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“Riscoperta” l’antica immagine posta nella nicchia di via Municipio a Marcellise

Ecce homo (ecco l’Uomo)

 

 

 

Scheda storica -  Dott.  Roberto Alloro

 

Si sa, le cose che stanno sempre davanti agli occhi sono quelle che si conoscono di meno perché non si guardano davvero ma, semplicemente, si vedono.

 

Per tanti anni, ogni qualvolta ho percorso, a passi lunghi e ben distesi, el scùrtolo, ossia il breve viottolo che da via Municipio si inerpica fino al piazzale della chiesa parrocchiale, lo sguardo si è posato lì, sul busto posto nella nicchia ricavata nella facciata dell’edificio all’angolo nord-orientale della proprietà Rossi.

 

Quel viso reclinato, incorniciato da lunghi capelli e da una barba ben curata, quel volto in cui spiccano gli occhi stanchi e le labbra dischiuse, quel busto dalle mani sovrapposte all’altezza dello sterno, quella tunica plissettata intorno al collo e stretta da corde agli avambracci, insomma, mi erano assolutamente familiari. Così noti da non essermi mai chiesto quale santo fosse lì rappresentato e proposto alla devozione dei passanti.

 

Solo un paio d’anni fa, quando il rallentamento del testosterone ha lasciato spazio al movimento dei neuroni, mi sono soffermato a ragionare sull’identità del personaggio. Senza dubbio, mi dicevo, era Gesù, un Cristo sofferente, sfinito, affranto.

 

Ne avevo parlato, incidentalmente, con un’amica pratica di storia dell’arte, scoprendola accecata dall’abitudine più di me. «Sai, lì, dove c’è la nicchia con il Cristo?» «Non ho presente» «Quello che c’è sull’angolo tra la strada e el scùrtolo?» «Ah, ho capito, la Madonna» «Ma che Madonna? È Gesù!» «No, è una Madonna» «Una Madonna con la barba? Stai scherzando?» «Macché barba! Ha il velo in testa! Cos’hai visto?» «Cos’hai visto tu! La barba ce l’ha, eccome, e certo non è il busto di una donna» «Mah... a me è sempre sembrata una donna, una Madonna, insomma, o una santa. Guarderò meglio». Qualche tempo dopo: «Avevi ragione, è un Cristo. Pensa te!». Fine della puntata.

 

Fino a domenica pomeriggio. Siamo a Messa nella chiesa di San Martino Vescovo. Mia figlia Matilde, sempre sollecita, mi passa il libretto dei canti e mi sussurra il numero di quello da eseguire per l’Offertorio. Prima di chiudere il volumetto squaderno le pagine, ma il loro flusso si interrompe a causa di un segnalibro. Un’immaginetta.

 

Mi fermo, incuriosito, ad osservarla. Mi ha sempre fatto piacere trovare qualcosa infilato nei libri: un fiore secco, un appunto, un santino, una fotografia, una cartolina... segni lasciati da chi li ha posseduti e che ci rivelano un frammento della vita altrui. I più interessanti li ripongo in un raccoglitore che ogni tanto sfoglio con sempre nuova curiosità. Guardo l’immagine. «“Ecce Homo”. Immagine venerata nella chiesa di S. Maria Antica – Verona», c’è scritto sotto.

 

Una vampata di calore al viso: è lo stesso soggetto scolpito nel capitello di via Municipio. Un Ecce Homo! Il Cristo mostrato da Ponzio Pilato alla folla dopo l’incoronazione di spine e la flagellazione: «Gesù dunque uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora. Pilato disse loro: “Ecco l’uomo”» (Giovanni 19,5). Prendo il santino, un po’ sgualcito, e lo infilo con cura nel portafogli. Per farmi perdonare, leggo con compunzione la preghiera sul retro. Dio capirà. E io, intanto, ho risolto a me stesso l’enigma del santo non identificato.

 

La mattina successiva scatto alcune fotografie alla nicchia. È lui, senza dubbio. Stesso soggetto, stessa iconografia. Non c’è la corona di spine, ma intorno al capo si vede un solco, probabilmente l’appoggio di una corona realizzata in ferro ingoiata dal tempo e dall’incuria. L’aureola forse era dipinta a secco sul muro retrostante, oppure era anch’essa di ferro ed era unita alla corona.

 

 

 

Il busto poggia su una base al centro della quale vi è una borchia metallica destinata a reggere il sostegno per una fiaccola o una torcia.

 

La lettura dell’opera è assai compromessa da uno stato di degrado avanzato e ne risulta difficoltosa anche la datazione. I lineamenti del viso sono alterati da spessi strati di colore biancastro e giallo ocra. Porzioni significative di pietra sono cadute in vari punti e i nidi di insetti, nutriti dai fiori e dai fichi che crescono rigogliosi intorno alla costruzione, sembrano grossi bubboni sulle mani e sopra una spalla.

 

La nicchia è ingentilita, nella parte inferiore, da una mensola curvilinea aggettante sull’architrave decorato della porta sottostante, che ho sempre visto murata. Meglio così, dato che il tetto è caduto da anni e l’edificio intero è fatiscente.

 

Adesso che sappiamo cosa rappresenta, a maggior ragione speriamo in un provvidenziale restauro, per evitare che l’Ecce Homo frani a terra assieme al muro in cui è incastonato e, con essi, sparisca un pezzo di storia e di devozione della nostra comunità. [...]

 

La scheda è stata pubblicata su Qui San Martino, n. 246 (ottobre 2011)

 

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