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Una madrina di guerra.

 

a cura di A. Solati 

 

E’ una storia minima, questa.

Minima perché il materiale che ho è scarso: otto lettere inviate dal fronte russo e mancano quelle di lei che sono  andate perdute assieme al soldato a cui erano state mandate.

Minima perché di grossi avvenimenti non ce ne sono: la censura sorvegliava con attenzione e non avrebbe lasciato passare certi discorsi. Non sappiamo neppure da dove esse siano state inviate anche se lo si può supporre.

Eppure, analizzando con attenzione quello che lui scrive, ne esce un racconto che mi sembra bello, pieno di poesia ed emozione.

 

Madrina di guerra è una ragazza che chiameremo Maria.

 

Ma cos’era una madrina di guerra? Si trattava di una istituzione del primo conflitto mondiale. Avevano cominciato le signorine della buona società che confortavano con lettere e pacchi i soldati, più spesso gli ufficiali, che si trovavano al fronte. A volte, anzi molto spesso, i due non si conoscevano, erano stati messi in contatto epistolare nei modi più svariati. La corrispondenza tra la ragazza e il militare serviva a non farlo sentire troppo solo e a confortarlo nei momenti peggiori. Al ritorno i due potevano anche sposarsi, più spesso restavano soltanto amici, oppure non si  incontravano mai e tutto finiva in niente.

 

Maria a quell’epoca, siamo nel ’42, non ha ancora vent’anni. E’ una bella ragazza: alta, ben fatta, con folti e lunghi capelli biondi. Non ha studiato, perché proviene da una famiglia povera, per ulteriore disgrazia suo padre è stato un socialista convinto, finito spesso in carcere per le sue idee e morto giovane. Lei ricorda di aver accompagnato la madre incinta della sorella più piccola in caserma dai carabinieri che volevano sapere dove era nascosto l’uomo e di averla sentita dichiarare. “No so gnente, se no’ me credì tegnème rento”.

 

E’ intelligente, piena di iniziative, come questa di accettare di far corrispondenza con uno sconosciuto che si trova in Russia.

 

Naturalmente in  paese c’è uno con cui “discorre”.  A quei tempi chi alla sua età  non lo  ha può considerarsi ormai zitella.

 

Ma è lontano, in Albania, se ne hanno scarse notizie non solo perché il posto è quasi dimenticato da Dio, ma anche perché lui scrive di rado: è di poche parole, piuttosto semplice. E’ più vecchio di lei, è nato nel 1912. Non è ben chiaro per quale motivo due persone così diverse si siano messe insieme, probabilmente le due famiglie sono amiche perché hanno le stesse idee politiche. In un paese ormai fascistizzato ci si tiene a mantenere questi legami che aiutano a non sentirsi troppo diversi. C’è addirittura una piazza, il Camillion, dove gli abitanti sono tutti, chi più, chi meno, “poco simpatizzanti” per il fascismo.

 

Forse questo amico nuovo le darà qualcosa che l’altro non è capace di esprimere.

 

Lui si chiama Fabio è nato nel 1920 alle “basse” della provincia di Verona, dove vive tutt’ora (sic) la sua famiglia.

 

Visto il tono spesso romantico delle lettere che ce lo mostra sensibile e delicato,  ma con diversi errori di ortografia, non deve aver fatto una scuola classica. A suo modo è anche spiritoso, spiritoso come si può essere dopo tre anni di servizio militare quasi sempre lontano da casa.

E’ un addetto alle trasmissioni della divisione Celere, la 3°.

L’anno precedente, venendo in licenza, si è fermato a San Martino con un commilitone che ha la morosa in paese, morosa che è amica di Maria. E’ l’amico che gli procura l’indirizzo della ragazza.

 

Le lettere arrivano tutte con i trasporti militari, da una zona che non è dato conoscere ma in cui non è necessario il francobollo e sono state tutte aperte, vistate dalla censura e richiuse con una striscietta incollata. Il regime ne ha di tempo da perdere in quel periodo tragico. In Italia non deve filtrare nessuna notizia della situazione disastrosa dell’esercito: divise inadatte alla temperatura russa, gelida d’inverno, torrida d’estate, e soprattutto armamenti per gran parte risalenti alla prima guerra mondiale, mezzi di trasporto scarsi, poca benzina. Il confronto con gli alleati tedeschi è umiliante.

 

Prima lettera

La storia comincia con una lettera di lui datata 6/5/42/ XX sottolineato (ventesimo anno dell’era fascista) da un luogo che, come ho detto, non si sa. Ma che oggi possiamo storicamente individuare.

   

 

Fabio, che fin quasi alla fine sembrerà un fascista ben indottrinato, da del voi a Maria. La lettera è scritta con una notevole spaziatura perché lui non sa bene cosa dire e quindi fa lo spiritoso e: “Prendo l’ardire con una mano (poiché con l’altra sto scrivendo….”.  Poi si lascia andare a un discorso che vuole essere poetico: “Lancerei sulle ali del vento che da qui transita diretto in volo verso la bella Italia, un bacio, perché possa essere colto da qualcuna delle sue giovani abitanti. Debbo ritirare tali parole?

 

Frasi fatte, si potrà pensare, ma a quei tempi la prosa era ancora dannunziana e questo era il modo di esprimersi dei giovani che volevano essere audaci.

 

Seconda lettera.

La seconda lettera, spedita il 30/5/42/XX, inizia: “E’ con vero piacere che oggi ho ricevuto la vostra lettera….”.

 

E’ quasi passato un mese, probabilmente tutto questo tempo è dovuto alla pigrizia di Maria che forse si è accorta di essersi messa in un impiccio e non si sente di portarlo avanti. Si capisce che ha chiesto al ragazzo di raccontare qualcosa del suo aspetto e del suo carattere. Lui si descrive così: “mi allungai fino a questo momento fino a un metro e settantacique, le mie gambe portano un peso di settantacinque chili. E’ naturale ch’io non sia né sciancato né gobbo altrimenti non sarei attualmente sotto alle armi e per giunta in Russia a passare quarantatre gradi di freddo!…non so se mi spiego. Ma la pelle e quello che ci sta dentro sono sani, e così spero di tirare avanti fino alla fine.

 

Un ragazzo abbastanza alto e atletico per quei tempi.

 

Quanto alla temperatura la Russia, ma in generale tutta l’Europa, negli inverni dal ’42 al ’45 ebbe temperature rigidissime che toccarono per lungo tempo i –40°,e più tardi trasformarono la ritirata dell’ARMIR (Armata Militare Italiana in Russia) in una tragedia immane.

Fabio è arrivato in Russia con il primo contingente italiano che formava i CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) partito da Verona a mezzanotte del dieci luglio 1941. Ne facevano parte le divisioni: Pasubio, Torino e Celere ( [1] ), il corpo a cui lui apparteneva. Caricati su 216 treni, dopo 27 giorni di viaggio, il 5 agosto, erano stati scaricati nella Moldavia romena a nord-ovest di Jassy, a 280 chilometri dalla meta. L’11 agosto primo scontro con l’armata rossa che vedeva impegnata la Pasubio, e i reparti aerei, il 27 settembre si era svolta la battaglia di Petrikova, durata otto giorni. Il 2 ottobre la Celere e la Pasubio avevano attraversato il fiume Dnieper: era cominciato a nevicare e le piste russe si erano trasformate in un pantano (vedi nella sez. "Protagonisti": Bonetti Primillo,  Grezzana Silvino). L’11 ottobre l’esercito italiano era a Pavlograd. Il 22 si era svolta la battaglia di Gorlokowa e Rikovo. Tra il 25 e il 30 dicembre l’Armata Rossa aveva sferrato un violento attacco (battaglia di Natale) ma alla fine l’esercito italiano era riuscito a riguadagnare la posizione e contrattaccare.

 

Durante l’inverno ’41-’42 i due eserciti non hanno avuto scontri di particolare violenza mentre si è intensificata la guerriglia partigiana.

Proseguendo la sua lettera Fabio descrive un lato del suo carattere: ”Un tempo ero irascibile, forse lo sono tutt’ora ma credo che con questa vita di esser guarito almeno in parte.

 

Una frase che la dice lunga sulle esperienze che ha dovuto fare in tre anni di vita militare.

Non conoscendo bene la sua corrispondente, e temendo di essersi confidato troppo, si scusa: “Forse vi sembrerò un po’ originale, non fateci caso, ogni uno ha un suo carattere proprio.

 

 Chiude parlando dell’amico che li ha fatti conoscere, attualmente è in ospedale, probabilmente nelle retrovie, e certamente presto sarà rimpatriato in Italia (Beato lui!).

 

Terza lettera.

La lettera porta la data 27/6/42/XX, circa un mese dopo la precedente. Maria deve essersi descritta anche lei perché Fabio è soddisfatto della loro strana presentazione.

Non si può dire di aver fatto un passo avanti nella nostra conoscenza, ma tutto sta ad incominciare, fatto il primo scalino non si esita a superare i successivi.

Poi aggiunge: “Secondo i grafologi, ci si può conoscere a distanze più o meno enormi, con i segni neri impressi su sostanze bianche, per mezzo dei quali i mortali, svelano i loro affanni e la loro gioia….

Povero ragazzo la sua calligrafia è quanto di più controverso si possa immaginare e rivela una persona profondamente turbata perché le lettere sono a volte verticali, a volte inclinate, il segno pesante o leggerissimo, la spaziatura poco ordinata.

Maria deve avergli chiesto maliziosamente come sono le ragazze russe e se da quelle parti qualcuna lo ha colpito particolarmente.

E lui: “Per quanto mi sforzi di trovare qualche rassomiglianza fra la donna russa e quella della mia terra, non riesco nel mio intento. Non vedo corpi flessuosi come un giunco, dal lesto incedere di gazzella, ma tozze e maschili sono le forme, prettamente asiatiche.

 

Evidentemente le gazzelle italiane sono nei suoi sogni ad occhi aperti e le matrioske russe le ha sotto gli occhi. Ma le italiane saranno davvero tutte gazzelle? E le russe saranno davvero tutte matrioske?

 

Poi si lancia in un discorso di puro maschilismo: “Ragazze italiane, un po’ di pazienza ancora, sbrighiamo qualche faccienda, saldiamo i conti sulle steppe e sui deserti, e siamo da voi.

Purtroppo le “facciende” non si sbrigheranno affatto, la convinzione di piegare facilmente la schiena al nemico presto avrà una amara conclusione. Ma era con quell’illusione che i nostri soldati, figli del ventennio, erano partiti per i vari fronti.

In questo nostro vecchio mondo, tutto ha un termine, nulla è perenne. Le strade s’incrociano, le montagne stanno ferme e gli uomini camminano e il nostro amico sarà già in Italia”.

Questa lettera piuttosto audace termina con una grafia abbastanza disordinata e con pensieri altrettanto audaci:

Sta nel mio carattere di…bruciare le tappe; perciò mi spingo in avanti e vi bacio sulla punta delle dita, un po’ alla volta.

Saluti affettuosi e tutto il resto.

 

Vi bacio la punta delle dita, un po’ alla volta…” così si esprimono gli scrittori dei romanzi d’amore di quei tempi: rispetto, ma sottintesi che dovrebbero essere eccitanti come quel “e tutto il resto.

 

Quarta lettera

Datata  6/7/42/XX arriva solo dieci giorni dopo la precedente. Fabio ormai è lanciato verso la confidenza con la sua corrispondente.

Dopo aver sempre iniziato con un: Cara Signorina, questa volta comincia con un : “Mia cara amica….sembrami giunto il tempo di lasciare a parte le convenzioni imbarazzanti e altre simili teorie antiquate. Non siate imbarazzata per le mie espressioni, ve ne prego, in quanto alla vena poetica lasciamola perdere, vero è che amo tutte le cose belle e rincarerei su quanto dico se conoscessi le vostre sembianze….

 

Maria deve essere stata turbata dalle espressioni della lettera precedente, non dimentichiamo che, anche se è lontano, un fidanzato povero di parole ce l’ha, e questa relazione epistolare comincia a scivolare nel sentimentale. Allora con il buon senso della ragazza onesta deve avergli raccomandato di non lasciarsi andare a fare il poeta, ma lui non si lascia smontare e rincara la dose.

Poi si lancia nel solito discorso retorico di quei tempi:

Brave ragazze! I legionari d’Italia vogliono l’incitamento delle donne della loro terra per sempre più proseguire sereni verso quel duro compito che presto avrà un epilogo.

 

E’ un fraseggio che ricorda tanti discorsi del duce e noi sappiamo purtroppo l’epilogo che tra pochi mesi avrà ilduro compito.

 

In quel momento però il morale del CSIR deve essere alle stelle perché si è diffusa la notizia che prestissimo arriveranno in Russia ben tre battaglioni di Alpini (Cuneense, Tridentina, Julia) e altri rinforzi. Si sa che gli alpini sono una garanzia di vittoria perché presto giungerà la neve e saranno nel loro elemento naturale.( [2] ) Il CSIR si è trasformato in ARMIR. Il Generale Giovanni Messe, pessimista sulle operazioni in Russia e per questo inviso a Mussolini, viene sostituito dal Generale Italo Gariboldi.

Nell’euforia Fabio si lascia andare alla sua natura poetica e ci descrive un’estate da sussidiario scolastico.

 

 

occhi e bocche maliose… parole delle canzoni di quei tempi in doloroso contrasto con “gli orrori della guerra e di tutto ciò che genera la battaglia….” Quante volte ha già visto la morte questo ragazzo così sensibile e pieno di poesia.

 

 

Trascinato dall’entusiasmo, e con un pizzico di audacia, aggiunge:

Dirai che sono un po’ troppo chiacchierone vero? Oh scusate nella foga di scrivere vi do anche del tu…non ti dispiacerà vero? Dato che prima o poi ce lo daremo davvero lo stesso, tanto vale incominciare subito non ti sembra giusto Maria?

 

E turbato lo è davvero, e lo si vede dalla grafia disordinata e inclinata che usa e lo si percepisce dalla gioia con cui chiama per nome per la prima volta la ragazza.

 

Questa volta, per non forzare troppo la mano, niente baci sulla punta delle dita, una per una, ma ….una virile stretta di mano.

 

Quinta lettera.

E’ datata 21/7/42/ XX

Mia cara Maria, così comincia la lettera.

Dalla precedente sono passate due settimane e la divisione Celere, assieme alle altre, si è mossa superando il ricco bacino del Donez  avvicinandosi al Don. La strada percorsa nella steppa è stata “un’enormità di chilometri e mi è stato praticamente impossibile prendere la penna e isolarmi dal resto del mondo per qualche ora”.

Maria, che ha accettato volentieri il tu confidenziale, ha chiesto una fotografia. Fabio che non è vanesio ne ha poche e sono tutte in Italia. Del resto in Russia i fotografi, anche da strapazzo, sono rari come le mosche bianche perché manca tutto dalla pellicola per i negativi alla carta per stamparle. Presto comunque spera di tornare in Italia e verrà di persona a San Martino. L’idea del proprio paese lo induce a lasciarsi andare al suo temperamento poetico:

Credo bene che l’Italia sia sempre bella e ridente. Cambiano le cose e gli uomini, secondo la legge della natura alla quale non ci si può sottrarre, ma la terra che ci genera, il cielo che li fa vivere non cambiano mai. Passano le ore e i giorni nella clessidra del tempo, tramonta il sole per risorgere in nuove albe iniziatrici di altri giorni al seguito dei quali, sorgerà quello nel quale si effettuerà l’inno patriottico di Roma.( [3] ) Tornano alla sua casa i reggimenti e sorge il sole. Veramente mi lascio andare troppo dalla fantasia.”

 



[1] La Divisione Celere era composta dalla I, II, III, Principe Amedeo Duca d’Aosta, il 3° reggimento bersaglieri ciclisti, il reggimento Savoia cavalleria e Lancieri di Novara, un  reggimento artiglieria a cavallo e a traino, carri veloci Fiat Ansaldo L33. Carri veloci e traino meccanico, sono più sulla carta che nella realtà. Nel ‘40/’41 le tre divisioni avevano operato in Croazia. La 3° è la più sfortunata delle tre perché è quella che finirà in Russia.

   

[2] L’ottava armata, che prenderà il nome di ARMIR, venne costituita il 1 maggio 1942. Al suo organico oltre ai corpi già presenti in Russia appartenevano le divisioni Sforzesca, l’ultima che arrivò e dove cedette il fronte, Ravenna, Cosseria, il raggruppamento CC.NN. “23 Marzo” con i gruppi Leonessa e Valle Scrivia  e le divisioni Julia, Cuneense e Tridentina che costituivano il corpo d’armata alpino inizialmente destinato a operare sulle montagne del Caucaso. I tre battaglioni alpini percorsero a piedi i 400 chilometri che li separavano dal corso del Don dove alla fine erano stati destinati.

 

[3] L’inno a Roma aveva origine latina infatti era stato composto da Orazio nel 17 a.c. per i Ludi Seculares voluti dall’imperatore Cesare Ottaviano Augusto per celebrare la fine della guerra civile con la sconfitta di Marco Antonio e Cleopatra. Poesia di occasione, non particolarmente ispirata aveva il suo punto migliore nella terza strofa:

                                                            

Alme sol, curru nitido diem qui

Promis et celas alius et idem

Nasceris, possis nihil urbe Roma

Visere maius.

 

Fu tradotto agli inizi del ‘900 da Fausto Salvatori e musicato nel 1919 da Giacomo Puccini. Esso nasceva da una motivazione storica che accostava il periodo di pace intervenuto a Roma dopo le guerre civili, alla sperata pace dopo la carneficina della I guerra mondiale (!914-1918)

Però pur essendo stato composto per questa motivazione, il fascismo se ne appropriò e in ogni manifestazione ufficiale del regime si eseguivano la Marcia Reale in onore della monarchia, l’inno fascista Giovinezza, e, appunto, l’inno a Roma.

 

 

Roma divina, a Te sul Campidoglio
dove eterno verdeggia il sacro alloro,
a Te, nostra fortezza e nostro orgoglio,
               ascende il coro.
Salve, Dea Roma! Ti sfavilla in fronte
il Sol che nasce sulla nuova storia;
fulgida in arme – all’ultimo orizzonte
               sta la Vittoria.
Sole che sorgi libero e giocondo
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
               maggior di Roma.
Per tutto il cielo è un volo di bandiere
e la pace del mondo oggi è latina;
il tricolore canta sul cantiere,
               su l’officina.
Madre che doni ai popoli la legge
eterna e pura come il Sol che nasce
benedici l’aratro antico e il gregge
               folto che pasce.
Sole che sorgi ecc.
Benedici il riposo e la fatica
che si rinnova per virtù d’amore,
la giovinezza florida e l’antica
               età che muore.
Madre di uomini e di lanosi armenti,
d’opere schiette e di pensose scuole,
tornano alle tue case i reggimenti
               e sorge il Sole…
Sole che sorgi ecc..

   

   continua