.

 

Il 17 aprile 1946 arrivava alla famiglia il riconoscimento di qualifica di partigiano per Gino Montresor che era morto in Piemonte dove, all’epoca dei tragici eventi dell’8 settembre, faceva la scuola di allievo pilota.

 

Il 10 marzo 1946 terminò il periodo in cui aveva fatto funzione di Sindaco il Signor Agostino Luzzo, un vecchio e stimato notabile e si fecero le prime elezioni democratiche dopo 23 anni [108].

Risultò eletto il rappresentante del Partito Socialista: Cirillo Avesani che si dimise per motivi di salute l’anno dopo. Gli subentrò fino al 1951 Antioco Casta.

 

Il 2 giugno in occasione del Referendum Istituzionale le donne andarono a votare per la prima volta. Anche Mussolini aveva concesso loro questo diritto, ma solo per le amministrative, che però non si tennero mai perché la dittatura abrogò le elezioni comunali e provinciali sostituendo al Sindaco i Podestà e governatori di nomina politica.

 

Il seggio era nell’ala destra del Comune dove, a quei tempi, abitava lo stradino comunale. Per mia nonna che era nata nel 1868 ed era sempre stata una socialista convinta fu un momento di grande gioia. Non solo la dittatura era finita, ma anche per la prima volta nella storia italiana le donne si recavano a votare. Ai rappresentanti di seggio disse <Se vedemo tra quatro ani>. E tornando a casa mi disse <Ricòrdate che fin che se pòl bisogna andar a votar, e votar falce e martel>. Poveretta cosa direbbe adesso che questo simbolo non c’è più!?

 

Il popolo italiano, con una maggioranza contestata fortemente dai monarchici che accusarono la commissione elettorale di brogli, scelse la Repubblica. Votò l’89,2% degli aventi diritto [109]. (Appendice 8)

 

La repubblica ottenne 12.718.641 voti pari al 54,3%, la monarchia 10.718.502 pari al 45,7%.  L’Italia risultò spaccata in quanto al nord la maggioranza degli elettori optò per la Repubblica.

Questo divario probabilmente fu causato dalle sofferenze provocate dall’occupazione nazifascista che vennero imputate al comportamento del re e del suo governo che avevano abbandonato l’esercito e l’Italia settentrionale al nemico.

 

Per conseguire la pacificazione nazionale alla fine della guerra erano state date disposizioni perché tutte le forze che avevano partecipato alla resistenza consegnassero le armi [110]. Il 22 giugno 1946, pochi giorni dopo il referendum istituzionale, era stata anche promulgata l’amnistia che riguardava non solo i reati comuni e politici, ma anche quelli commessi in collaborazione con il nemico, compreso il concorso in omicidio.

 

Ebbene tenersi in casa un vecchio fucile, sia pure un mitragliatore, divenne più delinquenziale che aver partecipato a una retata delle camice nere.

Il 20 maggio 1946, su un foglio riciclato, come si vede nel retro, il Sindaco scriveva a un avvocato di Verona per avere la sua assistenza in un increscioso episodio: la moglie di un suo amministrato, appartenente a una modesta famiglia di lavoratori ma con buona reputazione, si trovava in carcere.

[…] “Il Maresciallo dei Carabinieri, in seguito a sopraluogo per un furto di gomme, scoprì in una cassa posta nel cortile della casa d’abitazione del […], un fucile mitragliatore che avevano deposto, circa un mese fa, nostri militari di guardia alla vetreria (già sede della guardia repubblicana), i quali assicurarono la moglie del […] che sarebbero venuti a riprenderlo. Escludo pertanto che la […] abbia agito per secondi fini, trattandosi, come ripeto, di persona notoriamente onesta e di buona condotta. [111]  […].  Seguiva la richiesta di interessamento.

 

Di norma ad andare in carcere avrebbe dovuto essere il marito, forse più adatto a usare il mitragliatore, perché in carcere andò la donna? E le famose gomme furono ritrovate?

 

Altro indizio del ritorno alla normalità fu il ricostituirsi della squadra di calcio del paese. Nella formazione aveva ripreso posto anche Vittorio Micheloni reduce dalla prigionia.

 

L’atmosfera nel paese cominciava a cambiare.

 

Ai primi di ottobre un imprenditore presentava il progetto per un nuovo cinema. Quel nuovo cinema non verrà realizzato. [112]

 

Bisognava anche fare i conti con il tributo di sangue versato dal paese e in risposta al: Censimento dei civili mutilati, invalidi, feriti, e congiunti di caduti, a seguito di incursioni aeree e altro fatto di guerra il Sindaco il 14 novembre 1946 provvedeva a inviare l’elenco richiesto che riportava, oltre ai dati dei vari soggetti anche il giorno, il luogo e l’occasione dell’evento del quale erano stati vittime. (Appendice 9).

 

Sono notizie piuttosto pesanti perché oltre ai tragici eventi del bombardamento alla Pozzani e all’eccidio di Ferrazze, almeno altri 8 nostri concittadini erano stati uccisi in un bombardamento o a seguito di eventi bellici vari, e 9 erano rimasti feriti.

 

I giovani, però, avevano voglia di dimenticare il passato e a qualcuno venne l’idea di costruire una sala da ballo.

 

Fulmineo, il 20 dicembre 1946, il nuovo parroco scriveva una lettera decisa all’Amministrazione Comunale [113]:

 

il sottoscritto Parroco di San Martino B.A., fa presente a Codesto On. Consiglio Municipale  la sconvenienza che nel paese sia aperta una Sala da Ballo dove purtroppo la nostra gioventù impara un metodo di vita completamente sbagliato. C’è bisogno di abituare la gioventù al risparmio e non a sprecare. Moralmente parlando poi, certo, ha poco da guadagnare sia il paese che la gioventù- Si aggiunge che la maggior parte della popolazione e dei benpensanti disapprova questa Sala da Ballo che farà certo poco bel nome a S. Martino B.A. Per evitare ulteriori noie e dispiaceri domani, credo inoltre sia dovere rendere consapevole Codesto On. Consiglio che in paese si teme che l’ambiente in parola non sia solidamente costruito” […].

 

Comunque i giovani andavano a ballare nella palestra di via Mazzini.

 

Nel ’46 il giro d’Italia passò anche per il nostro paese.

Il 21-22 giugno 1947 si svolse la XIV mille miglia, la prima dopo la guerra, e anche questa manifestazione attraversò  San Martino. Il 2 gennaio 1948 l’Arena scriveva che era terminata la ricostruzione del cotonificio Pozzani.

 

Quasi a chiudere un cerchio e a sanare una ferita che aveva offeso la cittadinanza, il 19 marzo 1949 un nuovo monumento ai caduti veniva a prendere il posto di quello che era stato abbattuto e portato a fondere per l’industria bellica.

 

  

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Zangarini, Maurizio, Storia della resistenza veronese, Cierre edizioni, 2012

 

 

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Prigionia e deportazione nel veronese. 1943-1945. Pubblicazione: Verona: ANED Fondazione memoria della deportazione onlus Cierre edizioni, 2012

 

Scritti e documenti della resistenza Veronese (1943-1945) / a cura di Giovanni Dean, Verona: Amministrazione Provinciale, s 1982

 

Verona fascista: miscellanea di studi su cultura e spirito pubblico fra le due guerre / a cura di Maurizio Zangarini ; scritti di Olinto Domenichini, …[et al.] con una Prefazione di Emilio Franzina, Verona: Cierre edizioni, c 1993

   

Documentari

Combat Film. Gli alleati in Italia, [S.I.] : Mondo Home Entertainment, 2007

 

...eppur bisogna andar... : la resistenza veronese raccontata dai protagonisti / testo, riprese, montaggio e regia di Gianluigi Miele ; voce di Guido Ruzzenenti ; ricerca storica di Maurizio Zangarini ed Elisabetta Mondino. Pubblicazione: [s.l.] : Vincenzi Audiovisivi, 2002

 

Quei giorni di coraggio e paura. Documentario di Mauro Vittorio Quattrina, Oppeano: Comune, 2008

 

Altri documenti Consultati

Archivio Comunale San Martino B.A., buste: B150, ,B151, B152, B153, B154, B155, B156, B157, B158, B159, B160, B161, B162, B163, B164, B165, C38, C39, C40, C231.

 

Archivio di Stato, Prefettura busta 34 inventario 65 bis.

 

Registri della scuola elementare San Martino Buon Albergo anno 1944-1945.


 


[1] SMBA, C38.

[2] Dall’inizio del ’45 i segnali divennero 10 di durata diminuita. A San Martino l’allarme veniva dato dalla sirena “cuco” del cotonificio Pozzani. In vari momenti della giornata la radio interrompeva le trasmissioni e annunciava la posizione delle formazioni aeree nemiche.

[3] SMBA, B151.

[4] SMBA, B150.

[5] SMBA, B151.

[6] SMBA, B150.

[7] SMBA, B152.

[8] SMBA, B150.

[9] SMBA, B151.

[10] SMBA, B155.

[11] SMBA, B152.

[12] SMBA, B157.

[13] SMBA, C40.

[14] SMBA, C40.

[15] SMBA, C40.

[16] SMBA, B154.

[17] Le leggi sindacali di Rocco (1926) avevano organizzato ogni settore economico in corporazioni che riunivano tutte le parti sociali nel Consiglio Nazionale. Nel 1930 esso divenne un organo costituzionale presieduto da Mussolini. Esso aveva il compito di gestire la produzione razionalizzando il mercato, regolando i prezzi e controllando il commercio. Il 19 gennaio 1939 venne istituita la Camera dei Fasci e delle Corporazioni che sostituiva la Camera dei deputati.

 

[18] Anche terminata la guerra, fino a quando non fu eliminato il dazio, molti veronesi venivano a San Martino a rifornirsi di carne per non pagare la tassa.

[19] SMBA, B157.

[20] SMBA, B160.

[21] SMBA, B160.

[22] SMBA, B160.

[23] SMBA, B155.

[24] SMBA, B155.

[25] SMBA, B150.

[26] Per risparmiare sul riscaldamento scolastico le vacanze natalizie per l'anno scolastico 1942-43 furono prolungate al 19 gennaio (Arena 2 gennaio 1942).

[27] I dati erano raccolti in registri di due tipi. In uno erano censiti gli utensili domestici e nell’altro gli attrezzi agricoli. Vi erano indicati il nome del denunciante, il peso, la località dove si trovava. In maniera analoga furono trattati gli altri metalli.

[28] SMBA, C39.

[29] SMBA, B152.

[30] SMBA, B155.

[31] SMBA, B156.

[32] Un analogo provvedimento era stato preso dalle forze di occupazione austro-tedesche nei territori del Veneto occupati dopo la battaglia di Caporetto.

[33] SMBA, B152.

[34] SMBA, B152.

[35] SMBA, B152.

[36] SMBA, B152.

[37] SMBA, B154.

[38] SMBA, B154.

[39] SMBA, B154.

[40] SMBA, B154.

[41] SMBA, B150.

[42] Così scriveva l'Arena il 27 luglio: "... Anche nella giornata di ieri sono continuate le manifestazioni di entusiasmo popolare che, fin dal primo momento, avevano accolto la storica decisione del Sovrano intesa ad aprire agli italiani la strada della rinascita. Ciò che dimostra la profondità e la sincerità dei sentimenti della popolazione, il tono vibrante la spontaneità delle pubbliche dimostrazioni svoltesi in ogni strada, in ogni piazza, in ogni ufficio pubblico, è che si sono espresse nello sventolio delle bandiere, nella rimozione degli emblemi del passato regime, nell'esultanza più schietta e festosa....."

 

[43] SMBA, B156.

[44] SMBA, B157.

[45] SMBA, C231.

[46] Il Ministero dell’Interno si trovava a Valdagno, quello dell’Educazione Nazionale a Padova, quello della Difesa Nazionale a Desenzano e Lonato.

[47] Da un documento reso pubblico dei servizi segreti americani si legge: [...] dott. Otto Ragen, alias Begus dello SD di Verona. Altri pseudonimi: Beng, Beck, Benke, Igel, Gerbel. Ad Atene, era il capo del controspionaggio nazista. Qui iniziò l’organizzazione dei gruppi di sabotaggio e di resistenza.[...] Nel giugno 1944 Begus fu richiamato in Germania e, in luglio, inviato a dirigere una nuova scuola di sabotaggio dello SD a villa Grezzana di Campalto, nei pressi di Verona. Riteniamo sia il capo dello SD in Italia. Riteniamo inoltre stia costituendo una Quinta Colonna nell’Italia settentrionale e che invii sabotatori nell’Italia liberata. […] Negli ultimi 6 mesi, circa 200 agenti nemici o sabotatori sono stati arrestati dagli Alleati. […] Condannati a morte: […]

[48] La banda Giuliano fu una formazione che, dopo una serie di operazioni di brigantaggio, diede alla sua azione un risvolto politico abbracciando la causa del separatismo siciliano ed entrando a far parte dell’EVIS di cui Giuliano fu nominato colonnello. In generale le azioni della banda furono rivolte contro gli uomini delle forze dell’ordine. Molti di essi furono uccisi in diversi scontri a fuoco, e anche in attacchi alle loro caserme. Più oscuro fu il rapporto del bandito con i poteri forti dell’isola. Particolarmente efferata fu la strage di Portella delle Ginestre effettuata il primo maggio 1947 perpetrata contro i contadini che manifestavano per  l’abolizione del latifondo e per la distribuzione delle terre incolte, festeggiando anche la vittoria del Blocco del Popolo all’Assemblea Siciliana. Figura scomoda Giuliano morì in modo controverso nel 1950.

[49] SMBA, B156.

[50] SMBA, B156.

[51] SMBA, B156.

[52] A Verona si verificarono dal ’43 al ’45 1.079 allarmi, qualcuno durò anche 4 ore. Spesso segnalavano incursioni aeree con mitragliamento, e sgancio di spezzoni incendiari. Vi furono però anche 33 bombardamenti che colpirono la città e i comuni limitrofi. Il primo fu nel ’40, due nel ’43, ventuno nel ’44 e dieci nel ’45.

[53] SMBA, B157.

[54] SMBA, B157.

[55] SMBA, B157.

[56] SMBA, B156.

[57] SMBA, B156.

[58] SMBA, B158.

[59] SMBA, B154.

[60] SMBA, B158.

[61] Follonica dopo aver subito pesanti bombardamenti era stata conquistata dagli alleati il 24 giugno.

[62] SMBA, B158.

[63] Già il 23 settembre 1943, però, l'Arena riportava la notizia che erano stati compiuti sabotaggi  contro i fili telefonici tedeschi e che era stato aperto il fuoco contro una loro colonna.

[64] SMBA, B158.

[65] GAP: Gruppi di azione patriottica, nati su iniziativa comunista, formati da cellule di non più di cinque elementi che ufficialmente conducevano una vita normale.

[66] Si racconta che Provolo effettuasse le sue trasmissioni dal mulino delle Pignatte.

[67] Testimonianza di Marino Composta, comandante “Anselmo”, raccolta da Piero Piazzola.

[68] SMBA, C40.  

[69] SMBA, B159.

[70] Da la Gazzetta di Verona pag 102.: “...Tutti erano capaci di essere fascisti il 25 aprile e antifascisti il 26, ma pochi avevano il coraggio di essere contrari. E' anche qui che bisognerà ricostruire; purtroppo 23 anni di fascismo hanno fatto scuola; manca assolutamente al popolo italiano una coscienza morale e politica, e ciò sarà lavoro lungo e difficile....”.

[71] In appendice si riporta la versione ancora diversa di Ambrogio Furlani in San Martino 80 di Agenore Bertagna.

[72] Beppe Muraro op. citata.

[73] Forse questo episodio non ho trovato altre notizie.

[74] Di questo caduto con un nome e cognome un po’ diversi si trova menzione nel racconto di Ambrogio Furlani, ma il suo nome non viene citato né nella lapide, né nel libro di Muraro.

[75] SMBA, B164.

[76] SMBA, B159.

[77] SMBA, B160.

[78] Per i piccoli mutilati sorse a Milano e si diffuse in molte città italiane l’Opera di don Gnocchi.

[79] SMBA, B160.

[80] SMBA, B161.

[81] SMBA, B160.

[82] SMBA, C40.

[83] SMBA, C40.

[84] La scuola dell’obbligo nell’epoca fascista era suddivisa in urbana e rurale. Nella scuola rurale gli alunni dopo i primi tre anni avevano un percorso obbligatorio che li avviava direttamente al lavoro.

[85] SMBA, B160.

[86] SMBA, C40.

[87] SMBA, C40.

[88] SMBA, B163.

[89] SMBA, B164.

[90] SMBA, B161.

[91] SMBA, B161.

[92] SMBA, C40.

[93] SMBA, C40.

[94] SMBA, B160.

[95] Ricordiamo che il Referendum Istituzionale si era svolto il 2 giugno di quell’anno.

[96] SMBA, B164.

[97] SMBA, B164.

[98] SMBA, B161.

[99] SMBA, C40.

[100] SMBA, B161.

[101] SMBA, C40.

[102] SMBA, B159.

[103] SMBA, B159.

[104] SMBA, B159.

[105] Giovanni Priante, Verona libera. Maggio 1946-giugno 1947, Un quotidiano per la città dopo la guerra, Scripta edizioni, 2011.

[106] SMBA, B160.

[107] SMBA, B160.

[108] Il 26 luglio 2001 la Giunta Comunale di San Martino B.A. deliberava “l’assegnazione gratuita di sepoltura a cittadini illustri e benemeriti” ad Agostino Luzzo “primo Sindaco dopo la liberazione”.

[109] Furono esclusi dal voto gli italiani dell’Istria, Trieste, Gorizia, Bolzano, i prigionieri di guerra, gli epurati, quanti non ebbero il certificato elettorale, quanti presentatisi al seggio furono respinti perché altri avevano votato al loro posto con documenti falsi. La documentazione di questa polemica la si trova in numerose pubblicazioni, come si legge in: Mola, Aldo A., declino e crollo della monarchia in Italia, Milano, Mondadori, 2006.

[110] Art. 3 del D.L. 10.5.1945, n. 34, che punisce la detenzione abusiva di armi da guerra e di esplosivi dopo che sia trascorso il termine di consegna alle autorità competenti.

[111] SMBA, B161.

[112] SMBA, B161.

[113] SMBA, B162.

 

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Nello scritto che segue Aldo Ridolfi ci offre allora la possibilità di chiarirci un po’ le idee e ci invita a documentarci sui testi.

 

 

Attorno alla Resistenza: la memoria e i documenti

 

di Aldo Ridolfi

 

       Mi chiedete di parlarvi della Resistenza; avete saputo che me n’ero occupato per alcuni mesi e non avete voluto che quel tempo andasse sciupato, perciò avete messo anche a mia disposizione lo spazio del vostro sito.

       Accolgo volentieri la vostra proposta, ma vi avverto che non potrò far altro che procedere per appunti, pochi, e non originali. Così rischio la superficialità, ma ci sono intere biblioteche, frutto del lavoro caparbio di instancabili ricercatori, per approfondire o per distinguere o per farsi un’opinione personale. Prendete dunque questo contributo non come materiale per tesi ma come un libero percorso del tutto personale, riflessione di un comune lettore che peraltro avverte di stare confrontandosi con avvenimenti, mi si passi l’aggettivo, epocali.

 

   Infatti non potrò aggiungere nulla a quanto già scritto nell’inesauribile bibliografia sulla Resistenza che si arricchisce di giorno in giorno e, anziché affievolirsi come potrebbe far pensare l’aumentare della distanza temporale, si mantiene caparbiamente generosa ed abbondante. E dunque il primo dato che vi posso confermare è che il materiale disponibile – mi riferisco semplicemente alle pubblicazioni – è tantissimo, da trascorrerci anni solo per mettere un po’ di ordine tra libri, articoli, pagine della rete. Prima di inoltrarmi nel tema avevo qualche idea della massa di informazioni, ora ne sono annichilito. Ma è meglio così.

 

        E allora – ammesso che sia lecito che io ne parli -, da dove cominciare? Dalle riflessioni degli storici che vi hanno dedicato anni di lavoro, qualche volta anche una vita intera? O dalla memorialistica che è abbondante, abbondantissima; nel qual caso potrei incominciare da Séngio Rosso visto che siamo in molti a nutrire una grande stima per il suo autore, il maestro Piero Piazzola? Ma esiste una terza via, che mi preme dentro più delle altre perchè ho il grande privilegio di pormi, in un certo senso, come “testimone”.

 

Vorrei cioè utilizzare alcuni ricordi personali: sono nato nel 1949, a guerra finita, quando la Resistenza era già “documento”; ma di guerra e di Resistenza, in casa mia, se n’è parlato ben avanti negli anni Cinquanta. Non c’era sovraffollamento mediatico, allora; da me, la televisione è arrivata tardi, gli spazi per la parola, per esempio durante i pasti e nel dopocena, erano garantiti. E, nel frattempo, 10-15 anni non sono pochi, gli eventi avevano subito una certa decantazione, con i vantaggi e i rischi che ciò comporta.

 

       Mi scuserete, dunque, se parto da qui, dai miei ricordi, dimostrando fin dall’inizio “scarso rigore scientifico”. E nei miei ricordi ci sono i racconti di mia madre, nei tempi “incriminati” venticinquenne delle “Vestene”. Così, in qualche modo, le rendo anche onore: consentendo alle sue parole di rimbalzare nel tempo, le restituisco per un attimo la “vita”. Ricordo che raccontava con grande espressività la sua esperienza, senza la paura di privilegiare l’emozione, anzi, sottolineando il sentimento rispetto al “dato” (quale “dato”? è vero o no che noi, oggi, abbiamo un po’ troppo la “religione” del “dato” e tendiamo a consideralo al di sopra delle parti?). Mia madre non aveva mai letto né resoconti sulla Resistenza, né s’intendeva degli aspetti politici del movimento; non faceva altro che raccontare, pratica che rimane, anche nel Terzo millennio, ozio lecito e, perché no?, vezzo aristocratico per donne e uomini semplici.

      I frammenti delle sue conversazioni hanno assunto nella mia memoria la dimensione di massi erratici, certo, ma solidi e chiari e nitidi come solido e chiaro e nitido è il ricordo della nascita di un figlio o della perdita di un genitore.

 

      Non salvava, mia madre, né il Marozin dei Cracchi, né l’attacco partigiano al tedesco isolato. Non aveva dubbi. Non faceva calcoli politici. Il suo giudizio era categorico, attento a collocare le cose o sul nero o sul bianco. Solo dopo, se si aveva tempo, se rimaneva lo spazio, venivano i grigi. E, del resto, non aveva dubbi mia madre a condannare rastrellamenti e rappresaglie e l’emozione prendeva tutta la sua persona quando ricordava l’incendio di Montecchia o quello di contrada Mettifoghi. Lo raccontava con quella dovizia di particolari che è tipica di chi ha visto e sentito e vissuto, e sofferto, e sperato, e pianto. Dimensione, ahinoi, irriproducibile. A causa del tempo che passa e dei protagonisti che se ne vanno. Molta parte dello spirito di quelle storie se n’è andato con la scomparsa dei legittimi narratori.

 

     Una carenza di simpatia per il movimento partigiano c’era, senza dubbio. Atteggiamento peraltro riscontrabile anche altrove, non solo nelle parole di mia madre. Anche in questi giorni (febbraio 2011), girando per l’alta valle del Chiampo, percorrendo strade poco battute e frequentando contrade oramai disabitate, m’è capitato, in compagnia di amici, di incontrare anziani che nel 1944 avevano sedici anni e che  ricordano bene figure ed avvenimenti: Giuseppe Marozin non è mai un bel ricordo; e poco lo sono anche i partigiani. E’ così, bisogna dirlo.

 

La valle del Chiampo dal covolo dele bele butele. foto di Aldo Ridolfi

 

    Lungo questa linea interpretativa, racconto, ancora, la storia della maestra Clementina, di Sant’Andrea, Val d’Illasi medio-alta, territorio, certo, di appassionata Resistenza. Suo padre era reduce della Prima guerra (da noi, i vecchi distinguevano la Prima e l’Ultima guerra: ci sarebbe da ragionarci su, perché il linguaggio veicola molto di più di quello che dice). «Aveva anche la tessera del Partito fascista, ma chi non l’aveva?» si chiede Clementina, ancora oggi, quando gliene parli. Ebbene, suo padre è stato prelevato, portato con altri a Durlo e là fucilato. «Mio padre non aveva fatto nulla di male», afferma Clementina, senza astio, senza rancore, ma senza capire del tutto. E non manca di sottolineare che il mandante di tanto dolore è stato il partigiano Marozin. E poi continua e ricorda l’episodio di “Zambo”, altra esecuzione capitale di Marozin, il comandante della Pasubio, anche se l’ufficialità - e dunque la storia – racconta diversamente. E’ rimasto, però, qualcosa di scritto attorno a queste vicende, si trova in Cappelletti G., I  cattolici e la Resistenza, alle pagine 92 e 98: il libro è ancora presente negli scaffali di qualche biblioteca.

 

E qualcosa si trova anche nel manoscritto di don Padovani, conservato nell’Archivio della Curia Vescovile di Verona. “Zambo”, con il suo carisma e per l’ascendente che aveva sui partigiani, faceva ombria a Marozin – racconta Clementina –, di qui la decisione di eliminarlo, mettendolo di guardia e simulando un attacco che gli doveva essere fatale. Dispiace ricordarle queste cose perché riportano ad una dimensione “ferina” dell’uomo che credevamo esserci lasciata alle spalle: evidentemente non è così.

 

    Proseguo con l’episodio della Gina, un’informatrice dei tedeschi: denunciava i giovani renitenti alla leva all’autorità nazi-fascista, decretando così deportazioni, morte e dolore. È stata presa, la Gina, portata in Lessinia, torturata e poi uccisa. La sentivo raccontare da bambino questa storia, sottovoce, ancora sconvolte le espressioni sui visi. Si cercava, ma non ostinatamente, che i bambini non sentissero, per fortuna é prevalsa, anche allora, la curiosità di sapere, anche se per frammenti. Ora frammenti di questa storia sono scritti, anche se consentono letture diverse. Troviamo tracce in Odissea partigiana. I 19 della Pasubio nella parte riservata ai documenti. Cercatele, le troverete. E’ la confessione firmata dalla donna che si autodenuncia. Fa seguito la sentenza del “tribunale” sottoscritta da Giuseppe Marozin e da altri quattro componenti il tribunale. Dice, lapidario, il verbale: «L’esecuzione avverrà immediatamente». Ma non si tratta precisamente di esecuzione. Alessandro Anderloni in una ricerca comparsa nei “Quaderni della Lessinia” del 2004 offre la possibilità di intenderla diversamente quella storia, e, guarda un po’, la sua ricostruzione coincide con quanto io sentivo da bambino. Che resti almeno il dubbio ai posteri. Eh già, perché Anderloni raccoglie una ridda di voci che pongono seri dubbi sul valore umano di quei resistenti lì.

 

«Lì c’era il loro macello» (la testimonianza è virgolettata nel testo in oggetto), racconta un testimone riferendosi al luogo dove avrebbero eseguito le condanne a morte. Voci che si dispongono in perfetta linea con quanto sentivo da bambino, in casa, in una situazione che ritengo di sostanziale autonomia ideologica.

    Ma di Giuseppe Marozin se ne sono occupati in molti e, se non sono esattamente sulla stessa linea, tutti avanzano dubbi. Si vedano a questo proposito le testimonianze (pagine 200-203) raccolte da Mario Gecchele ne Il dolore della guerra e anche la nota redatta da Giovanni Dean nel suo noto studio (che riprenderemo).

 

    E poi c’è il libro di Giovanni Cappelletti, I Cattolici e la Resistenza, citato qualche riga sopra. Giovanni Cappelletti è nato a Selva di Progno nel 1921, è stato ordinato sacerdote nel 1944, dal 1962 è stato arciprete in Santa Anastasia. Nel 1981 ha dato alle stampe questo libro, edito da Carlo Nordera, titolare delle allora Edizioni Taucias Gareida. Il volume nasce – lo riferisce lo stesso Autore - con lo scopo di reagire alla provocazione apparsa nel 1975 sui muri di Verona secondo cui «La Resistenza non è democristiana o italiana, è comunista», e di rivendicare il ruolo fondamentale avuto dai cattolici in quegli anni drammatici. Libro particolare, quello di Cappelletti, che non ha assunto, nelle intenzioni dell’autore, l’aspetto del saggio con note a piè di pagina, bibliografia di riferimento e quant’altro. Racconta, piuttosto, il libro, prendendo a modello la conversazione quotidiana, colorando gli eventi con le tinte delle emozioni, proponendo la ricostruzione di uno scenario complesso, con tanti attori, con numerose comparse, con un intreccio che non vorrebbe escludere nulla e nessuno: è presente la Missione RYE del Perucci, la storia del maggiore Di Carlo e quella del rapimento della figlia di Marozin, Vera, le vicissitudini dei preti nelle parrocchie e dei paesani nelle case, le tribolazioni dei popolani e il veleno senza antidoti dell’odio.

 

L’impegno di don Cappelletti è massimo nell’individuare il contributo cattolico per la Resistenza e talvolta tende ad enfatizzare. Tant’è che attribuisce a don Gottardo Maestrello, parroco a Carpi (Villabartolomea) l’affermazione seguente: «L’attività di questi amici ridicolizza l’opera del successivo Comitato di taglio comunista» (p. 31). E’ la convinzione anche di don Cappelletti, un po’ il suo chiodo fisso. Ma vi sono anche sfumature diverse. A pagina 22 si legge la sintesi della sua prospettiva: «Non pretendo d’aver narrata tutta la verità, ma quella che conosco e ricordo. Non nego i meriti di altri. Solo desidero che si riconoscano onestamente anche quelli del Clero e del laicato cattolico veronese». E questo può essere accettato.

 

      La memorialistica, dicevamo prima. Penso sia corretto partire da Séngio Rosso e da Piero Piazzola.  E continuare affermando che l’atteggiamento antieroico e antiretorico, perfino ingenuo, di Piero ci piace infinitamente, anzi rafforza la nostra stima e la nostra ammirazione per lui. La “sua” Resistenza non è tutta la Resistenza, che diamine!, ma è certo che egli, senza vergogna, l’ha ricondotta a parametri popolari e sinceri; anzi, mi pare che quanto più è incerta e dubbiosa la ricostruzione tanto più possa contenere l’autenticità della vita vissuta. Piazzola si racconta renitente alla leva, si rievoca milite repubblichino sull’Appennino, resistente a Campofontana e infine operaio alla Todt. C’è un passaggio illuminante nelle memorie di Piazzola: «Ma che cos’era per me allora la politica? Salvare la pelle. Questo sì che l’ho capito subito. E ho fatto di tutto per attuarlo; come ho potuto ma con spirito sincero e autentico. Tutto il resto verrò a capirlo solo dopo, molto più tardi». Séngio Rosso non è testo scritto per condizionare la storiografia successiva, per salvaguardare e salvaguardarsi; è piuttosto una confessione, o, se questo termine non è sufficientemente “laico”, una confidenza appena sussurrata a chi vuol stare ad ascoltare. Si muove su una linea simile, come vedremo, anche Bruno Anzolin che intende «smitizzare e “umanizzare” la Resistenza». E con lui – e con Piazzola – molti altri. Mi piace molto questo atteggiamento, ma non deve diventare esclusivo.

 

      Ben diversa è la sensazione che ho ricevuto leggendo Odissea partigiana. I 19 della Pasubio di Giuseppe Marozin. Scritto e pubblicato alla metà degli anni Sessanta, dopo il processo e con l’assoluzione in tasca, merita di sicuro di essere letto. Il testo mi sembra orientato con decisione verso un’auto assoluzione e un’auto legittimazione dell’operato del proprio autore piuttosto che verso una ricostruzione spassionata degli avvenimenti. Vi è ovunque un atteggiamento “eroico”, un sicuro controllo lessicale e sintattico, una precisione e una mancanza di “anima” che me lo rendono sospetto. Se ne ricorresse la necessità potremmo fare una specie di “esegesi” del testo di Marozin e confrontarci tra di noi e cercare di capire - attraverso il detto e il non detto - l’uomo e i tempi. Lo stesso Giovanni Dean è prudente. A pagina 259 del suo fondamentale volume ricostruisce la biografia di Marozin e afferma: «Controverso è il giudizio sul comandante Vero e sulle azioni belliche della formazione da lui organizzata». A giustificazione dell’aggettivo utilizzato, “controverso”, Dean esamina i rapporti del partigiano con i CLN, con la RYE e con i partiti politici. Il Dean fornisce anche adeguata bibliografia. Ma il rapporto di “Vero” con la popolazione non è affrontato.

 

    Il passato, la storia, la memoria sono così, faticano ad assumere contorni precisi e definitivi. Aleida Assmann (Ricordare, Il Mulino 2002) osserva che «è attestata una costante svalutazione della memoria in nome della ragione, della natura, della vita, dell’originalità, dell’individualità, del progresso e di tutti gli altri numi tutelari della modernità». Che sia meglio così? Che sia antropologicamente necessario?

 

    E’ nota quella storiella secondo cui, nella redazione di una rete radiofonica, alla domanda di un radioascoltatore tesa ad ottenere alcune previsioni sui comportamenti futuri dei governanti, la risposta sia stata la seguente: - Guardi, per il futuro non ci sono problemi. Il problema ci sarebbe stato se lei ci avesse chiesto di parlarle del passato: questa è impresa più ardua perché il passato cambia ogni giorno!-

 

    Mi pare un ragionamento eloquente, e preoccupante, tale comunque da richiamare l’impegno di tutti nella cura (mi veniva da dire nel “culto”, ma sarebbe esagerazione) del passato, nella sua conservazione, mettendo possibilmente ordine, ma senza pensare sul serio di aver raggiunto soluzioni definitive.

    E ciò che più mi preoccupa non è la coesistenza di atteggiamenti, sensibilità, tesi diverse (è nella natura della specie umana), ma il fatto che gli scritti rimangono e che il resto vola via: mi sembra una bella trappola per la verità. La perdita di testimonianze, per il solo fatto che non sono diventate carta stampata, è un rischio serio, anzi, è un danno già accaduto. E le centinaia e centinaia di pagine non scritte diventeranno un pallido flatus vocis, un confuso, denigrabile, inconsistente mormorio, destinato a scomparire del tutto. 

 

    Ma qualche riga vorrei riservarla anche per Bruno Anzolin e per il suo Socrate in montagna. Lo ricordo bene il direttore didattico Bruno Anzolin, l’ho conosciuto anch’io, come direttore didattico, appunto, e ciò rende emotivamente significativo il ricordo di lui e il parlare del suo libro. Dove racconta la sua esperienza personale, dove parla della sua gente, di quel che faceva e di quello che accadeva. E’, anche questo, un memoriale, non un libro sulla Resistenza. Lo precisa l’Autore stesso in un bel PDF trovato sulla rete. Contiene una breve intervista di Marco Bolla, un sintetico profilo e alcune poesie. Nel libro, ricordi di uomini: «Turno abbassò la testa. Tacque ancora»; di tragiche amarezze: «Ancora qualche minuto d’attesa e poi due spari squarciarono il silenzio. Tutto era finito e il Comandante si congedò da noi con un imbarazzato saluto»; di drammatici temporali: «Un temporale proveniente dal Garda sostò per una buona mezz’ora sopra la valle, scatenando un’iradiddio di grandine e pioggia»; riflessioni: «Il progresso delle scienze e delle arti non aveva migliorato il costume degli uomini, veri lupi gli uni degli altri». E così via.

 

Dopo l’imponente rastrellamento del 1944 Anzolin abbandonò la divisione Pasubio e venne in pianura. Con la Luciano Manara di Dal Cero, l’uomo elogiato da Norberto Bobbio. Un’altra storia ancora.

 

    Ma la memorialistica non si ferma certo qui. E’ enorme. Pare infinita. Richiederebbe una dedizione assoluta. Contiene molta umanità, però, che è la cosa più piacevole da incontrare. L’interpretazione “non violenta” della Resistenza mi pare una conquista; quel «salvare la pelle» di Piazzola assume davvero un significato profondo, umano, sincero.

 

    E si diceva ancora: la storiografia. Volumi, autori e tesi sembrano moltiplicarsi ogni volta che ti affacci ad osservare. Non è però ridondanza ma sintomo preciso e inequivocabile del valore non solo storico ma attuale della Resistenza. E fatti, a decine, a centinaia, raccolti, ordinati, commentati. Fatiche tutte di non poco conto, scelte encomiabili, schieramenti necessari, denunce urgenti, apporti irrinunciabili, pietre miliari, punti fermi: non dovrebbe essere consentito limitare l’area di analisi, se ciò accade è solo a causa della debolezza nostra.

 

    Però almeno il Dean dobbiamo ricordarlo. Il suo volume, Scritti e documenti della Resistenza veronese, oltre 400 pagine, ha ormai trent’anni, essendo stato pubblicato nel 1982, ma diventa ogni anno che passa sempre più prezioso. E lo è per i documenti che presenta, coevi ai fatti accaduti. Sono Diari redatti a ridosso degli avvenimenti. A scrivere sono i preti delle parrocchie, ma anche uomini di cultura e comuni cittadini. Le pagine di Vittorio Fainelli, allora Direttore della Biblioteca Civica, sono straordinarie. Le lettere e i foglietti di Luciano Ligabò (partigiano di Selva di Trissino) alla moglie sono emozionanti. Le pagine di don Antoniol, parroco a San Giovanni Ilarione, riportano tra la gente, narrano «le soperchierie e le violenze dei fascisti, le rappresaglie dei nazisti»  L’Autore inquadra storicamente ogni documento e lo scandaglia con un numero rilevante di note, oggi preziosissime perché di quelle persone e di quegli avvenimenti s’è perso molto (a livello di cultura diffusa, voglio dire, perché quanto a conoscenze e pubblicazioni, come detto, siamo davvero in continuo progresso). Sono tutte pagine importanti, ma mi fa piacere, (dimostrando anche qui “scarso rigore scientifico” perché la scelta è empatica) ripassare il Taccuino di Vittorio Fainelli, le cui osservazioni, sono parole del curatore Giovanni Dean, pur scritte in fretta e in segreto «hanno il pregio dell’immediatezza». Il Taccuino inizia il 10 aprile del ’44 con una lapidaria notizia di fucilazioni, fatti che si ripetono il 12 e il 13 aprile; e poi avanti, una serie lunghissima di morti, un elenco di disperazione: deportazioni, diserzioni, retate, renitenze, rastrellamenti, esecuzioni capitali, rappresaglie, arresti, bombardamenti, torture, fermi, deportazioni, allarmi, incendi… E notizie dalla provincia: morti, case bruciate e rappresaglie a Vestenanova; l’ingegner Borghetti (e il Dean che rettifica, in nota, “dottore”, non ingegnere, giusto per sottolineare il suo gusto per la precisione: il libro non solo rimane e ciò è sufficiente per pretendere il massimo possibile della cura, ma  il libro, proprio in quanto “libro”, deve tendere alla precisione massima) il dottor Borghetti, dicevo, che scende da Tregnago e riferisce di notizie drammatiche; lavori forzati in Valpolicella, fucilazioni a Cazzano di Tramigna,… E poi ci sono le notizie che arrivano da fuori, da lontano, oltre la linea gotica; sono frammentarie, imprecise, lente, ma rendono l’idea della situazione drammatica di quei mesi. Il 3 settembre arriva a Fainelli – che l’annota nel suo Taccuino – la notizia del massacro delle Ardeatine, avvenuto il 24 marzo.

 

    Nel volume di Dean c’è anche una sezione di documenti nella quale è riportato l'Ordine di servizio n. 6/44, del 10 settembre 1944, noto come “Operazione Pauke” o “Operazione Timpano” che, iniziata il 12 settembre del 1944, ha portato allo scardinamento di tutta la Pasubio. Nelle carte dell’“Operazione Pauke” Marozin viene descritto con «sembianze di ebreo»: una vera ossessione quella dell’“ebreo” per i tedeschi!

    Infine i disegni di Aura Pasa Zampieri, che riproducono il campo di concentramento di Bolzano, chiudono il volume.

 

     Per l’area della Lessinia orientale risulta necessaria la lettura di Mario Gecchele e Delio Vicentini, Il dolore della guerra. E’ la ricostruzione più recente e mi pare anche più completa (ma se non lo fosse non capiterebbe niente: siamo davvero convinti che esista un “qualcosa” capace di garantire la completezza?) di ciò che è accaduto nelle valli ad est della provincia, a partire dalle origini, dai primi passi, da malga Campetto, là alta sopra la valle del Chiampo.

 

Poi c’è il racconto degli attacchi, delle imboscate, delle esecuzioni, dei rastrellamenti, degli incendi, delle vendette, della disperazione, del coraggio. E ancora c’è l’operazione Pauke, l’incendio di Montecchia, perpetrato dai nazi-fascisti, con le madri e i bambini bruciati nelle loro case, il sequestro del figlio del maggiore Di Carlo, i preti, da don Padovani a mons. Giovanni Beggiato,… Insomma sono 375 pagine dense di uomini e avvenimenti, un centinaio delle quali, poi, riportano un’antologia di Diari, utilissima per entrare nello spirito dei tempi. Un testo che non commenta e non forma, che vorrebbe fermarsi ai fatti e che proprio per questo, forse, risulta lodevole. Ma io non intendo né recensire né proferire giudizi.

 

      Però, scusate, perché continuare con la cronaca contando le operazioni e il loro giorno e l’ora del pomeriggio in cui sono avvenute? Perché, insistere, qui, a fare riassunti a riportare spezzoni, a tentare sintesi impossibili? Tanto lo sappiamo che la chiave di volta, l’interpretazione, i meccanismi più sottili capaci di dare una pallida parvenza di spiegazione sono all’interno dell’uomo; lo sappiamo che, per quanto si insegua una fedele ricostruzione, essa non sarà mai completa, né perfettamente aderente, n’è capace di soddisfarci nel profondo, di toglierci l’amarezza di non riuscire ad abbracciare quel “tutto” che è stato la Resistenza.

 

Vi dicevo, infatti, all’inizio, che la massa di scritti e documenti è enorme, impossibile per il non specialista controllarla. Tanto per dirne una, non ho sin qui nemmeno citato L’Istituto Storico per la Resistenza e il suo impegno, che dura, instancabile, da decenni. Neanche provare a entrarci tanto è il materiale prodotto, l’impegno profuso, le pubblicazioni promosse. Però, visto che siamo nella rete e che con un clic si possono effettuare salti spazio-temporali, non posso non raccomandare la lettura dell’intervento del professor Maurizio Zangarini in occasione delle celebrazioni del 25 aprile del 2009. Vi sono una chiarezza concettuale e una prospettiva storica e politica tali da diventare la filigrana attraverso la quale leggere la Resistenza. Non fosse altro che per quella citazione – dalla quale prende le mosse l’intero ragionamento - di De Gasperi secondo la quale «L’Italia ha liberato se stessa dal regime fascista». Non “è stata liberata”, ma «ha liberato se stessa». E subito sotto, sempre De Gasperi, ricorda i 50.000 «patrioti caduti nella guerra partigiana». Almeno a me è parso un passaggio di grande interesse e di equilibrata argomentazione. Bene ha fatto il professor Zangarini a riprenderlo e divulgarlo. Questa è stata l’emozione che ho sentito dopo la prima e la seconda e la terza lettura. Lo si legga, lo si legga quel contributo.

 

     Ma ritengo non si possa chiudere questo breve spiraglio sulla Resistenza in Lessinia senza richiamare altre figure, più lontane, ma che c’entrano, senza dubbio, in virtù della legge della contiguità che non inerisce solo allo spazio ma attiene, a buon diritto, anche al pensiero. Penso, per esempio, ad Antonio Giuriolo. Oltretutto è un nostro vicino di casa, essendo nato ad Arzignano, da cui ci separano solo un paio di linee collinari agevoli da percorrere anche in bicicletta. E poi perché abbiamo dedicato tanta attenzione al suo conterraneo Giuseppe Marozin, traendone peraltro poco entusiasmo. E infine perché sentiamo (sono certo che questo plurale non è solo formale) nei confronti del comandante Toni, «l’uomo dagli occhi di bambino» (l’espressione sembra essere stata coniata da Luigi Meneghello: che straordinaria rete si può mettere insieme vivendo di libri, quali strani e affascinanti percorsi ci consente il gioco della contiguità delle idee!!), una indefinibile simpatia che peraltro si precisa a mano a mano che ci s’impratichisce nella sua vita, a cominciare dalla figura del padre Pietro chiamato “l’avvocato dei poveri”. Saranno pure debolezze e, se lo sono, portate pazienza, ma lo scrivente sul suo “scarso rigore scientifico” ha dato segnale esplicito fin dall’inizio.

 

    E’ nato nel 1912, una data lontana, lontanissima, che ci riporta ai nostri genitori o addirittura ai nonni. È morto a monte Belvedere sulla Corona, nell’Appennino tosco-emiliano il 12 dicembre 1944: «Volle tornare indietro a salvare due suoi partigiani rimasti nelle maglie dei tedeschi, morì con loro».

Lapide in ricordo di Antonio Giuriolo. Foto di Luca Tomezzoli

   

    Devo essere grato a Luca Tomezzoli se conosco Antonio Giuriolo. E’ lui che me ne ha parlato per primo e mi ha fornito qualche indicazione biografica seguita dalla lettura delle belle pagine di Norberto Bobbio.

    Parlare di Giuriolo sembra impossibile dopo che Luigi Menghello ne I piccoli maestri «aveva già scritto tutto quello che vi era da scrivere» (R. Camurri) su di lui. Però mi hanno sempre appassionato i concetti di “memoriale” e di “anamnesis”, parole misteriose, epifaniche, a partire dal loro suono, dalla combinazione di vocali e consonanti. E dunque, per non spezzare quella che ancora la Assmann chiama la «comunicazione tra generazioni» e che lei fa consistere nella condivisione generazionale di nozioni comuni, insisto ancora per qualche riga. Del resto lo stesso Bobbio ne “L’uomo e il partigiano”, dopo una iniziale titubanza («Non ne avrei parlato perché non ne sarei stato capace») ne scrive, e a lungo, e con una stima e un’ammirazione esemplari, e lo fa perché – dice - «l’offesa del silenzio» sarebbe più bruciante. Per Bobbio, Giuriolo, uomo «di schivo candore, di sobrietà di gesti, di gusto schietto», era «educatore senza cattedra» e «innamorato della cultura nel senso più largo e ricco»; riteneva che «la cultura imponeva degli obblighi, delle responsabilità, dei rischi», che «l’intellettuale doveva dare degli esempi»; era convinto della «necessità della partecipazione alla lotta politica» e che «il dovere non ha un perché, il dovere si compie per un’intima e categorica legge». E ancora: «Era un taciturno,… i lunghi discorsi gli costavano fatica,… era un uomo tranquillo» e possedeva «un severo dominio delle proprie passioni». E dunque «la sua banda fu una scuola di uomini e non di soldati», una scuola che insegnava la «suprema dignità di ogni uomo, anche del nemico».

 

    E infine, Meneghello, con la magia di una prosa che sfonda le convenzioni e che porta dritta nella “cosa”: «Sospiravamo di soddisfazione perché era arrivato Toni, e anche nelle rocce, nel bosco, pareva che se ne vedesse il segnale».

 

    E c’è pure, su questa stessa linea di profonda umanità, Luciano Dal Cero. «Un giovane alto, magro e diritto, dalla testa fieramente alta e le spalle tese,… con un passo agile e risoluto, con un’aria insieme indifferente e pensosa». Sono ancora di Norberto Bobbio queste parole. Si sono conosciuti in cella, dove Luciano sembrava «non prigioniero ma padrone». Come Giuriolo, ha occhi chiari. Come Giuriolo interpreta umanamente la Resistenza. Dopo averlo descritto nel suo portamento, Bobbio ne traccia il profilo psicologico: partendo dagli occhi «che guardavano nell’intimo, e un sorriso discreto, quasi pudico, che dava al volto un’espressione di mitezza contenuta e di indulgente rassegnazione… sereno anche nei momenti più duri… di temperamento calmissimo». Continua così Bobbio in queste pagine (passatemi in fotocopia ancora una volta da Luca) prese da La mia Italia: davvero è inestimabile il valore del libro che fissa per tempi lunghissimi la memoria, che ci salva dall’oblio verso il quale, invece, si rischia sempre di scivolare, lentamente, inavvertitamente.

 

    Per la cronaca bisognerebbe aggiungere che Luciano dal Cero a quindici anni si è ammalato di tubercolosi, che è stato imprigionato agli Scalzi, che ha fondato la brigata Luciano Manara, che ha trovato la morte (qualcuno sostiene sia stato fuoco amico, non oso pensarlo!) il 29 aprile a Gambellara, che è stato insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare,… E altro ancora bisognerebbe aggiungere. Ma non importa, si voleva solo dire i partigiani hanno assunto spesso, molto spesso, le sembianze dei Giuriolo e dei Dal Cero.

 

    Bene, chi è giunto fin qui è stato bravo davvero. Adesso però deve continuare ancora un poco, quando può, quando se la sente. E lo deve fare con le pagine di altri, scoprendole da solo, cercandole, lentamente, senza forzature, con la coscienza serena di chi si addentra in un territorio, quello della storia, che, se non fosse per timore di retorica, mi piacerebbe, almeno per quella parte che riguarda persone e sentimenti, definire sacro.

 

     Aldo Ridolfi

C'era una volta