Dai ricordi della gente (1920-1945)
la guerra e la resistenza a San Martino Buon Albergo
A cura di Anna Solati e Aldo Ridolfi
Premessa
Quello che segue è il racconto che ho ricavato, unendo vari frammenti di vissuto, con pezzi di storia documentata. Ci si può credere, o si può dubitare che le cose siano andate così, ma come si sa la storia non sempre è di facile e lineare comprensione, a volte diverge a seconda dei punti di vista e in questo racconto ci sono tanti punti di vista, starà al lettore trovare il “filo giusto”.
Gli anziani con cui ho parlato fanno pochi commenti sul passato: “Se stava mal”, “C’era tanta fame per tutti”. Scarsi altri particolari, come se la memoria di un periodo fosse stata volontariamente cancellata. Ma, anche da poche frasi, forse un’idea ce la possiamo fare.
Racconto
“All’inizio degli anni ‘20’ mio padre -diceva un anziano possidente che abitava a Mambrotta- quando andava in paese in bicicletta si portava dietro il fucile perché c’era il rischio che i braccianti lo assalissero”.
Il racconto si riferisce a poco prima della marcia su Roma ed è il segnale delle violente lotte che anche nelle nostre campagne scoppiarono tra proprietari e contadini. Molti agrari si spaventarono e decisero di vendere per poco e chi aveva coraggio ampliò i suoi possedimenti.
“Mio padre -raccontava un altro anziano- era capocellula della sezione socialista e incitava i lavoratori delle aziende agricole a scioperare. Per questo doveva nascondersi perché era ricercato dalle squadracce che c’erano anche in paese, per essere punito come sapevano fare loro: bastonature, olio di ricino.”
Gli organizzatori di queste spedizioni erano ben noti, appartenevano a famiglie in vista, ma alla fine della guerra non subirono particolari ritorsioni, continuarono a fare tranquillamente la loro vita senza alcuna vergogna perché la gente del nostro paese non è vendicativa.
L’associazione dei Boy Scouts, che il parroco don Ambrosini aveva caldeggiato, venne intimidita, minacciata e fu costretta a sciogliersi. Una legge fascista del 1927 abolì tutte le associazioni tranne la Gioventù Italiana di Azione Cattolica (GIAC) che però operò in modo ridotto.
Ci furono anche dei delatori, di cui non si seppe mai il nome, e che denunciarono Gino Dal Bosco e il suo gruppo e li fecero internare a Mathausen.
Intanto era stata aperta la casa del fascio nell’edificio contiguo alla chiesa (oggi sede della Biblioteca Comunale) e i bambini, che se lo potevano permettere, andavano a scuola o alle cerimonie ufficiali in divisa da Balilla o da piccola italiana.
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A San Martino la vita continuò senza particolari scosse fino al 1935 quando fu dichiarata la guerra all’Etiopia e il governo, prevedendo sanzioni internazionali, introdusse il razionamento di molti generi di consumo. Il 25 novembre furono emanate le norme per la raccolta dell’oro (oro alla Patria) dell’argento e dei vari metalli. Anche le donne del nostro paese, seguendo l’esempio della regina Elena, parteciparono alla cerimonia dell’offerta della fede. Alcune consegnarono un anello di scarso valore comprato per l’occasione, in cambio tutte ne ricevettero uno di ferro.
Il 5 maggio del 1936 la guerra finì e anche in paese ci furono grandi manifestazioni di gioia nella piazza principale:
“Suonarono le campane a distesa e un carrettiere chiamato “Barachetta” gettando in aria il suo cappello si mise a cantare la romanza dell’addio a Eleonora”. (dalla Lucia di Lammermoor).
Pochi mesi dopo la lira venne svalutata del 40% ma questo fatto non preoccupò la povera gente che sopravviveva quasi solo con lo scambio delle merci.
Le poche industrie presenti sul territorio lavoravano a singhiozzo. Sia il cotonificio Pozzani, sia la cereria Barbieri erano costrette a lasciar a casa i dipendenti, prevalentemente donne, quando veniva a mancare la materia prima.
Mussolini dichiarò guerra a Inghilterra, Stati Uniti e Francia il 10 giugno 1940 e il 21 ottobre dello stesso anno una formazione di quadrimotori della RAF con bombe dirompenti e incendiarie devastò la stazione di Verona punto ferroviario nodale perché collegava l’Italia con la Germania.
“La prima formazione di bombardieri che venne per colpire Porta Nuova (erano così tanti) faceva un rumore che intimoriva. Io scappai su per Marcellise, ma all’altezza del Campagnol sentii un fischio impressionante, mi stesi a terra e la bomba cadde dietro al roccolo che si trovava a poca distanza dalla casa, fece una buca profonda ma non danni.”
Per cui quando prima dell’8 settembre 1943 nel cielo di San Martino si videro volteggiare molti aerei la gente si spaventò perché temeva un bombardamento che non venne. Sembra invece che facessero da scorta a Mussolini che era andato a trovare il duca d' Acquarone ministro della Real Casa che avrebbe avuto una parte importante nella sua destituzione e arresto.
A San Martino, come già successo più volte in passato, si acquartierarono i militari che appartenevano al genio trasmettitori della Celere. Non essendoci edifici adatti si sistemarono alla meglio. I più erano nella ex vetreria, pochi dormivano anche nella sede della vecchia lavorazione di stracci nella corte Gonella.
Per le ragazze si aprirono nuove opportunità ed esperienze, poi i giovani soldati partirono destinati al tragico fronte russo.
Al loro posto arrivarono i tedeschi che si stanziarono in vari punti del paese requisendo case e ville.
La polizia e la Todt, il cui ruolo principale era la costruzione di strade, ponti e altre opere di comunicazione, vitali per le armate tedesche e per le linee di approvvigionamento, e che impiegava nel lavoro coatto uomini donne e ragazzi, si stabilirono in Musella e a palazzo Sterzi.
Un altro comando tedesco occupò la villa Provolo e si raccontava che nelle sue cantine venissero torturati i partigiani. Altre SS si sistemarono a Campalto nella villa Grezzana.
Con la polizia tedesca il rapporto della popolazione era buono ed era possibile ottenere qualche piccolo vantaggio finanziario facendo lavoretti per loro: lavare e stirare la biancheria e altro. Alcuni concittadini rimasero loro amici anche dopo la guerra.
Anche con la Todt la popolazione aveva buoni rapporti perché molti cittadini furono assunti nell’organizzazione e ogni giorno si recavano nei vari laboratori che si trovavano nella tenuta Musella , un po’ lontani dalla villa.
Un certo numero di sanmartinesi, anche donne, venne precettato per scavare trincee nella zona di Marcellise, nelle colline della villa Musella.
La vita a San Martino si era assestata in una certa tranquillità e c’era qualche possibilità di lavoro, persino la borsa nera veniva esercitata con la consueta bonomia che caratterizza il nostro paese. Il borsaro non era un feroce profittatore, ma un amico che ti dava quello di cui avevi bisogno senza strozzarti.
L’Italia cominciava a sentire gli effetti dell’embargo di materie prime a cui non poteva supplire l’alleato tedesco. Per questo nel corso del 1941 fino al maggio del ’43, si susseguirono una serie di decreti prefettizi.
Già il 27 gennaio 1940 (quando la guerra era ancora lontana) la circolare 881 aveva invitato i vari Podestà a notificare i monumenti in bronzo presenti sul territorio (* 1).
Il 15 febbraio ’41 protocollata a San Martino il 18, una circolare che fa seguito a una circolare del 19 agosto 1940, chiede un censimento di tutte le campane esistenti negli edifici pubblici
“Ciò per le necessità di realizzare bronzi nella maggior quantità possibile, per far fronte a urgenti e inderogabili esigenze dell’industri bellica e di altri settori dell’economia nazionale.” (* 1)
Lo stesso giorno con una calligrafia rabbiosa il Podestà fa presente che. ”Non esistono in questo paese campane di proprietà pubblica" . (* 1)
Ma non si salveranno neppure le campane delle chiese perché un regio decreto del 23 aprile 1942 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 26 maggio chiedeva la consegna anche di quelle presenti nei luoghi di culto con l’impegno di risarcire la chiesa dopo un anno dall’avvenuta firma dei trattati di pace.
Il 24 febbraio ’41, protocollata a San Martino il 28, viene richiesto il peso di monumenti targhe e motivi ornamentali in bronzo. Lo stesso giorno il Podestà risponde che l’unico manufatto è il monumento ai caduti che pesa 7 quintali. (* 1)
Il 26 febbraio, protocollata a San Martino il primo marzo, il Prefetto ha l’impressione di non essersi spiegato bene e richiede di nuovo l’elenco dei monumenti e targhe in bronzo con il nome dell’autore e l’anno della fattura. (* 1)
Il 4 marzo un esasperato Podestà Zamboni-Montanari scrive in calce alla circolare: “In questo Capoluogo esiste solo il monumento ai caduti inaugurato nel 1923, autore Eugenio Prati:” (* 1)
Sempre nel 1941 il Prefetto si rivolge ai Podestà dei vari paesi scrivendo: “Per le note disposizioni sulla rimozione dei monumenti in bronzo, dovrebbe essere rimosso il monumento dedicato ai Caduti in guerra in codesto Comune. Prima, peraltro, di dare esecuzione a tale provvedimento, Vi prego di segnalarmi, con tutta sollecitudine, se vi ostino particolari motivi; ed esprimere il vostro avviso”. (* 1)
Tenendo presente la passione con cui ogni paese aveva partecipato all’innalzamento dei monumenti, al senso di comunità che davano le lapidi con i nomi dei caduti, si può capire che queste requisizioni avvennero cercando di tenere la gente all’oscuro di tutto e mettendola davanti al fatto compiuto.
Alla fine anche il monumento ai caduti di San Martino fu asportato:
“Il nostro l’ho visto quando lo fecero cadere ed era più grande di quello che c’è adesso”. Si salvarono le campane della chiesa, messe in salvo da don Ambrosini e ci dicevamo tra noi il vecchio proverbio “Campane a terra, persa la guerra”. In San Martino ’80 Agenore Bertagna scrive che ciò avvenne nel 1944.
Il 5 agosto ’41, protocollato a San Martino il 9 viene, ordinato l’oscuramento dalle 21.30 alle 5.30. Si constata che gli esercizi pubblici non si sono ancora adeguati alle norme di risparmio energetico richieste dalla situazione. (* 1)
11 settembre ’41, protocollato a San martino il 17, viene ordinata la consegna di tutto il vasellame di rame. (* 1)
Anche i pali ferrosi presenti lungo le strade e sulla ferrovia non si salvano dalla requisizione. Una circolare del 12 novembre ’41, protocollata a San Marino il 19, lamenta che i pali ferrosi che vengono via via sostituiti da pali di cemento siano trattenuti nei magazzini dei vari enti proprietari mentre dovrebbero confluire al centro raccolta metalli delle varie zone. (* 1)
Il 30 gennaio ’42, protocollato a San Martino il 3 febbraio il Prefetto scrive: “Come è noto a causa delle mancate piogge autunnali, della persistente siccità, (l’energia elettrica a quei tempi era prodotta per la massima parte da centrali idroelettriche) della necessità di limitazione del consumo di combustibile nelle centrali termiche di integrazione è venuta a determinarsi una situazione di scarsa disponibilità di energia elettrica. Si rende, pertanto, necessario limitarne il consumo al minimo indispensabile ” .
Si disponeva di: ridurre il numero delle lampadine in casa e la loro accensione di notte; evitare che negozi e locali pubblici illuminassero le vetrine, e l'uso di eccessiva luce all’interno dei locali stessi; proibire l’illuminazione durante il giorno dei banchi di vendita all’aperto; vietare il riscaldamento mediante energia elettrica. (* 2)
Il 14 aprile ’42, protocollato a San Martino il 20, viene disposto che le monete da 20 centesimi di nichelio puro (i famosi nichelini) cessino il loro corso dal 30 dello stesso mese andando in prescrizione il 30 giugno. (* 3).
Il 22 settembre '42, protocollato a San Martino il 26 , arriva la seguente pressante richiesta: “E’ stato rilevato che in alcuni Parchi Pubblici, nei Palazzi comunali e in altri edifici pubblici, esisterebbero, quale ornamento, dei vecchi cannoni austriaci che nell’attuale momento potrebbero essere utilizzati per produzione bellica”.
Il Prefetto nel chiedere se il Comune avesse manufatti di questo tipo e il peso stimato, invitava a dare risposta entro il 28 dello stesso mese (Così allora si muoveva la burocrazia) (* 2).
Il 13 ottobre ’42, protocollato a San Martino il 19, vengono date disposizioni per la requisizione di alambicchi ed apparecchi di distillazione di rame inattivi dal 1 gennaio 1940 (* 2).
Il 30 ottobre ’42, protocollato a San Martino il 9 novembre, veniva disposto il sequestro anche delle cancellate appartenenti a sudditi di paesi nemici. I manufatti dovevano essere consegnati al Commissario militare alla raccolta di Rovereto (* 2).
Il 22 maggio ’43, protocollato a San Martino il 30, il Prefetto invita tutti gli enti della provincia a procedere ad un elenco delle maniglie e targhe di metallo perché siano requisite e sostituite con altro materiale. Poiché alcuni enti l’elenco non l’ hanno ancora mandato si invita a procedere entro il 30 (?) corrente. (* 4)
Come abbiano fatto a San Martino a essere puntuali, non è dato di sapere. Ma al piede dell’ordinanza prefettizia la elegante calligrafia del Podestà Zamboni Montanari scriveva (* 4):
Occorre fare le seguenti sostituzioni:
Maniglie per porte esterne n. 12
Maniglie per porte interne n. 55
Maniglie per telai a vetri n. 100
peso complessivo Kg 90
La fame che cominciava a farsi sentire in tutta la provincia induceva il Prefetto, con ordinanza 23 agosto ’43 protocollata a San Martino i 2 settembre, a vietare l’uccisione dei gatti. (* 5)
In questa atmosfera piuttosto cupa il regime si preoccupava anche dell'abbigliamento più o meno consono delle donne. E’ del 27 giugno 1941, protocollata a San Martino il 3 luglio, una circolare che si scaglia contro le donne che vanno in giro in pantaloni e: “Qualora fossero in bicicletta il mezzo dovrebbe essere loro sequestrato.” (* 1)
L’8 settembre del 1943 le campane suonarono a festa perché si credeva che la guerra fosse finita e la fame spinse la gente, nella notte seguente, al saccheggio del monte frumentario che si trovava nell’ex macello, ora sede della polizia municipale. In molti accorsero con sacchi e recipienti per razziare quello che si poteva e: "l'anno successivo nella piazza della chiesa fu tutto un crescere di frumento a causa dei semi che erano usciti dai sacchi che la gente portava via".
Alle 8 di mattina arrivarono i tedeschi che cominciarono a sparare e uccisero un ragazzo e arrestarono molti dei presenti che portarono a Verona. Tra costoro c’era anche quello che sarebbe diventato presto il famoso corridore di automobili Giulio Cabianca che a quei tempi viveva a San Martino. Dopo poco riuscì a fuggire e ricomparve in paese.
Il saccheggio non poteva restare impunito infatti in un avviso del 14 settembre il Podestà Zamboni Montanari ordinava che tutti coloro che si erano impossessati del grano e dei cereali sottratti agli ammassi nei giorni precedenti restituissero il maltolto entro le ore 10 del giorno successivo, pena il deferimento al tribunale militare tedesco. Quanti nostri concittadini saranno stati intimoriti da questa minaccia?
“Con l’8 settembre in Italia si creò il caos, i tedeschi deportarono i nostri militari prigionieri in Germania. Io che abitavo ai lati della strada provinciale vedevo la colonna dei camion con i soldati che lanciavano dei biglietti con i loro indirizzi, io ne scrissi delle informazioni alle loro famiglie, indicavo loro del passaggio dei loro figli, alcune risposero ringraziarono”.
Dopo due anni di relativa tranquillità, il 25 settembre del ‘43, le forze alleate colpirono la stazione di Porta Vescovo, furono distrutte le officine delle ferrovie e gravemente danneggiato il quartiere di Borgo Venezia.
Visto che il paese era soggetto alle incursioni aeree furono costruite due postazioni antiaeree una alla Campagnetta e una dietro il cimitero.
“La seconda volta che vennero a bombardare abbatterono un aereo, lo vidi cadere era come una girandola“.
Però correva con insistenza la voce che la contraerea non mirasse a colpire il nemico per paura di rappresaglie.
I bombardamenti su Verona e comuni limitrofi furono in tutto 33, di cui uno nel ’40 , due nel ’43, ventuno nel ’44 e dieci nel ’45. Nove colpirono specificamente Villafranca, compreso l’ultimo effettuato il 25 aprile del 1945 a guerra finita.
I bombardamenti nella vicina città raggiunsero anche il nostro paese in più di un’occasione. A San Martino non esistevano rifugi. In realtà nel 1944 si cominciò a costruirne uno in Musella in località Polerin. Esso però non sarebbe stato utilizzabile dalla popolazione del paese come si legge in una lettera del 12 giugno 1944 che l’Amministrazione d’Acquarone Trezza inviò al Prefetto. Vi si legge che il progetto di galleria era per ospitare 160-170 persone, però la struttura della roccia era tale da non permettere scavi approfonditi pena la diminuzione della sicurezza. Pertanto la capienza non avrebbe potuto superare le 110 persone. Tenuto conto che il personale della Musella era costituito da 23 dipendenti dell’Amministrazione d’Acquarone, 50 della Società Trezza, 39 famigliari, 49 coloni per un totale 161 persone, il rifugio era insufficiente persino per i dipendenti della tenuta. (* 6)
Perlopiù la gente fuggiva nei campi nascondendosi nei fossati e nei tubi di cemento che si trovavano lungo il loro corso. Qualcuno, che ne ebbe la possibilità, si scavò un bunker personale in un deposito di legname quasi fuori del paese.
I tedeschi, invece, se ne ricavarono uno che aveva tre uscite nei sotterranei della Villa Musella. Le donne che lavoravano nel reparto sartoria non potevano usare quel ricovero perché erano lontane nel parco, pertanto andavano a nascondersi dove potevano.
Il 27 luglio 1943 entrò in vigore il coprifuoco che andava dalle 21,30 alle 5,30. Anche quando non c’erano incursioni non si poteva più essere tranquilli in quanto girava un aereo chiamato famigliarmente “Pippo”. In realtà si trattava di formazioni di cinque aerei della RAF che decollavano dalle basi alleate di Falconara e di Foggia e, a differenza dei bombardieri che colpivano da alta quota, erano velivoli da caccia notturna che, per evitare la contraerea, arrivavano in volo radente sganciando bombe o mitragliando nel buio della notte.
I “Pippo” non si muovevano in formazione ma andavano a colpire ciascuno un obbiettivo diverso.
La paura era fortissima e quando si sentiva nell’aria il suo ronzio si correva a spegnere tutte le luci e si restava in silenzio al buio. Un “Pippo” fu abbattuto nei pressi di Povegliano.
Queste incursioni cominciarono gli ultimi mesi del 1943 continuarono fino alla liberazione e avevano come obiettivo tutto il Nord Italia con lo scopo di dimostrare che la Repubblica di Salò non era in grado di garantire la sicurezza del territorio.
Colpendo nell’oscurità, e casualmente, esercitavano una forma di terrorismo psicologico nei riguardi delle popolazioni rurali che si sentivano abbastanza sicure dai bombardamenti strategici.
Ogni tanto qualche aviatore nemico veniva catturato e portato in Musella dove non se la sarebbe passata bene.
Gli echi della lotta partigiana arrivarono a San Martino con una circolare del capo della Provincia Cosmin in data 31 Marzo 1944, protocollata il 7 aprile. Il titolo era: Contegno della popolazione civile nei confronti delle bande dei ribelli. (* 5)
“Una notte un nostro concittadino, credendosi partigiano, con una radiotrasmittente informò erroneamente che lo stabilimento Pozzani fabbricava armi, invece si tessevano bende per gli ospedali. Vennero il 30 gennaio 1945 distrussero l’edificio e uccisero due operaie. Troppo tardi si decise di istituire delle postazioni di segnalazione antiaerea.
La notte del 3 marzo 1945 gli aerei alleati vennero per colpire Verona e, per vedere meglio l’obiettivo, spararono dei razzi che il vento portò su San Martino. Così cominciarono a bombardare dalla linea ferroviaria alla Fracanzana.Terrorizzati i nostri concittadini cercarono riparo dove potevano.
“Negli ultimi giorni gli americani continuavano a mitragliare e sul ponte del Cristo perse la vita un passante.” ... "pochi giorni dopo, io me ne stavo affacciata sulla porta di casa mia, a vedere i camion dei tedeschi che transitavano in via Ponte. Fui attratta da un aeroplano americano che in volo radente puntava proprio verso di me, per fortuna mia sorella Emma con uno strattone mi sposto dalla porta, perché una raffica di mitra investi prima la strada nel tentativo di colpire i camion e poi uno dei proiettili si conficcò nella maestà della porta d'ingresso e proseguì la sua corsa in casa fin sulla sedia dove c'era un cesto con dei panni lavati. La pallottola iniziò ad avvitare tutti gli indumenti incendiandoli e finì lì la sua corsa. Devo la salvezza a mia sorella.... quella pallottola è diventata un ricordo di famiglia".
Dell’avanzata degli alleati i sanmartinesi erano informati da qualche audace che ascoltava Radio Londra.
Però nel febbraio del ’45 i lavoratori della Musella dimostravano di essere ancora piuttosto sereni come mostra la foto che li ritrae alla scaletta.
Poi i tedeschi iniziarono a dare segno di nervosismo e cominciarono a considerare con diffidenza la popolazione.
“Negli ultimi giorni i soldati che erano di guardia ai forti, lasciarono i loro posti e così la gente fu libera di entrare e saccheggiare. Ciò fu causa di una tragedia perché a Moruri il via vai causò un disastro. Portando fuori la polvere pirica, per strada ne persero una certa quantità e così calpestandola prese fuoco causando la scoppio del forte. Ci furono diversi morti nella popolazione. Due sere prima che arrivassero gli americani a San Briccio vidi che succedeva la stessa cosa però gli abitanti mentre la portavano fuori la incendiavano un po’ alla volta e si vedeva tutto attorno al forte di San Briccio un fuoco brillare.” (1)
Infine i tedeschi cominciarono ad andarsene alla spicciolata requisendo tutti i possibili mezzi di trasporto, specialmente biciclette. Entravano in casa e, armi alla mano, prendevano quello che poteva servire per andarsene dall’Italia. Alla villa Musella ai lavoratori della Todt fu liquidato un mese di stipendio, 500 lire, era il 24 aprile, e furono mandati a casa.
Il paese era rimasto sguarnito delle forze occupanti così i vagoni merci che si trovavano in stazione furono ripuliti dalla gente affamata.
“Alla mattina del mio ritorno a casa incontrai uomini armati di fucile e io che li conoscevo ridendo li presi in giro dicendo (partigiani) sapendo che fino all’ultimo erano stati a lavorare dai tedeschi.”
“Nella notte prima dell’arrivo degli americani un tale tentò di rubare i copertoni delle macchine siti in una corte in riva al Fibbio, ma male gliene incolse perché il padrone se ne accorse e gli sparò due fucilate che lo resero inabile. In seguito lui dichiarò che era partigiano e che erano stati i tedeschi a sparargli così prese la pensione di invalidità per tutta la vita. Lo sparatore andava dicendo: mi denunci pure così finirà in galera.”
Il 26 aprile, a guerra praticamente finita, si compì la strage di Ferrazze. Stranamente questa vicenda ebbe poca risonanza ufficiale, sia al momento, sia in seguito. Lascia piuttosto perplessi, ad esempio, il fatto che nella prima riunione del rinato CLN di San Martino tenutasi il 29 aprile non se ne facesse parola, ma si trattasse di ordine pubblico, di misure per aiutare la popolazione, dell’istituzione di una commissione per l’epurazione dei gerarchi fascisti i cui tre membri furono: Guido Zanetti, Edoardo Verzini, Gioacchino Selmo.
Il comitato non fu molto severo verso i fascisti più accesi. Così come scritto più sopra, essi continuarono la loro vita senza essere particolarmente messi al bando. Solo uno di loro lasciò il paese, ritornandovi comunque qualche anno dopo accettato tranquillamente dalla comunità.
Ma alle donne non venne perdonato di aver familiarizzato con i ragazzi tedeschi e fu loro riservato il barbaro rito della rasatura dei capelli poi cosparsi di pece. E mentre il nome dei gerarchi più accesi è stato quasi dimenticato gli anziani ricordano ancora perfettamente il loro.
Sulla strage delle Ferrazze ho potuto consultare due documenti: un appassionato scritto di Agenore Bertagna, in occasione del 26 Aprile 1948, e il libro di Beppe Muraro: Ferrazze 26 aprile 1945 edito nel 2005 da Grafiche CIERRE per il Comune di San Martino Buon Albergo e l’istituto Veronese per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea.
Come leggerete le due versioni, pur concordando in linea di massima, presentano notevoli differenze persino sul numero delle vittime.
Scrive Bertagna: “Era l’ormai lontano 26 aprile 1945, l’ultimo giorno della tenebrosa esistenza dell’egemonia teutonica nel nostro paese, le ultime ore di agonia del nostro popolo, l’approssimarsi dell’aurora della liberazione e della resurrezione.
Verso le ore 16 un birroccio con a bordo tre soldati tedeschi scendevano dalla collina verso il centro abitato. …
Una pattuglia di partigiani era giunta da San Michele e aveva cominciato a sparare sugli ultimi supersiti tedeschi. Da ciò il ritorno dei tre che volevano accertarsi di quanto accadeva. Dovettero subito tornare sui loro passi per evitare le raffiche dei partigiani.
I restanti tedeschi divisi in due colonne parallele si avviarono verso il centro del paese. La prima colonna sostò presso la chiesa chiamando “Pastore”. (Difficile interpretare il motivo di questa invocazione)”
Ma don Taietti la interpretò come una minaccia alla sua persona e cercò di uscire dalla parte posteriore della chiesa, scoperto, un colpo di moschetto lo colpì a una gamba. Riuscì comunque a rifugiarsi in casa Patuzzo, la prima a sinistra in piazza della chiesa. Appare chiaro che se i tedeschi avessero voluto fargli effettivamente del male non avrebbero avuto difficoltà. Nei paraggi si trovava anche un tal Corbellari che, colpito a un occhio, in seguito rimase cieco.
“Nel frattempo la seconda colonna, scesa dalla collina del lato est entrava in casa Belluzzo nella quale si trovavano il capo famiglia Giuseppe di anni 54, il figlio Mario di anni 17, i fratelli Gino e Danilo Rossi, rispettivamente di anni 20 e 17 e Bruno Gugole. Questi venivano rudemente tratti in strada, appoggiati alla rete che fiancheggia l’osteria al Ponte, indi ammazzati a colpi di mitra.
Congiuntesi in piazza dei Reduci le due colonne tedesche si misero a cercare i partigiani. Entravano in casa Composta, perquotendo la porta della cantina affinché le persone che vi si erano nascoste si presentassero loro. Usciva per primo Luigi Castagna di anni 56 il quale di fronte alla scena di terrore di quelle orde assatanate di sangue, passava senza il loro permesso nella stanza attigua. Una bomba a mano lanciatagli dietro lo feriva mortalmente.. Altre bombe lanciate nei locali a piano terra avevano solo l’effetto del rovinio delle pareti e dei mobili”
Dodici russi nascosti nella casa di Angelo Tosi, furono fatti uscire uno alla volta e mentre a mani alzate varcavano la soglia otto furono stesi a terra dal loro piombo, gli altri rimasero più o meno feriti.
Ma non paghi di quella sanguinosa carneficina i tedeschi presero la strada di San Martino. Un sergente partigiano ferito fu preso e finito a colpi di calcio di moschetto.
In località Ferrazzette avvistarono sulla strada un operaio, tale Giovanni Tosi di anni 53 che tornava dal lavoro. e fecero fuoco su di lui.
Il Tosi si rifugiava in casa Grego, ma i feritori giunti di corsa vollero il ferito e, dopo averlo fatto medicare alla gamba, lo portarono sulla strada e, fattolo sedere su una sedia lo fucilarono.
Proseguendo verso San Martino i tedeschi entravano in casa Meggiolaro in corte Scimmia, trasciavano fuori il trentenne Mario Silvagni, lo accopparono di botte e lo gettarono nel torrente Rosella che scorre fiancheggiando la strada.
La serie di eventi luttuosi sarebbe proseguita se non fossero intervenuti due grossi carri armati americani che avevano avvistato il gruppo di tedeschi appiedato e a cavallo. Questi esseri assetati di sangue furono presto raggiunti e nel sangue chiusero i loro occhi alla luce del giorno. Di tutta la loro baldanzosa vigliaccheria non rimasero che un cumulo di carni sfracellate e fumanti rottami di quanto costituiva il loro armamento ed equipaggiamento.” (* 7)
Cinquantasette anni dopo (2005) Beppe Muraro scrive il suo libro costruendolo sulle testimonianze di famigliari e abitanti di Ferrazze.
Il 26 aprile, quando gli americani erano ancora a Verona, i tedeschi che si trovavano in Musella, cominciarono a uscire armati di tutto punto dal cancello vicino al ponte sul Fibbio per andarsene. Tutto sembrava tranquillo tanto che un gruppo di abitanti della frazione era salito alla villa padronale per impadronirsi di quello che poteva.
Verso le 14.30 di una giornata piovosa, si dice che tre, o forse quattro partigiani con una mitragliatrice e una bandiera, arrivarono da San Michele con un carretto e obbligarono Luigi Castagna, titolare del negozio di generi alimentari che si trovava nella piazza della frazione, a farli entrare per stanziarsi sul terrazzo dietro casa da cui si poteva dominare la piazza.
Dalla strada che veniva da San Martino arrivò un carretto con a bordo due giovani soldati tedeschi e, in quel momento, dalla zona del ponte furono sparati dei colpi che li ferirono. il carretto proseguì verso la Pedrotta.
Poco dopo due colonne tedesche: una proveniente dall’oleificio e l’altra dalla Pedrotta stessa, si mossero verso il centro del paese.
I “partigiani” visto il pericolo abbandonarono l’arma e si diedero alla fuga.
Questa azione scatenò una feroce repressione. I tedeschi cominciarono a setacciare le case e per trovare gli sparatori. Nelle cantine dell’osteria al Ponte scovarono 21 soldati georgiani, probabilmente disertori, li fecero uscire uno ad uno e un ufficiale delle SS li giustiziò con un colpo alla testa.
Vennero uccisi anche Gino Belluzzo di 55 anni e il figlio Luigi che abitavano al Feniletto. I fratelli Gino a Danilo Rossi di 20 e 19 anni che vivevano in corte Ferrazzette, e Bruno Gugole che anche lui abitava e viveva alle Ferrazzette.
Così viene descritto il ferimento del parroco don Taietti: “Don Primo, nel scorgere l’orrendo massacro, si è buttato verso i sacrificati per portar loro soccorso, ma purtroppo anche Lui si è preso una pallottola nel polpaccio di una gamba, perciò è stato trasportato in canonica per essere curato” .
I tedeschi si rivolsero poi verso il luogo da cui sembrano essere partiti i colpi cioè il negozio di Luigi Castagna. gettarono prima una bomba che devastò l’interno del negozio , poi vedendo che fuggiva lo inseguirono al piano superiore e lo uccisero.
In Corte Ferrazzette abitava Giovanni Tosi con la sua famiglia. Quel giorno Tosi si trovava sulla porta di casa quando una scarica di mitragliatrice tedesca lo colpì . Una delle figlie uscì lo portò all’interno per dargli le prime cure e lo mise a sedere su una sedia. Da fuori si sentirono ordini in tedesco Tosi ordinò alle figlie di nascondersi. Infatti poco dopo venne ucciso dove si trovava.
Altro morto il giovanissimo Otello Scandola di 16 anni che abitava in Corte Cavallo ed era uscito in bicicletta.Forse fu quel bene indispensabile in quei momenti che decretò la sua fine e il padre andò a raccoglierlo nei campi vicino a casa
Poi con l’arrivo di un carro armato americano da Porto San Pancrazio i tedeschi ripresero la loro fuga.. L’identità di quei partigiani non si scoprì mai.
Nell’aprile del 1945 le forze armate tedesche stanziate nell’Italia del Nord tentarono di raggiungere il proprio paese cercando solo la possibilità di andarsene senza conflitti con la popolazione dei paesi che attraversavano.
Furono i partigiani a scatenare il loro furore a Ferrazze?
Nel libro di Muraro dichiara Luigino Andreoli: “Dal lucernario delle scuole elementari e da qualche altro nascondiglio improvvisato, qualche altro uomo di Ferrazze cercava di tenere sotto tiro i soldati tedeschi onde far evitare che bruciassero la frazione come avevano già minacciato"
E dichiara un’altra testimone: "Per l’eccidio della Ferrazze dove ci furono parecchi morti, io che ero stata assunta dagli americani per lavorare facendo le pulizie nel palazzo, mi trovai a lavorare con la sorella e figlia dei due caduti che mi disse piangendo che se certi armati di fucile non avessero sparato contro i tedeschi in ritirata non sarebbe successo niente e non parlò né di partigiani né di gente di San Michele.”
I liberatori arrivarono in paese tra le 18 e le 19.30 del 26 aprile si stanziarono qui.
“Due soldati tedeschi vennero fucilati al ponte del Cristo accusati di aver ucciso un soldato americano all’ingresso della Musella, ma non erano stati loro. Anche un italiano fu trovato morto nella corte dei Gonella.”
Alla data del 13 Luglio 1949 nel cimitero di San Martino risultavano sepolti sei soldati tedeschi di cui era ignota l’identità.
“Mentre i tedeschi erano stati sempre rispettosi dell’ordine e non avevano molestato le nostre concittadine, gli americani erano turbolenti e avevano portato con loro le “signorine” dal Sud. C’erano risse furibonde, schiamazzi, danni. Un giorno assistei a una lite tra loro per gelosia a colpi di pistola.”
Come si può capire, dalle testimonianze riportate, in genere la gente del nostro paese non sembra aver apprezzato la vita partigiana.
Nello scritto che segue Aldo Ridolfi ci offre allora la possibilità di chiarirci un po’ la idee e ci invita a documentarci sui testi.
Note:
*1) Archivio Comunale B152; *2) Archivio Comunale B155; *3) Archivio Comunale B154; *4) Archivio Comunale B156; *5) Archivio Comunale B157; *6) Archivio Comunale B158; *7) Archivio Comunale B164.
Attorno alla Resistenza: la memoria e i documenti
di Aldo Ridolfi
Mi chiedete di parlarvi della Resistenza; avete saputo che me n’ero occupato per alcuni mesi e non avete voluto che quel tempo andasse sciupato, perciò avete messo anche a mia disposizione lo spazio del vostro sito.
Accolgo volentieri la vostra proposta, ma vi avverto che non potrò far altro che procedere per appunti, pochi, e non originali. Così rischio la superficialità, ma ci sono intere biblioteche, frutto del lavoro caparbio di instancabili ricercatori, per approfondire o per distinguere o per farsi un’opinione personale. Prendete dunque questo contributo non come materiale per tesi ma come un libero percorso del tutto personale, riflessione di un comune lettore che peraltro avverte di stare confrontandosi con avvenimenti, mi si passi l’aggettivo, epocali.
Infatti non potrò aggiungere nulla a quanto già scritto nell’inesauribile bibliografia sulla Resistenza che si arricchisce di giorno in giorno e, anziché affievolirsi come potrebbe far pensare l’aumentare della distanza temporale, si mantiene caparbiamente generosa ed abbondante. E dunque il primo dato che vi posso confermare è che il materiale disponibile – mi riferisco semplicemente alle pubblicazioni – è tantissimo, da trascorrerci anni solo per mettere un po’ di ordine tra libri, articoli, pagine della rete. Prima di inoltrarmi nel tema avevo qualche idea della massa di informazioni, ora ne sono annichilito. Ma è meglio così.
E allora – ammesso che sia lecito che io ne parli -, da dove cominciare? Dalle riflessioni degli storici che vi hanno dedicato anni di lavoro, qualche volta anche una vita intera? O dalla memorialistica che è abbondante, abbondantissima; nel qual caso potrei incominciare da Séngio Rosso visto che siamo in molti a nutrire una grande stima per il suo autore, il maestro Piero Piazzola? Ma esiste una terza via, che mi preme dentro più delle altre perchè ho il grande privilegio di pormi, in un certo senso, come “testimone”.
Vorrei cioè utilizzare alcuni ricordi personali: sono nato nel 1949, a guerra finita, quando la Resistenza era già “documento”; ma di guerra e di Resistenza, in casa mia, se n’è parlato ben avanti negli anni Cinquanta. Non c’era sovraffollamento mediatico, allora; da me, la televisione è arrivata tardi, gli spazi per la parola, per esempio durante i pasti e nel dopocena, erano garantiti. E, nel frattempo, 10-15 anni non sono pochi, gli eventi avevano subito una certa decantazione, con i vantaggi e i rischi che ciò comporta.
Mi scuserete, dunque, se parto da qui, dai miei ricordi, dimostrando fin dall’inizio “scarso rigore scientifico”. E nei miei ricordi ci sono i racconti di mia madre, nei tempi “incriminati” venticinquenne delle “Vestene”. Così, in qualche modo, le rendo anche onore: consentendo alle sue parole di rimbalzare nel tempo, le restituisco per un attimo la “vita”. Ricordo che raccontava con grande espressività la sua esperienza, senza la paura di privilegiare l’emozione, anzi, sottolineando il sentimento rispetto al “dato” (quale “dato”? è vero o no che noi, oggi, abbiamo un po’ troppo la “religione” del “dato” e tendiamo a consideralo al di sopra delle parti?). Mia madre non aveva mai letto né resoconti sulla Resistenza, né s’intendeva degli aspetti politici del movimento; non faceva altro che raccontare, pratica che rimane, anche nel Terzo millennio, ozio lecito e, perché no?, vezzo aristocratico per donne e uomini semplici.
I frammenti delle sue conversazioni hanno assunto nella mia memoria la dimensione di massi erratici, certo, ma solidi e chiari e nitidi come solido e chiaro e nitido è il ricordo della nascita di un figlio o della perdita di un genitore.
Non salvava, mia madre, né il Marozin dei Cracchi, né l’attacco partigiano al tedesco isolato. Non aveva dubbi. Non faceva calcoli politici. Il suo giudizio era categorico, attento a collocare le cose o sul nero o sul bianco. Solo dopo, se si aveva tempo, se rimaneva lo spazio, venivano i grigi. E, del resto, non aveva dubbi mia madre a condannare rastrellamenti e rappresaglie e l’emozione prendeva tutta la sua persona quando ricordava l’incendio di Montecchia o quello di contrada Mettifoghi. Lo raccontava con quella dovizia di particolari che è tipica di chi ha visto e sentito e vissuto, e sofferto, e sperato, e pianto. Dimensione, ahinoi, irriproducibile. A causa del tempo che passa e dei protagonisti che se ne vanno. Molta parte dello spirito di quelle storie se n’è andato con la scomparsa dei legittimi narratori.
Una carenza di simpatia per il movimento partigiano c’era, senza dubbio. Atteggiamento peraltro riscontrabile anche altrove, non solo nelle parole di mia madre. Anche in questi giorni (febbraio 2011), girando per l’alta valle del Chiampo, percorrendo strade poco battute e frequentando contrade oramai disabitate, m’è capitato, in compagnia di amici, di incontrare anziani che nel 1944 avevano sedici anni e che ricordano bene figure ed avvenimenti: Giuseppe Marozin non è mai un bel ricordo; e poco lo sono anche i partigiani. E’ così, bisogna dirlo.

La valle del Chiampo dal covolo dele bele butele. foto di Aldo Ridolfi
Lungo questa linea interpretativa, racconto, ancora, la storia della maestra Clementina, di Sant’Andrea, Val d’Illasi medio-alta, territorio, certo, di appassionata Resistenza. Suo padre era reduce della Prima guerra (da noi, i vecchi distinguevano la Prima e l’Ultima guerra: ci sarebbe da ragionarci su, perché il linguaggio veicola molto di più di quello che dice). «Aveva anche la tessera del Partito fascista, ma chi non l’aveva?» si chiede Clementina, ancora oggi, quando gliene parli. Ebbene, suo padre è stato prelevato, portato con altri a Durlo e là fucilato. «Mio padre non aveva fatto nulla di male», afferma Clementina, senza astio, senza rancore, ma senza capire del tutto. E non manca di sottolineare che il mandante di tanto dolore è stato il partigiano Marozin. E poi continua e ricorda l’episodio di “Zambo”, altra esecuzione capitale di Marozin, il comandante della Pasubio, anche se l’ufficialità - e dunque la storia – racconta diversamente. E’ rimasto, però, qualcosa di scritto attorno a queste vicende, si trova in Cappelletti G., I cattolici e la Resistenza, alle pagine 92 e 98: il libro è ancora presente negli scaffali di qualche biblioteca.
E qualcosa si trova anche nel manoscritto di don Padovani, conservato nell’Archivio della Curia Vescovile di Verona. “Zambo”, con il suo carisma e per l’ascendente che aveva sui partigiani, faceva ombria a Marozin – racconta Clementina –, di qui la decisione di eliminarlo, mettendolo di guardia e simulando un attacco che gli doveva essere fatale. Dispiace ricordarle queste cose perché riportano ad una dimensione “ferina” dell’uomo che credevamo esserci lasciata alle spalle: evidentemente non è così.
Proseguo con l’episodio della Gina, un’informatrice dei tedeschi: denunciava i giovani renitenti alla leva all’autorità nazi-fascista, decretando così deportazioni, morte e dolore. È stata presa, la Gina, portata in Lessinia, torturata e poi uccisa. La sentivo raccontare da bambino questa storia, sottovoce, ancora sconvolte le espressioni sui visi. Si cercava, ma non ostinatamente, che i bambini non sentissero, per fortuna é prevalsa, anche allora, la curiosità di sapere, anche se per frammenti. Ora frammenti di questa storia sono scritti, anche se consentono letture diverse. Troviamo tracce in Odissea partigiana. I 19 della Pasubio nella parte riservata ai documenti. Cercatele, le troverete. E’ la confessione firmata dalla donna che si autodenuncia. Fa seguito la sentenza del “tribunale” sottoscritta da Giuseppe Marozin e da altri quattro componenti il tribunale. Dice, lapidario, il verbale: «L’esecuzione avverrà immediatamente». Ma non si tratta precisamente di esecuzione. Alessandro Anderloni in una ricerca comparsa nei “Quaderni della Lessinia” del 2004 offre la possibilità di intenderla diversamente quella storia, e, guarda un po’, la sua ricostruzione coincide con quanto io sentivo da bambino. Che resti almeno il dubbio ai posteri. Eh già, perché Anderloni raccoglie una ridda di voci che pongono seri dubbi sul valore umano di quei resistenti lì.
«Lì c’era il loro macello» (la testimonianza è virgolettata nel testo in oggetto), racconta un testimone riferendosi al luogo dove avrebbero eseguito le condanne a morte. Voci che si dispongono in perfetta linea con quanto sentivo da bambino, in casa, in una situazione che ritengo di sostanziale autonomia ideologica.
Ma di Giuseppe Marozin se ne sono occupati in molti e, se non sono esattamente sulla stessa linea, tutti avanzano dubbi. Si vedano a questo proposito le testimonianze (pagine 200-203) raccolte da Mario Gecchele ne Il dolore della guerra e anche la nota redatta da Giovanni Dean nel suo noto studio (che riprenderemo).
E poi c’è il libro di Giovanni Cappelletti, I Cattolici e la Resistenza, citato qualche riga sopra. Giovanni Cappelletti è nato a Selva di Progno nel 1921, è stato ordinato sacerdote nel 1944, dal 1962 è stato arciprete in Santa Anastasia. Nel 1981 ha dato alle stampe questo libro, edito da Carlo Nordera, titolare delle allora Edizioni Taucias Gareida. Il volume nasce – lo riferisce lo stesso Autore - con lo scopo di reagire alla provocazione apparsa nel 1975 sui muri di Verona secondo cui «La Resistenza non è democristiana o italiana, è comunista», e di rivendicare il ruolo fondamentale avuto dai cattolici in quegli anni drammatici. Libro particolare, quello di Cappelletti, che non ha assunto, nelle intenzioni dell’autore, l’aspetto del saggio con note a piè di pagina, bibliografia di riferimento e quant’altro. Racconta, piuttosto, il libro, prendendo a modello la conversazione quotidiana, colorando gli eventi con le tinte delle emozioni, proponendo la ricostruzione di uno scenario complesso, con tanti attori, con numerose comparse, con un intreccio che non vorrebbe escludere nulla e nessuno: è presente la Missione RYE del Perucci, la storia del maggiore Di Carlo e quella del rapimento della figlia di Marozin, Vera, le vicissitudini dei preti nelle parrocchie e dei paesani nelle case, le tribolazioni dei popolani e il veleno senza antidoti dell’odio.
L’impegno di don Cappelletti è massimo nell’individuare il contributo cattolico per la Resistenza e talvolta tende ad enfatizzare. Tant’è che attribuisce a don Gottardo Maestrello, parroco a Carpi (Villabartolomea) l’affermazione seguente: «L’attività di questi amici ridicolizza l’opera del successivo Comitato di taglio comunista» (p. 31). E’ la convinzione anche di don Cappelletti, un po’ il suo chiodo fisso. Ma vi sono anche sfumature diverse. A pagina 22 si legge la sintesi della sua prospettiva: «Non pretendo d’aver narrata tutta la verità, ma quella che conosco e ricordo. Non nego i meriti di altri. Solo desidero che si riconoscano onestamente anche quelli del Clero e del laicato cattolico veronese». E questo può essere accettato.
La memorialistica, dicevamo prima. Penso sia corretto partire da Séngio Rosso e da Piero Piazzola. E continuare affermando che l’atteggiamento antieroico e antiretorico, perfino ingenuo, di Piero ci piace infinitamente, anzi rafforza la nostra stima e la nostra ammirazione per lui. La “sua” Resistenza non è tutta la Resistenza, che diamine!, ma è certo che egli, senza vergogna, l’ha ricondotta a parametri popolari e sinceri; anzi, mi pare che quanto più è incerta e dubbiosa la ricostruzione tanto più possa contenere l’autenticità della vita vissuta. Piazzola si racconta renitente alla leva, si rievoca milite repubblichino sull’Appennino, resistente a Campofontana e infine operaio alla Todt. C’è un passaggio illuminante nelle memorie di Piazzola: «Ma che cos’era per me allora la politica? Salvare la pelle. Questo sì che l’ho capito subito. E ho fatto di tutto per attuarlo; come ho potuto ma con spirito sincero e autentico. Tutto il resto verrò a capirlo solo dopo, molto più tardi». Séngio Rosso non è testo scritto per condizionare la storiografia successiva, per salvaguardare e salvaguardarsi; è piuttosto una confessione, o, se questo termine non è sufficientemente “laico”, una confidenza appena sussurrata a chi vuol stare ad ascoltare. Si muove su una linea simile, come vedremo, anche Bruno Anzolin che intende «smitizzare e “umanizzare” la Resistenza». E con lui – e con Piazzola – molti altri. Mi piace molto questo atteggiamento, ma non deve diventare esclusivo.
Ben diversa è la sensazione che ho ricevuto leggendo Odissea partigiana. I 19 della Pasubio di Giuseppe Marozin. Scritto e pubblicato alla metà degli anni Sessanta, dopo il processo e con l’assoluzione in tasca, merita di sicuro di essere letto. Il testo mi sembra orientato con decisione verso un’auto assoluzione e un’auto legittimazione dell’operato del proprio autore piuttosto che verso una ricostruzione spassionata degli avvenimenti. Vi è ovunque un atteggiamento “eroico”, un sicuro controllo lessicale e sintattico, una precisione e una mancanza di “anima” che me lo rendono sospetto. Se ne ricorresse la necessità potremmo fare una specie di “esegesi” del testo di Marozin e confrontarci tra di noi e cercare di capire - attraverso il detto e il non detto - l’uomo e i tempi. Lo stesso Giovanni Dean è prudente. A pagina 259 del suo fondamentale volume ricostruisce la biografia di Marozin e afferma: «Controverso è il giudizio sul comandante Vero e sulle azioni belliche della formazione da lui organizzata». A giustificazione dell’aggettivo utilizzato, “controverso”, Dean esamina i rapporti del partigiano con i CLN, con la RYE e con i partiti politici. Il Dean fornisce anche adeguata bibliografia. Ma il rapporto di “Vero” con la popolazione non è affrontato.
Il passato, la storia, la memoria sono così, faticano ad assumere contorni precisi e definitivi. Aleida Assmann (Ricordare, Il Mulino 2002) osserva che «è attestata una costante svalutazione della memoria in nome della ragione, della natura, della vita, dell’originalità, dell’individualità, del progresso e di tutti gli altri numi tutelari della modernità». Che sia meglio così? Che sia antropologicamente necessario?
E’ nota quella storiella secondo cui, nella redazione di una rete radiofonica, alla domanda di un radioascoltatore tesa ad ottenere alcune previsioni sui comportamenti futuri dei governanti, la risposta sia stata la seguente: - Guardi, per il futuro non ci sono problemi. Il problema ci sarebbe stato se lei ci avesse chiesto di parlarle del passato: questa è impresa più ardua perché il passato cambia ogni giorno!-
Mi pare un ragionamento eloquente, e preoccupante, tale comunque da richiamare l’impegno di tutti nella cura (mi veniva da dire nel “culto”, ma sarebbe esagerazione) del passato, nella sua conservazione, mettendo possibilmente ordine, ma senza pensare sul serio di aver raggiunto soluzioni definitive.
E ciò che più mi preoccupa non è la coesistenza di atteggiamenti, sensibilità, tesi diverse (è nella natura della specie umana), ma il fatto che gli scritti rimangono e che il resto vola via: mi sembra una bella trappola per la verità. La perdita di testimonianze, per il solo fatto che non sono diventate carta stampata, è un rischio serio, anzi, è un danno già accaduto. E le centinaia e centinaia di pagine non scritte diventeranno un pallido flatus vocis, un confuso, denigrabile, inconsistente mormorio, destinato a scomparire del tutto.
Ma qualche riga vorrei riservarla anche per Bruno Anzolin e per il suo Socrate in montagna. Lo ricordo bene il direttore didattico Bruno Anzolin, l’ho conosciuto anch’io, come direttore didattico, appunto, e ciò rende emotivamente significativo il ricordo di lui e il parlare del suo libro. Dove racconta la sua esperienza personale, dove parla della sua gente, di quel che faceva e di quello che accadeva. E’, anche questo, un memoriale, non un libro sulla Resistenza. Lo precisa l’Autore stesso in un bel PDF trovato sulla rete. Contiene una breve intervista di Marco Bolla, un sintetico profilo e alcune poesie. Nel libro, ricordi di uomini: «Turno abbassò la testa. Tacque ancora»; di tragiche amarezze: «Ancora qualche minuto d’attesa e poi due spari squarciarono il silenzio. Tutto era finito e il Comandante si congedò da noi con un imbarazzato saluto»; di drammatici temporali: «Un temporale proveniente dal Garda sostò per una buona mezz’ora sopra la valle, scatenando un’iradiddio di grandine e pioggia»; riflessioni: «Il progresso delle scienze e delle arti non aveva migliorato il costume degli uomini, veri lupi gli uni degli altri». E così via.
Dopo l’imponente rastrellamento del 1944 Anzolin abbandonò la divisione Pasubio e venne in pianura. Con la Luciano Manara di Dal Cero, l’uomo elogiato da Norberto Bobbio. Un’altra storia ancora.
Ma la memorialistica non si ferma certo qui. E’ enorme. Pare infinita. Richiederebbe una dedizione assoluta. Contiene molta umanità, però, che è la cosa più piacevole da incontrare. L’interpretazione “non violenta” della Resistenza mi pare una conquista; quel «salvare la pelle» di Piazzola assume davvero un significato profondo, umano, sincero.
E si diceva ancora: la storiografia. Volumi, autori e tesi sembrano moltiplicarsi ogni volta che ti affacci ad osservare. Non è però ridondanza ma sintomo preciso e inequivocabile del valore non solo storico ma attuale della Resistenza. E fatti, a decine, a centinaia, raccolti, ordinati, commentati. Fatiche tutte di non poco conto, scelte encomiabili, schieramenti necessari, denunce urgenti, apporti irrinunciabili, pietre miliari, punti fermi: non dovrebbe essere consentito limitare l’area di analisi, se ciò accade è solo a causa della debolezza nostra.
Però almeno il Dean dobbiamo ricordarlo. Il suo volume, Scritti e documenti della Resistenza veronese, oltre 400 pagine, ha ormai trent’anni, essendo stato pubblicato nel 1982, ma diventa ogni anno che passa sempre più prezioso. E lo è per i documenti che presenta, coevi ai fatti accaduti. Sono Diari redatti a ridosso degli avvenimenti. A scrivere sono i preti delle parrocchie, ma anche uomini di cultura e comuni cittadini. Le pagine di Vittorio Fainelli, allora Direttore della Biblioteca Civica, sono straordinarie. Le lettere e i foglietti di Luciano Ligabò (partigiano di Selva di Trissino) alla moglie sono emozionanti. Le pagine di don Antoniol, parroco a San Giovanni Ilarione, riportano tra la gente, narrano «le soperchierie e le violenze dei fascisti, le rappresaglie dei nazisti» L’Autore inquadra storicamente ogni documento e lo scandaglia con un numero rilevante di note, oggi preziosissime perché di quelle persone e di quegli avvenimenti s’è perso molto (a livello di cultura diffusa, voglio dire, perché quanto a conoscenze e pubblicazioni, come detto, siamo davvero in continuo progresso). Sono tutte pagine importanti, ma mi fa piacere, (dimostrando anche qui “scarso rigore scientifico” perché la scelta è empatica) ripassare il Taccuino di Vittorio Fainelli, le cui osservazioni, sono parole del curatore Giovanni Dean, pur scritte in fretta e in segreto «hanno il pregio dell’immediatezza». Il Taccuino inizia il 10 aprile del ’44 con una lapidaria notizia di fucilazioni, fatti che si ripetono il 12 e il 13 aprile; e poi avanti, una serie lunghissima di morti, un elenco di disperazione: deportazioni, diserzioni, retate, renitenze, rastrellamenti, esecuzioni capitali, rappresaglie, arresti, bombardamenti, torture, fermi, deportazioni, allarmi, incendi… E notizie dalla provincia: morti, case bruciate e rappresaglie a Vestenanova; l’ingegner Borghetti (e il Dean che rettifica, in nota, “dottore”, non ingegnere, giusto per sottolineare il suo gusto per la precisione: il libro non solo rimane e ciò è sufficiente per pretendere il massimo possibile della cura, ma il libro, proprio in quanto “libro”, deve tendere alla precisione massima) il dottor Borghetti, dicevo, che scende da Tregnago e riferisce di notizie drammatiche; lavori forzati in Valpolicella, fucilazioni a Cazzano di Tramigna,… E poi ci sono le notizie che arrivano da fuori, da lontano, oltre la linea gotica; sono frammentarie, imprecise, lente, ma rendono l’idea della situazione drammatica di quei mesi. Il 3 settembre arriva a Fainelli – che l’annota nel suo Taccuino – la notizia del massacro delle Ardeatine, avvenuto il 24 marzo.
Nel volume di Dean c’è anche una sezione di documenti nella quale è riportato l'Ordine di servizio n. 6/44, del 10 settembre 1944, noto come “Operazione Pauke” o “Operazione Timpano” che, iniziata il 12 settembre del 1944, ha portato allo scardinamento di tutta la Pasubio. Nelle carte dell’“Operazione Pauke” Marozin viene descritto con «sembianze di ebreo»: una vera ossessione quella dell’“ebreo” per i tedeschi!
Infine i disegni di Aura Pasa Zampieri, che riproducono il campo di concentramento di Bolzano, chiudono il volume.
Per l’area della Lessinia orientale risulta necessaria la lettura di Mario Gecchele e Delio Vicentini, Il dolore della guerra. E’ la ricostruzione più recente e mi pare anche più completa (ma se non lo fosse non capiterebbe niente: siamo davvero convinti che esista un “qualcosa” capace di garantire la completezza?) di ciò che è accaduto nelle valli ad est della provincia, a partire dalle origini, dai primi passi, da malga Campetto, là alta sopra la valle del Chiampo.
Poi c’è il racconto degli attacchi, delle imboscate, delle esecuzioni, dei rastrellamenti, degli incendi, delle vendette, della disperazione, del coraggio. E ancora c’è l’operazione Pauke, l’incendio di Montecchia, perpetrato dai nazi-fascisti, con le madri e i bambini bruciati nelle loro case, il sequestro del figlio del maggiore Di Carlo, i preti, da don Padovani a mons. Giovanni Beggiato,… Insomma sono 375 pagine dense di uomini e avvenimenti, un centinaio delle quali, poi, riportano un’antologia di Diari, utilissima per entrare nello spirito dei tempi. Un testo che non commenta e non forma, che vorrebbe fermarsi ai fatti e che proprio per questo, forse, risulta lodevole. Ma io non intendo né recensire né proferire giudizi.
Però, scusate, perché continuare con la cronaca contando le operazioni e il loro giorno e l’ora del pomeriggio in cui sono avvenute? Perché, insistere, qui, a fare riassunti a riportare spezzoni, a tentare sintesi impossibili? Tanto lo sappiamo che la chiave di volta, l’interpretazione, i meccanismi più sottili capaci di dare una pallida parvenza di spiegazione sono all’interno dell’uomo; lo sappiamo che, per quanto si insegua una fedele ricostruzione, essa non sarà mai completa, né perfettamente aderente, n’è capace di soddisfarci nel profondo, di toglierci l’amarezza di non riuscire ad abbracciare quel “tutto” che è stato la Resistenza.
Vi dicevo, infatti, all’inizio, che la massa di scritti e documenti è enorme, impossibile per il non specialista controllarla. Tanto per dirne una, non ho sin qui nemmeno citato L’Istituto Storico per la Resistenza e il suo impegno, che dura, instancabile, da decenni. Neanche provare a entrarci tanto è il materiale prodotto, l’impegno profuso, le pubblicazioni promosse. Però, visto che siamo nella rete e che con un clic si possono effettuare salti spazio-temporali, non posso non raccomandare la lettura dell’intervento del professor Maurizio Zangarini in occasione delle celebrazioni del 25 aprile del 2009. Vi sono una chiarezza concettuale e una prospettiva storica e politica tali da diventare la filigrana attraverso la quale leggere la Resistenza. Non fosse altro che per quella citazione – dalla quale prende le mosse l’intero ragionamento - di De Gasperi secondo la quale «L’Italia ha liberato se stessa dal regime fascista». Non “è stata liberata”, ma «ha liberato se stessa». E subito sotto, sempre De Gasperi, ricorda i 50.000 «patrioti caduti nella guerra partigiana». Almeno a me è parso un passaggio di grande interesse e di equilibrata argomentazione. Bene ha fatto il professor Zangarini a riprenderlo e divulgarlo. Questa è stata l’emozione che ho sentito dopo la prima e la seconda e la terza lettura. Lo si legga, lo si legga quel contributo.
Ma ritengo non si possa chiudere questo breve spiraglio sulla Resistenza in Lessinia senza richiamare altre figure, più lontane, ma che c’entrano, senza dubbio, in virtù della legge della contiguità che non inerisce solo allo spazio ma attiene, a buon diritto, anche al pensiero. Penso, per esempio, ad Antonio Giuriolo. Oltretutto è un nostro vicino di casa, essendo nato ad Arzignano, da cui ci separano solo un paio di linee collinari agevoli da percorrere anche in bicicletta. E poi perché abbiamo dedicato tanta attenzione al suo conterraneo Giuseppe Marozin, traendone peraltro poco entusiasmo. E infine perché sentiamo (sono certo che questo plurale non è solo formale) nei confronti del comandante Toni, «l’uomo dagli occhi di bambino» (l’espressione sembra essere stata coniata da Luigi Meneghello: che straordinaria rete si può mettere insieme vivendo di libri, quali strani e affascinanti percorsi ci consente il gioco della contiguità delle idee!!), una indefinibile simpatia che peraltro si precisa a mano a mano che ci s’impratichisce nella sua vita, a cominciare dalla figura del padre Pietro chiamato “l’avvocato dei poveri”. Saranno pure debolezze e, se lo sono, portate pazienza, ma lo scrivente sul suo “scarso rigore scientifico” ha dato segnale esplicito fin dall’inizio.
E’ nato nel 1912, una data lontana, lontanissima, che ci riporta ai nostri genitori o addirittura ai nonni. È morto a monte Belvedere sulla Corona, nell’Appennino tosco-emiliano il 12 dicembre 1944: «Volle tornare indietro a salvare due suoi partigiani rimasti nelle maglie dei tedeschi, morì con loro».

Lapide in ricordo di Antonio Giuriolo. Foto di Luca Tomezzoli
Devo essere grato a Luca Tomezzoli se conosco Antonio Giuriolo. E’ lui che me ne ha parlato per primo e mi ha fornito qualche indicazione biografica seguita dalla lettura delle belle pagine di Norberto Bobbio.
Parlare di Giuriolo sembra impossibile dopo che Luigi Menghello ne I piccoli maestri «aveva già scritto tutto quello che vi era da scrivere» (R. Camurri) su di lui. Però mi hanno sempre appassionato i concetti di “memoriale” e di “anamnesis”, parole misteriose, epifaniche, a partire dal loro suono, dalla combinazione di vocali e consonanti. E dunque, per non spezzare quella che ancora la Assmann chiama la «comunicazione tra generazioni» e che lei fa consistere nella condivisione generazionale di nozioni comuni, insisto ancora per qualche riga. Del resto lo stesso Bobbio ne “L’uomo e il partigiano”, dopo una iniziale titubanza («Non ne avrei parlato perché non ne sarei stato capace») ne scrive, e a lungo, e con una stima e un’ammirazione esemplari, e lo fa perché – dice - «l’offesa del silenzio» sarebbe più bruciante. Per Bobbio, Giuriolo, uomo «di schivo candore, di sobrietà di gesti, di gusto schietto», era «educatore senza cattedra» e «innamorato della cultura nel senso più largo e ricco»; riteneva che «la cultura imponeva degli obblighi, delle responsabilità, dei rischi», che «l’intellettuale doveva dare degli esempi»; era convinto della «necessità della partecipazione alla lotta politica» e che «il dovere non ha un perché, il dovere si compie per un’intima e categorica legge». E ancora: «Era un taciturno,… i lunghi discorsi gli costavano fatica,… era un uomo tranquillo» e possedeva «un severo dominio delle proprie passioni». E dunque «la sua banda fu una scuola di uomini e non di soldati», una scuola che insegnava la «suprema dignità di ogni uomo, anche del nemico».
E infine, Meneghello, con la magia di una prosa che sfonda le convenzioni e che porta dritta nella “cosa”: «Sospiravamo di soddisfazione perché era arrivato Toni, e anche nelle rocce, nel bosco, pareva che se ne vedesse il segnale».
E c’è pure, su questa stessa linea di profonda umanità, Luciano Dal Cero. «Un giovane alto, magro e diritto, dalla testa fieramente alta e le spalle tese,… con un passo agile e risoluto, con un’aria insieme indifferente e pensosa». Sono ancora di Norberto Bobbio queste parole. Si sono conosciuti in cella, dove Luciano sembrava «non prigioniero ma padrone». Come Giuriolo, ha occhi chiari. Come Giuriolo interpreta umanamente la Resistenza. Dopo averlo descritto nel suo portamento, Bobbio ne traccia il profilo psicologico: partendo dagli occhi «che guardavano nell’intimo, e un sorriso discreto, quasi pudico, che dava al volto un’espressione di mitezza contenuta e di indulgente rassegnazione… sereno anche nei momenti più duri… di temperamento calmissimo». Continua così Bobbio in queste pagine (passatemi in fotocopia ancora una volta da Luca) prese da La mia Italia: davvero è inestimabile il valore del libro che fissa per tempi lunghissimi la memoria, che ci salva dall’oblio verso il quale, invece, si rischia sempre di scivolare, lentamente, inavvertitamente.
Per la cronaca bisognerebbe aggiungere che Luciano dal Cero a quindici anni si è ammalato di tubercolosi, che è stato imprigionato agli Scalzi, che ha fondato la brigata Luciano Manara, che ha trovato la morte (qualcuno sostiene sia stato fuoco amico, non oso pensarlo!) il 29 aprile a Gambellara, che è stato insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare,… E altro ancora bisognerebbe aggiungere. Ma non importa, si voleva solo dire i partigiani hanno assunto spesso, molto spesso, le sembianze dei Giuriolo e dei Dal Cero.
Bene, chi è giunto fin qui è stato bravo davvero. Adesso però deve continuare ancora un poco, quando può, quando se la sente. E lo deve fare con le pagine di altri, scoprendole da solo, cercandole, lentamente, senza forzature, con la coscienza serena di chi si addentra in un territorio, quello della storia, che, se non fosse per timore di retorica, mi piacerebbe, almeno per quella parte che riguarda persone e sentimenti, definire sacro.
Aldo Ridolfi