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IL NASCERE

 

Di Eddo Foroni.

 

Nascevano sotto i cavoli, i bambini, o era la cicogna che li portava alle mamme? Questo era un assillo nella nostra giovane età. Più tardi le bimbe assicuravano che si nasceva dall’ombelico della mamma e i discorsi non andavano più il là. Verso i 12 o 13 anni, specie le femminucce, si riunivano in crocchio a parlar sottovoce con molto pudore e fantasticavano su quanto “di più sicuro” avevano appreso da altre di età un po’ più matura.

A questo punto cominciava l’“osé” e cioè, avendo capito, anche le più ingenue, che in qualche modo i maschi erano coinvolti, con quali modalità essi potevano contribuire???? La fantasia si sbrigliava: qualcuna parlava di una qualche siringa in possesso del lui ma…..

 

 E’ assodato però che si nasce in tutt’altro modo, sia chiaro !!

 

Quello che mi ha sempre dato da pensare è come avranno fatto a partorire le donne dei tempi passati ad esempio quelle dell’età primordiale della pietra. Chissà quale mortalità femminile a causa del parto, tenuto conto che forse l’età media di sopravvivenza sarà stata  intorno ai trenta anni per le malattie e la difficoltà di procurarsi il cibo e per la ferocia delle fiere che si dovevano cacciare. Però considero anche che tuttora nei paesi “non civilizzati”, le donne partoriscono come tutte le femmine dei mammiferi: con una accettabile velocità, i “casi clinici” sono pochissimi e allora si risolvono purtroppo non troppo bene.

 

Un altro interrogativo che mi ero sempre posto era quello  che, mentre nel Presepe si vede solamente il Bambinello e San Giuseppe con Maria, in molte icone si raffigura la nascita di Gesù sia con i personaggi principali, che con molte altre donne che si danno tutte da far intorno alla puerpera, con tanto di catini per l’acqua e addette alla fasciatura del neonato.

Una volta, specie in campagna e in montagna, la nascita di un bambino veniva risolta senza interventi di estranei: cosa aveva, in fondo, una donna di diverso da un qualsiasi animale della corte?

 

La suocera, le cognate che avevano esperienza, sapevano cosa si doveva fare, per non parlare delle sventurate che lavorando nei campi fino all’ultimo minuto tornavano a casa magari col bambino già nato.

 

Chi aveva qualche possibilità in più si rivolgeva alla comare o in lingua “la levatrice”, ora l’ostetrica, che di solito era attempata, non sposata come la mia, che era zitella e zoppa.

 

    La levatrice sapeva tutto del suo lavoro perché aveva “la passione del mestiere” e una conoscenza maturata da mille esperienze. Seguiva la puerpera per molto tempo dopo il parto e non era…cara, anche perché c’era poco da spillare alla povera gente.  Aveva anche altre conoscenze che sapevano di riti da strega a cui si ricorreva in situazioni “particolari”. In questo caso la sua professionalità che era “empirica” poteva provocare la morte della sua cliente (c’erano ricette da far accapponare la pelle!!!).

 

Per questo motivo, per quanto stimata,essa era circondata da un clima di imbarazzo e timore.  Si nasceva in casa. Per una famiglia italiana media andare a partorire in Maternità era quasi un capriccio.

C‘era un gran trambusto di pentole e catini di acqua calda, ed ai fratellini, che ingenuamente chiedevano spiegazioni, si diceva che: ”la comare la porta un butin ala mama”, oppure di andare fuori di casa a ”tenderghe ala cicogna che stava arrivando. Chi la vedeva per primo …. In città questa storia era creduta, in campagna naturalmente molto meno.

Però qualche volta succedeva la tragedia: la cosa non andava per il verso giusto e allora si doveva far intervenire il dottore e qualche parto mortale per la madre non era raro.

Se non era in pericolo di vita, il bambino veniva battezzato dopo otto giorni dalla nascita. Erano presenti i padrini e tutti i parenti, non la madre.

 

I padrini non dovevano essere né sposati, né fidanzati tra di loro perché il loro ruolo li legava come uno strettissimo legame di sangue per cui la loro unione sarebbe stata una specie di incesto!!!

 

La madre, se non era una poveraccia che doveva lavorare subito, restava chiusa in casa per quaranta giorni (quarantena), sia perché ritenuta, in quel periodo, di salute particolarmente fragile (si cucinavano piatti particolari per lei), sia perché  ritenuta “impura” dal punto di vista religioso.

 

Terminato il tempo della segregazione si recava in Chiesa, il sacerdote la riceveva sulla porta, la portava all’altare maggiore e provvedeva alla purificazione, dopo di che veniva riaccolta nella Comunità dei fedeli.

 

Io sono stato concepito prima del tempo, per amore e sono nato da mia madre sposata (non come adesso da un compagno o da un convivente né tanto meno da uno qualunque ) in un bel giorno di ottobre. C’era un sole splendido e subito  mi si affacciò alla finestra per mostrarmi alle maestranze (queste sono sempre sensibili sia alle nascite ma specialmente alle morti per le quali si sfigurano il viso per dimostrare il dolore…e la partecipazione al lutto…).

 

Dopo fatto il bagnetto d’uso, mi fasciarono stretto stretto con le fasce che indubbiamente erano servite per mio padre e mio nonno: esse si tramandavano per generazioni, sempre arrotolate per bene, e conservate nella dote. Erano strisce alte 15 centimetri e lunghe molti metri. Avevano l’incombenza di mantenere diritte la schiena nei neonati (ma i gobbi c’erano anche allora e non portavano fortuna) e le gambine. Malgrado le fasce, forse si era carenti di calcio per le ossa, mi ricordo che molti miei coetanei avevano le gambe storte o meglio: facevano la pipi fra parentesi…

 

Fasciare un bambino era un’impresa non tanto semplice: due/ tre giri intorno alla pancina altrettanti tra le gambe, di nuovo altri due tre giri sui fianchi e poi si provvedeva ad imbozzolarlo  strettamente. Possibilità di muovere le gambe: nessuna.

 

Lo si lasciava così fino a quando, essendo ormai intriso di tutti i possibili liquidi e solidi,  viola per le lacrime si sfasciava, si lavava in qualche modo e si riavvolgeva in fasce pulite: igiene quasi zero, rossori e piaghe moltissime. Chi se lo poteva permettere, dopo un lavaggio rapidissimo, usava il “talco” Roberts.

Nelle occasioni ufficiali il piccolo veniva infilato in un particolare sacco: il “portanfan”, anche esso spesso ereditato da generazioni.

 

Per tenerlo buono c’era, per i “ricchi”, il ciuccio di gomma: non nelle varie forme e colori dei tempi nostri, ma di un solo tipo. In campagna veniva sostituito da uno straccio legato verso la fine con un filo e spesso intriso di zucchero o altro, anche grappa o vino: “Così el bocia el taséa”.

 

Allora generalmente le donne erano prosperose e i bimbi venivano allattati da mammelle belle e turgide che facevano invidia a quelle delle … manze da latte …

 

L’allattamento durava finché la mamma aveva latte, poteva prolungarsi anche più di due anni: non costava niente e si credeva che impedisse  gravidanze immediate.

Spesso i bambini dei ricchi venivano mandati ”a balia”, un modo per le famiglie dei poveretti di avere qualche soldo in più.

A volte la balia e i fratelli e sorelle “di latte” potevano diventare l’unico affetto sincero per il bambino che era stato mandato a vivere con loro.

 

Adesso ci sono una infinità di marche di latte in polvere, per tutte le esigenze e intolleranze possibili e immaginabili. In passato, essendo sconosciute tante “fisime”, esisteva solo il Mellin che non era tanto usato, piuttosto latte di mucca allungato con un po’ d’acqua, meglio ancora quello di capra, ma la capra non si trovava facilmente.

 

Tutto quello che riguardava l’igiene del bambino era quasi sconosciuto per cui, frequentemente  esso veniva colpito dalla gastroenterite, dal tifo, più tardi dalla poliomielite, con conseguenze spesso letali.

 

Dopo un lungo periodo in cui il bambino stava o “in cuna” o, per poco, in braccio, lo si metteva “in caregon”: un trespolo che portava alla sommità un sedile chiuso da un ripiano ribaltabile su cui si trovava, in un angolo, un pallottoliere con palline di legno colorate.

Al “caregon” il bambino veniva legato con una cinturina di cuoio che lui, con un po’ d’ iniziativa poteva allentare. Una volta libero dal “caregon” un bambino di normale vivacità, se non era sorvegliato a vista, poteva farsi male in molti modi: scivolare a terra, dondolarsi fino a cadere con il “caregon” o in avanti o indietro, alzarsi in piedi sul ripiano e….tuffarsi. Un detto comune era: “Sito cascà dal caregon da picolo? ”, rivolto a chi faceva o diceva sciocchezze.

 

Io crescevo bene, non ero brutto e mangiavo volentieri la pappa che,  assaggiata prima dalla mamma, mi veniva messa in bocca col cucchiaino dicendomi: “Un poco a mi, un poco a ti, un poco al can…Ammmmm”.

 

La domenica mattina era di rigore il bagnetto nella “mastella” delle “robe” ed era di acqua tiepida, ben insaponata col sapone Marsiglia.                  

  

Si cresceva senza tanti problemi, non c’erano giochi pericolosi per la salute e si era contenti di vivere con quello che passava il convento, si giocava con poco.

 

Nelle corti e nelle contrade i bambini appartenevano alla comunità ed erano figli e nipoti di tutte le donne che c’erano, la loro sorveglianza ed educazione era un fatto corale.

In città invece si andava all’asilo appena a tre anni, quando si era autosufficienti, esso era tenuto da vari ordini di suore.

 

All’Asilo mi accompagnava la nonna paterna: una donna buona, sempre vestita di nero e con i capelli oramai pepe-sale pettinati a crocchia ( non è vero che i nonni non servano a niente !).

 

Si aveva un grembiulino a quadretti bianco azzurro i maschi e bianco rosa per le femminucce. Con questa “divisa” eravamo tutti uguali: dal figlio del ricco a quello del povero che le suore accettavano per beneficenza: altro che i vestitini firmati di questi anni!!!

 

Ricordo che mentre da molto piccolo portavo scarpine quasi da femminuccia, più grandicello fu la volta dei polacchetti che oltre ai buchi per le stringhe avevano dei ganci che mi piaceva infilare più volte con un gran nodo perché non slacciassero.

 

Si imparavano le buone maniere e… guai a dire le parolacce!!!. Il rispetto era massimo e ci si faceva il segno della Croce davanti al Crocefisso.

  

Sicuramente la vita è un dono, un dono immenso: l’uomo tante volte non ne misura il valore, tanto che, qualche volta, questo dono lo distrugge: con le varie droghe, con corse a velocità spericolata o facendo semplicemente violenza su se stesso.

 

 

            LA  NASCITA

 

Vagito, primo canto alla vita,

trillo di nuova primavera,

d’ogni mamma, gioia ambita,

della sterile, agognata chimera…

 

Grembo di donna

culla dell’umanità !

Soave sorriso di madonna

è d’ogni donna la maternità.

 

E’ di Eva il peccato del pomo

che diè continuità alla specie,

onde, al fin de l’eternità, duri l’uomo,

che Dio con dito alzato, fece!

                                               

eddo

                  

C'era una volta