di Piero Piazzola
Partigiani .... caduti dopo la liberazione
25 aprile! Giorno della liberazione. Lo festeggiammo anche noi, come da per tutto, col suono a distesa delle campane, con gli spari dei nostri mitra, con altre “scemenze” da ventenni che adesso mi fanno sorridere e anche un po’ arrossire. Ma era la fine della guerra e qualche stupidata si poteva anche commetterla. Troppa la contentezza! Eravamo ritornati proprio quel giorno al nostro paese da una missione nelle valli del Chiampo e dell’ Altissimo, finita bene per quasi tutti noi, non certo per Attilio che rimase ferito a un gamba e il Comando di Brigata aveva disposto che si tornasse a casa per qualche giorno di relax, in attesa di un richiamo per rientrare eventualmente in azione.
Non facemmo neppure in tempo a rimetterci in ordine, a misura d’uomo e a riordinare le idee, che improvvisamente arriva una disposizione perentoria da parte del Comando di Brigata di tornare immediatamente in quel di Arzignano, armati di tutto punto, e di dirigersi verso la località Guaina, suoi monti di Montorso. Partiamo, tutti e a piedi ovviamente — non avevamo mezzi di trasporto noi, poveri partigiani —, ci dirigiamo verso la zona di Montorso, non prima di esserci fermati un istante ad Arzignano dove il comando aveva organizzato la spedizione … punitiva. Cos’era successo?
Erano già trascorse quattro buone giornate dalla fine della cosiddetta “Guerra”, così almeno si diceva e così almeno credevamo e speravamo tutti.
Di guerra, invece, ce n’era ancora e per qualcuno di noi essa non terminerà
più; per due nostri compagni non ci sarà più la Liberazione, non ci sarà mai
la Pace, non ci sarà più il rientro in famiglia.
Alla Guaina c’era una bella villa, isolata, circondata da un terrapieno e da
una siepe. Là dentro un gruppo di “SS”, armati fino ai denti, con fucili di
precisione, decisi a vender cara la pelle, aveva stabilito provvisoriamente la
propria residenza senza il regolare permesso…dell’autorità. Ti viene da
ridere? Anche a noi sfuggì un sorrisino sotto i baffi, quel pomeriggio, perché
pensavamo che quei quattro disperati, a nostro parere, avevano sbagliato
indirizzo a insediarsi lassù, sulla dorsale di una montagna che non aveva
comunicazioni agevoli verso nord; perché, al contrario, le vie più comode
verso la madrepatria passavano per le valli, non attraverso i monti, che,
insomma, come si dice: avevano fatto male i conti, che li avevano fatti senza
l’oste. In questo caso l’oste dovevano essere i partigiani. Invece, altro
che conti! Li avevano fatti bene, ma solo fino al momento di pagare lo scotto.
Andiamo
con ordine. A metà strada tra Arzignano e Montorso, si stacca una strada che
conduce alla Guaina appunto. A me, a Luciano, il mio compagno di
“imboscamento” dell’inverno passato, se si può dire così, e a
Costantino, viene affidato il compito di un rigido piantonamento della strada di
accesso alla Guaina; tutti gli altri, una cinquantina di partigiani dei
distaccamenti di Campofontana e di altre località, s’incamminano con tutte le
cautele verso la postazione dei tedeschi. Dopo un paio d’ore di snervante
attesa da parte di tutti noi, di noi tre in particolare, che non potevamo né
vedere né sentire cosa stava succedendo lassù sulla collina, attesa che,
probabilmente, si può solo addebitare ai movimenti di avvicinamento e di
accerchiamento della villa-bunker, sentimmo due fucilate secche, agghiaccianti,
distaccate l’una dall’altra di qualche minuto, e poi un silenzio
incredibile, pure quello di qualche minuto. Non un grido, non un segno di
smarrimento, non un indizio di disgrazia per il momento, perché tra noi tre e i
reparti operanti c’era una montagna di mezzo con tutte le sue componenti
orografiche e naturali.
Poi, di lì a qualche momento, una rabbiosa sparatoria, urla altissime di smarrimento e insieme di trionfo. Poi passano in fretta e furia, nel silenzio più ossessionante, due barelle, confezionate alla spicciolata sul posto con rami di albero e frasche di un verde lussureggiante che contrastava maledettamente con le vittime che vi erano adagiate sopra.
Seguono gruppi di partigiani che accompagnano i due malcapitati dalla sorte, e
quasi subito dopo una trentina di “SS”, con le braccia legate dietro la
schiena, disgustosi da vedersi, e altri partigiani che li sorvegliano.
Tutto
era finito così; ma intanto i nostri due compaesani, Marcello e Gregorio, erano
passati nell’al di là senza salutarci, senza incaricare qualcuno di salutare
le famiglie, senza mostrare un sorriso di compiacimento per quello che avevano
fatto, per quello che avevano contribuito a fare. Colpiti da una pallottola, di
quei fucili di precisione, qui sulla fronte, appena sopra gli occhi: s’erano
alzati sull’argine, su quel terrapieno che abbiamo citato dianzi, solo quel
tanto da poter prendere la mira. Una pallottola gli ha bloccato il dito sul
grilletto, a tutti e due. Poi i funerali, poi la memoria, poi il
saluto di noi tutti.
E quelli delle “SS”? Furono portati in prigione ad Arzignano e andammo a guardare anche noi le loro facce.
Là
dietro le sbarre, i loro occhi erano molto più buoni. Le loro labbra si
atteggiavano a un sorriso. Troppo tardi forse. Non so che fine abbiano fatto. A
me è bastato poter intravedere nei loro sguardi un invito all’indulgenza e
forse alla generosità.
Dopo un paio di giorni tornammo ancora in Val del Chiampo e questa volta proprio
a Chiampo e dintorni, perché ci era stato segnalato il passaggio di una
ennesima colonna di tedeschi che tentavano il rientro in Germania passando lungo
la vallata, diretti a Crespadoro, Campodalbero, Monte Marana e Recoaro.
Marciavano a gruppetti. Tattica sbagliata, adesso che ci penso e a cose fatte;
ma allora forse era la scelta migliore per tentar di sfuggire al controllo e ai
punti di controllo. Chissà perché avevano scelto questo strano modo di
fuggire. Ritenevo che sarebbero stati molto più sicuri se avessero fatto
quadrato, un po’ come avevano fatto qualche giorno prima quelli delle “SS”
con le amare conseguenze che avevano provocato. Subito dopo capimmo la ragione
di quel contegno che non aveva nulla a che fare con la strategia. Avevano gli
zaini pieni di soldi italiani; di quelle carte da mille lire che molti
ricorderanno ancora. A chili. Avevano gettato le armi nei fossi, si erano tenuti
una pistola, ma avevano fatto bottino.
Io e Costantino — che poi sarebbe diventato mio cognato — fummo i primi ad
accorgerci che qualcosa non andava per il verso giusto, che essi avevano
escogitato qualche imbroglio per farla franca. Ne fermammo quattro che alzarono
puntualmente le mani, come agnellini, ci consegnarono le pistole e finsero di
rimettersi a camminare. Noi avevamo l’ordine di disarmare solamente.
Costantino, fiutando un comportamento ambiguo, provò ad alzare uno zaino ad uno
di loro. Leggerissimo; troppo leggero rispetto al peso del bagaglio di un
soldato e di un soldato che scappa e che tenta di arrivare a casa. Lo aperse e
vi trovò il malloppo.
Fu una fregatura per quei quattro e per altri che vennero dopo di loro. Non so
quanti sono stati fermati, ma più tardi il comandante della brigata ci confessò
che erano stati recuperati parecchi milioni e che essi sarebbero serviti a
pagare alcune spese del battaglione e a riparare alcuni danni. A ogni partigiano
che aveva sequestrato uno di quegli zaini-cassaforte regalò cinquecento lire.
Era una bella somma allora. Il valore di quelle “carte da mille”, però, durò
ben poco, soppiantato dalle “Amlire”, la moneta americana.