Non di rado mi soffermo a pensare a
quando, in tempo di vacanza, andavo dai nonni materni in campagna. Era nel
‘trenta, al tempo del fascismo quasi imperiale, e mi fermavo per un paio di
mesi dopo le fatiche …scolastiche. Avevo allora 8 o 9 anni od appena iniziate
le medie.
Erano
mesi di svago, anche perché avevo uno zio, fratello di mia madre, di appena un
anno più di me ed allora si giocava assieme ad altri ragazzini delle famiglie
dei "laoranti" dei campi.
Soffermarmi
a quei tempi mi fa compiere un confronto con quanto sia cambiata in appena 65,
70 anni la vita di campagna. Il progresso ha fatto, come d’altronde in tutti i
campi. un balzo impressionante tanto che se venisse al mondo un vecchio
d’allora certamente rimarrebbe esterrefatto…
Non avrebbe mai pensato che
non si sarebbe più tagliata l’erba del prato con il “fero da segar”,
la falce, e le pannocchie si sarebbero scartocciate già sul campo con una
macchina prodigiosa che avrebbe insaccato il “formenton” e ben macinato il “canoto”: il fusto, da dar poi come mangime alle
bestie !!!
La
vita di campagna allora era ben diversa, nemmeno da potersi paragonare a quella
di adesso quando appena un paio di “agricoltori” (allora erano contadini)
sono sufficienti, con i guanti per non rovinarsi la mani, a coltivare
appezzamenti per i quali dovevano lavorare intere famiglie con figli numerosi…
D’altronde oltre alla meccanizzazione, anche la fuga
dalle campagne in cerca di lavoro nelle industrie ha costretto i
proprietari munirsi di quanto la tecnologia poteva offrire per parare anche la
concorrenza.
Pur
se nato in campagna in un paesino della bassa veronese, pochi sono i miei
ricordi di quei tempi perché approdato a Verona Città ad appena 4 o 5 anni,
tuttavia rammento che la corte allora era vasta, cintata da una parte da rete e
dall’altra da campi. Le case erano basse, ad un piano oltre al pian terreno
nelle cascine dove andavo durante le vacanze. Erano con muri, quasi sempre
"sgrostati" dal tempo, che lasciavano intravedere qualche colore nelle malte dove
i sassi o i mattoni lasciavano spazio al color verde rame che si dava alla vigna
che di solito sovrastava la porta d’ingresso che era in legno grezzo, vecchio
e segnato dalle intemperie e che veniva chiusa da un “cadenasso”
dall’interno, ed era quasi sempre, si può dire, inutile perché nessuno
rubava in casa. Si poteva tener spalancata la porta anche di notte che non si
sarebbe corso pericolo di furto, Si rubavano solo le galline nel pollaio, e per
fame !! allora….
Quasi
sempre le finestre avevano una rete fittissima quale “moscarola” per
non far entrare in casa l’insetto che era allora, data la vicinanza con la
stalla, molto prolifico…La porta di entrata quindi aveva una tenda a cascata
che si spartiva per poter entrare. Lo scopo era appunto quello di fare in modo
che le mosche se ne stessero gran parte fuori. Ma purtroppo ve n’erano in gran
numero anche in cucina e quindi si usava la carta moschicida per accalappiarle e
questa dopo un paio d’ore era zeppa…annerita…Ma c’era
anche la vera e propria ”moscarola” di vetro, un oggetto a
doppio fondo dove le mosche, dopo entrate,non potevano più uscire,
si…annegavano in ammollo…
La parte sovrastante la cucina era il “reparto
notte” dove vi era la fabbrica dei ”buteleti” su lettoni che
parevano piazze d’armi, alti quasi un metro con materassi di “pena de oco
o de galina” e lenzuola grezze che a chi aveva la pelle delicata (quelli
che vi entravano no di certo…) potevano far venire le vesciche!
Di solito però questi erano i letti ”dei sposi” che peraltro avevano
una numerosa prole che invece dormiva per terra su materassi fatti con sacchi di
juta (quelli del formenton delle pannocchie) imbottiti non di soffici penne
d’oca ma di “scartossi” del granoturco.
Siccome era indispensabile a metà della notte recarsi in corte per la
bisogna del “pipì” è immaginabile il rumore che potevano fare i passi a
scavalcare tutti i fratelli se uno era in mezzo !! Ma non si svegliava nessuno perché si dormiva” dalla
grossa” dopo una giornata di lavoro nei campi.
La
camera era proprio sopra la cucina ed il pavimento sempre di assi di legno con
tanto di buchi dei nodi attraverso i quali si poteva osservare quello che
facevano i “morosi” quando una figlia di casa la ”discorea” con
qualcuno del paese o qualche ”foresto”, di altro paese limitrofo,
conosciuto durante la Sagra del Patrono. Era risaputo che i Parroci
organizzavano le Sagre o le caldeggiavano perché davano modo alle ragazze di
non accasarsi con consanguinei venendo i giovani da fuori.
Le “spose” portavano in dote un certo numero di lenzuola e federe per
i guanciali perché si sporcavano con maggior frequenza dato il lavoro dei
campi, e allora non c’erano le docce con la comodità di adesso e la
biancheria si poteva lavare solo due o tre volte l’anno facendo la “lissia”.
Era un gran bucato che si teneva anche in modo comunitario
con altre famiglie. C'era un grandissimo paiolo con acqua bollente sulla quale
si versava la cenere del camino più volte e dopo una bollitura solenne si
risciacquavano "le robe" al fosso che solitamente era nelle vicinanze. Questa funzione si
teneva nella corte e praticamente sull’aia dove si batteva il frumento.
Si
potevano quindi osservare distese di lenzuola bianchissime per centinaia di
metri su corde tenute alte da pali di legno nei campi vicini casa. Era uno
spettacolo bellissimo quanto inconsueto.
Nella
camera non c’erano i servizi igienici. Ci si lavava in un catino tenuto ad
altezza di busto da un treppiede metallico, poi il contenuto veniva buttato
dalla…finestra in corte.
I
servizi erano invece, e per tutti due i sessi, in corte, in uno speciale
gabbiotto oppure in un ambiente di muratura con una porta che veniva chiusa alla
bisogna avente una finestrella ove si poteva osservare se era occupato… e a
…caduta libera.. sul letamaio delle bestie. Il tutto alla turca e tutt’al più
con un paio di assi dove si appoggiava il sedere, questo per i più anziani…
Il
bagno era un lusso e solo per i più giovani. Ci si lavava piedi, gambe e busto
nel fosso vicino oppure si prendeva la bicicletta e si andava al fiume che nel
mio caso era il Tion o il Tartaro. Ricordo che mio nonno, che allora non era
anziano, si tuffava in un “bugno” come lo chiamava lui, che era una
specie di profonda buca, conseguenza di un fosso largo e pulito.
Tornando
a parlare della camera si deve tener conto che la pavimentazione era sorretta
sempre da travi, che essendo di vecchia data, erano “caroladi” dalle
termiti e si sentiva anche col silenzio della notte il rumore delle loro
mandibole oltre al fruscio delle zampine di numerose "moreciole" che vi trovavano
le loro…dimore. Non ci si
spaventava comunque se qualche topolino attraversava per il lungo tutto
l’accampamento…dei bambini che stavano dormendo. D’inverno la temperatura
era micidiale e la tazza d’acqua che ci si portava sul comodino, il più delle
volte, ghiacciava e per usarla si doveva romperne il ghiaccio.
Il
camino della cucina sottostante non dava sufficiente calore al “reparto
notte” e quindi si doveva essere “imbaccuccati”
per non prendersi una polmonite. Per riscaldare il letto si infilava sotto le
coltri la “monega”, la monaca per i più. Era una specie di aggeggio
fatto di legno e latta a mò di slitta ove nel mezzo si poneva una “fogara”
o “preo” (vaso in terracotta) con dentro braci rosse infuocate che
riscaldavano il tutto fino a che si andava a letto. Qualche volta si bruciavano
le lenzuola.
Le
pareti della stanza da letto erano tappezzate,
dove non c’era l’intonaco che cadeva, da una fila di Santi e sulla
lettiera (si chiamava così) un quadro della Madonna col San Giuseppe ed il
Bambinello, con a fianco l’acquasantiera che serviva per il segno della Croce,
immancabile prima di coricarsi con una preghiera di rito a San Giuseppe Patrono
della buona morte!
Dalla
cucina al piano camere sovrastante si saliva esclusivamente a mezzo di una scala
a gradini di legno che era solitamente irta e con uno scorrimano lucidato da innumerevoli
mani passate per generazioni su di esso, i gradini scricchiolavano al
posarsi dei piedi…
Oltre la cucina vi era sempre il secchiaio, “el seciar”. Questo era di pietra ed inclinato perché l’acqua scorresse verso il foro che era chiuso da un “cocon” di ”mugoloto” (di pannocchia di granoturco) oppure da un pezzo di legno fatto a cuneo. L’acqua era una specie di lusso. Non vi era l’acqua corrente con il rubinetto, si attingeva solamente per mezzo del pozzo in mezzo alla corte oppure dal “sion” pompa idraulica da manovrare avanti ed indietro che richiamava l’acqua dalla profondità della falda. Era un lavoro faticoso e mi ricordo che quando la Contessa faceva il bagno si doveva prelevare l’acqua occorrente manovrando questa leva avanti ed indietro per una buona mezz’ora…. Sul secchiaio facevano bella mostra una fila di secchi lucidissimi pieni di acqua che si prelevava per bere con un “calsirel” di rame, mestolo ricurvo in alto per attaccarlo nuovamente dopo l’uso ad un chiodo. Bella mostra facevano anche i “paroi” a fondo rotondeggiante con i quali si faceva la polenta alla sera immancabilmente, ed erano di rame. Venivano attaccati alla catena nel mezzo del focolare (cadena del fogolar) e qui dopo che l’acqua bolliva si metteva la polenta a cuocere girando il legno (specie di remo) fino alla cottura. Poi si versava con un gesto repentino e veloce, quanto alla pratica, sulla “panara” di legno rotondeggiante; poi levigata per bene con una paletta di legno, e appena un po’ rassodata, tagliata con un filo di réfe (filo di canapa) a fette. (romanzi gialli ..!!) Era il pane dei poveri che con l’eccessivo uso diventavano pellagrosi…
La
tavola era di conseguenza lunga e larga in quanto le famiglie erano assai numerose che
nel caso di chi scrive quando il mio bisnonno si sedeva a tavola di sera aveva
32 commensali. Moglie, figli, figlie e nipoti…tutti rimanevano dopo il
matrimonio in famiglia. Era patriarcale !!
Le sedie erano di rami d’albero senza la scorza ai quali erano stati
fatti dei fori con la “trivela” e infissi dei pioli per lavorarvi la
parte più importante che era di “balza” pianta palustre intrecciata.
Era un lavoro che faceva “l’impajador de careghe” ed in verità era
un artista, e ancora adesso impagliano sedie di pregio.
Attaccato
con quattro chiodi e bene in mostra c’era per ogni annata “El Poiana
Magiore” che era un calendario dove si prevedeva il tempo, le lunazioni, i
tempi della semina e mille altre diavolerie che erano più o meno credute in
quanto quasi sempre …”sballate”… Non mancava mai un quadro della Madonna
e un San Luigi o a scelta S. Antonio da Padova col bambino in braccio e un
“gilio” per la sua festa.
Non
dappertutto arrivava la luce elettrica (non corrente, chissà perché..)
Dove c’erano i fili della stessa, erano fermati per bene, in giro per i
locali, da speciali aggeggi con chiodi in porcellana e gli interruttori erano
non a pulsante ma sempre in porcellana che si giravano in senso orario. Le
lampadine erano solitamente assai fioche per evitare lo sperpero. Era una
novità assoluta e destava sorpresa anche perché fino a qualche anno addietro
si usava solo la lanterna a olio o a petrolio. La lanterna per la cucina dove ci si
soffermava la sera prima di andare in stalla od a letto, ed era realmente di
bellissima fattura, appesa nel mezzo della tavolata al trave centrale e si
poteva regolare il volume della luce, sempre però con parsimonia perché il
petrolio costava…Si andava a letto però solo al lume di candela.
A
fianco della cucina, una stanza più piccola che era “el tinel”, il
salotto bene, per intenderci, che era inibito ai bambini perché doveva essere
sempre in ordine per quando fosse arrivato a far visita un parente o una persona
importante. Il pavimento non era di mattoni come in cucina ma di assi e qualche
volta vi si dava la cera perché fosse” lustro”. Non essendo molto usato le
pareti erano di un bianco di calcina quasi intatto. Vi erano due o tre sedie
imbottite con ad un lato una spece di “sofà” di velluto stinto, in mezzo
alla stanza un tavolo di piccole dimensioni con un centro ad uncinetto fatto
dalla nonna della nonna… e una credenza con le “portele de vero”
che lasciavano in vista le “chicare e la cogoma” del caffè e altri
suppellettili buoni come i “cuciari e pironi con le posàde” che non
erano mai state lavate con el “sabion”, la sabbia a mo di
detersivo…Su di un “casson” una cassapanca ove vi erano tenute le
lenzuola ben stirate faceva bella mostra una “gondoleta de perline colorate”
ricordo dell’unica volta che con la Parrocchia si era andati a Venezia. Ai
muri non mancava mai il ritratto in grande formato dei nonni o dei padri in
coppia fotografati sempre ben seri, lui col cappello in testa e lei con “el
cucugnel de cavèi” dietro la nuca. La coppia doveva avere si e no
trent’anni ma dal modo di vestire potevano dimostrarne almeno oltre i
cinquanta. Immancabilmente dopo il matrimonio le donne erano vestite di scuro,
quasi come ora le nostre smaliziate ragazze che sono si vestite di nero ma con
l’ombelico in vista…C’era anche “el cantonal” mobiletto
d’angolo dove non c’era quasi mai nulla e li vicino un quadripiede (si dice
così ?) alto quasi come una persona con sopra un coprivaso rotondeggiante di
ottone, lucidissimo con dentro un vaso di foglione senza fiore. I fiori invece erano
in uno scompartimento dello stesso quadripiede più in basso, infilati
dentro un bossolo sempre in ottone lucidato di un proiettile della prima guerra
mondiale lavorato a dovere, fiori di carta colorata crespata…
L’ultima
cosa che bisognava osservare era una madonnina alta poco più di una spanna,
sempre comperata come ricordo ad una gita in un Santuario, e che era
fosforescente di notte.