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Una madrina di guerra (parte seconda).

 

Del resto in una situazione come la sua bisogna, astrarsi dalla tragica realtà fatta di battaglie e di avanzate nella steppa dove il caldo è soffocante, dove non c’è un albero, non c’è acqua, dove le strade sono piste polverose e piene di buche e se piove si resta impantanati.

Eccolo di nuovo lasciarsi andare al sogno della vittoria che si porterà a casa sulla punta delle baionette come promette il duce.

E motivi per essere ottimista ne ha perché fino a quel momento le cose sembrano messe al meglio. Non sa le drammatiche ragioni che hanno indotto Mussolini a sostituire il comandante della spedizione.

E termina romanticamente: In tale attesa abbiti i miei cari saluti baciandoti le mani, se chiudi gli occhi forse li senti.”.

 

Alla fine di quel mese la divisione Celere  si scontra con le unità sovietiche appoggiate da carri T-34, ben  cinque giorni durano gli scontri, alla fine il nemico viene cacciato dal caposaldo di Serafimovic. Ritornerà ai primi di agosto e di nuovo si combatte aspramente fino al 13 di quel mese: ci saranno 251 morti tra ufficiali, graduati e soldati.

E’ del 24 agosto la carica, l’ultima di tutte le guerre, condotta dal Savoia Cavalleria, che sgomina tre battaglioni russi a Isbuscenskji.

 

Sesta lettera

E’ datata 16 settembre/ 42/ XX

 Cara amica,

forse è il cattivo tempo che da questa notte grava la sua minaccia piovosa, preceduta fin’ora da un vento ciclonico (probabilmente intende violento) forse è lo stato d’animo che si crea dopo quattordici mesi lontano da cose lasciate, perdute nella nebbia del tempo che, formano questa stanchezza di spirito chiamata nostalgia…..Il caldo è già cosa passata (lui ormai conosce l’inverno russo), mentre in patria, nonostante la siccità il clima è sempre magnifico. Le battaglie continuano, ma chi è da tanto tempo in questa atmosfera rombante ha l’impressione di essere nel suo elemento”.

 

E’ una lettera triste e pessimista. La marcia di avvicinamento al Don si è compiuta, dal 20 agosto al primo settembre si è svolta la prima battaglia difensiva del Don.

Fabio non rinuncia a essere poeta anche nella tristezza e desolazione che un mese di atroci battaglie gli hanno messo dentro. Lettere da Maria non ne sono più arrivate e lui cerca di consolarsi pensando alla distanza che deve percorrere la posta per arrivare fino a dove si trova, molti altri sono nelle sue condizioni anche perché adesso gli italiani sono molto cresciuti di numero e la posta deve arrivare con i camion militari su piste che non sono strade. Bruscamente la calligrafia cambia e il malumore cresce:

Veramente parlando sempre di una cosa mi stanco e debbo per forza cambiare argomento anche col più futile.

Solitamente ogni giorno si pensa se sarà vicino quello che sarà la nostra levata del tacco da questa terra (parlando in gergo militare)“.

 

A questo punto non se la sente più di parlare di vittoria sulla punta della baionetta e si lascia andare ad una confidenza pessimistica riuscendo ad aggirare anche la censura:

Secondo le chiacchiere, che qui si espandono con un crescendo spaventoso: aizzano alla speranza, ma, come ogni veleno ha il suo balsamo, ovverossia, per meglio precisare: ogni cosa ha il suo punto mortale, vi è sempre la controchiacchiera, cioè colei che ti butta a terra e disillude, comunque lascio il compiersi del fato, preparato a ogni evenienza.

In attesa del dì che sarà o che dovrebbe essere, abbiti tanti cari saluti."

 

Più di così non può dire, ma è chiaro che ormai ha capito come finiranno le cose per lui e gli altri e non ha neppure più voglia di baciare punta di dita o mani delicate.

 

Settima lettera

E’ datata 20/9/42/  XX

Questa lettera viene spedita ad appena quattro giorni dalla precedente. Questo fa pensare che sia la risposta a una spedita dopo tanto tempo da Maria che deve essersi ammalata piuttosto gravemente e presto finirà in Ospedale.

... sono proprio molto lontano dalla madre Patria, e chissà ancora per quanto tempo. Non dare orecchio a certe chiacchiere, possono essere vere come possono essere false, è facile che si passi un altro freddo quassù. Ormai lo conosco e so come prevenirlo, certo che non è molto incoraggiante per me che lo so già, come è e come è lungo.

  

Ormai Fabio non la vede più così vicina la vittoria. Come sempre cerca di consolarsi pensando che tutto passa e che in futuro queste amare esperienze potrà ripensarle con la serenità di un brutto periodo ormai passato.

 

Ma tutto passa, passa il tempo, come passano i dolori e le gioie lasciando poi nell’animo un senso di stanchezza e di rimpianto. Certo che non sarà mica con rimpianto che penserò un giorno quando rimesterò nel passato, nella pentola dei ricordi, bensì sarà con un senso di sollievo come fossi uscito da un incubo”.

 

Maria che non si rende bene conto dell’inferno in cui lui si trova gli ha raccontato di essere malata. E Fabio risponde che lei presto sarà di nuovo con le sue amiche a parlare delle solite cose, come si usa tra i giovani mentre lui che una volta odiava questo perdere il tempo adesso ne ha un rimpianto infinito. In un paese lontano con il freddo che sta facendosi sempre più acuto sente la nostalgia delle sciocchezze e dei passatempi di una volta, dei balli che però a lungo andare stancano, almeno quello che lui sta ballando ormai da quattordici mesi, “non è un valzer, non è un tango, è molto pesante e non consigliato alle donne."

 

   

 

A questo punto si lascia andare a parlare del suo lavoro: Sono ancora alzato e sono le ore 2 di notte”. Si trova in un osservatorio privilegiato, le trasmissioni,  per questo, più di tanti altri, può rendersi conto della situazione che presto precipiterà.

 

Ottava lettera

E’ datata 22/10/42/ XX

Maria è stata così malata che la corrispondenza l’ha tenuta la sorella e Fabio esprime la sua preoccupazione ma spera che il peggio sia passato.

Ha una bellissima notizia da dare:

"In questi giorni sono felicie perché fra poco tempo rientro in patria…. Addio o Russia crudele, mi spiace non lasciarmela dietro vinta e disfatta ma altri continueranno le battaglie come noi le abbiamo sin qui condotte. Ora è il riposo, vedrò i miei cari e tutti coloro che mi conoscono e mi hanno incoraggiato fino ad oggi per sedici mesi, sarò insomma fra la gente che parla la mia stessa lingua, mi sembra un sogno eppure è la verità. Dopo la tempesta torna a splendere il sole, più giovane e benefico che mai, questo è per il tuo caso attuale, tutto tornerà come un tempo avendo fiducia nella propria stella, da essa si trae forza e coraggio per un migliore domani che sarà immancabile che deve essere,  altrimenti l’evoluzione dei tempi cambierebbe il giro del sistema planetario.

 

E purtroppo questo avverrà tra poco più di un mese. La lettera si conclude con una frase che non ha mai usata: "Buona fortuna.".

 

 

Fabio non tornerà dalla Russia e di lui non si avranno più notizie. ([4])

 



 

[4] Al termine degli spostamenti strategici l’ottava armata nel medio Don era così stanziata: a nord la seconda armata ungherese, subito sotto la Tridentina, poi la Julia, la Cuneense, di seguito la Cosseria, la Ravenna, poi l’ottava divisione tedesca, poi la Pasubio, la Torino, la Celere, la terza armata romena.

L’11 dicembre iniziò l’offensiva russa con l’operazione chiamata “Piccolo Saturno”. L’obiettivo era sfondare il centro dello schieramento italo-tedesco e quindi l’attacco fu rivolto contro la divisione Ravenna e successivamente il giorno dopo contro la Cosseria. Il 21 la divisione Torino cominciò a ripiegare assieme a elementi della Cosseria e della Ravenna precedute dalla 298 divisione tedesca. Durante la marcia subirono diversi attacchi dalle forze russe ma, finalmente, il 16 gennaio entrarono in Belowodsk dove si era riorganizzata la nuova linea.

Storia analoga ebbero la Celere e la Sforzesca che dopo un forte resistenza furono costrette a iniziare la ritirata per il cedimento del Corpo d’armata romeno.

Il 28 dicembre raggiunsero Nadeshovka dove si trovava la nuova linea.

Più drammatica fu la sorte delle tre divisioni alpine. Infatti fino al 17 gennaio, quando arrivò l’ordine  di ripiegare, erano rimaste a presidiare la riva del Don e quindi le forze dell’armata rossa che le avevano sopravanzate con una conversione le chiusero in un’enorme trappola. I superstiti, con pochi mezzi e mal equipaggiati si misero in marcia a piedi con un clima proibitivo. Lottando contro le forze motorizzate dei russi che li attaccavano continuamente percorsero 150 chilometri tra infinite difficoltà. Episodio simbolo di quella marcia fu la presa di Nikolajewka. Il 31 gennaio i superstiti della colonna uscirono dalla sacca e raggiunsero Shebekino. L’ottava armata era composta di 229.005 militari, i feriti e i congelati furono complessivamente 29.690. I superstiti furono 114.485. Degli 84.830 mancanti,  dai campi di prigionia ne ritornarono 10.030.

             

 

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