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La Natività (Girolamo Dai Libri).  Foto -  Roberto Alloro.

 

Scheda Artistica - Dott. Roberto Alloro

 

Il ciclo pittorico legato alla cassa dell’organo della chiesa cittadina di Santa Maria in Organo si chiude con il quarto ed ultimo dipinto: la Natività di Girolamo Dai Libri. Come l’oggetto prezioso viene custodito all’interno del forziere, che proprio nel fatto di contenerlo ha la sua ragione d’essere, così l’ultima di questo gruppo di tele a mostrarsi quando la cassa dell’organo veniva aperta ne è il punto focale e il fondamento concettuale.

 

Per prima, infatti, venne menzionata nel contratto stipulato con i pittori: «Mastro Francesco Moron et mastro Hieronimo miniador se sum acordati cum el reverendo in Christo padre meser fra Cipriano dignissimo abbate al monasterio de Santa Maria in Orgena affar over depengere a olio le portele de l'organo in questo modo videlicet. In le parte dentro debano depenzer la natività del Signor con uno coro de angeli con varii instrumenti, da l'altra duy propheti cum duy angeli cum uno altro breve; de fora via debano fare quatro figure grande cum tuti gli ornamenti debiti a tal opera».

La successione dei soggetti elencati nella commissione procede dall’interno verso l’esterno e cioè nell’ordine inverso rispetto alla visione del pubblico e a queste schede. I due profeti menzionati sono Daniele e Isaia; le quattro figure grandi da dipingere all’esterno («de fora via») sono Giovanni Evangelista, Benedetto, Caterina d’Alessandria e Maria Maddalena.

La scena della Natività dipinta da Dai Libri è familiare a chiunque. Maria è inginocchiata a mani giunte, in veste rossa e manto verde. Giuseppe, in veste viola e manto arancione, è inginocchiato sulla gamba destra ed incrocia le mani sul petto. Entrambi adorano il bambino nudo adagiato per terra su un lembo della veste della madre, ma Giuseppe poggia su una superficie leggermente rilevata rispetto a quello della Vergine e del neonato a causa di una sconnessione del terreno. Due viandanti con lunghi bastoni tenuti rispettivamente sulla spalla e lungo il fianco - forse i pastori di cui parlano i vangeli - avanzano lungo la strada sterrata verso la sacra famiglia, che uno di loro già intravede ed indica con la sinistra. Sullo sfondo una casa rurale e un borgo fortificato sono incastonati in un panorama mozzafiato. 

La parte alta del dipinto è occupata da un folto coro di otto angeli musicanti, sopra il quale il recente restauro ha restituito, in lontananza, la cometa che guidò i Magi a Betlemme. Una porzione non indifferente e soprattutto non insignificante della pala, infatti, come pure di quella dei Profeti Daniele e Isaia, era stata ripiegata sul retro del telaio per circa trenta centimetri, allo scopo di ottenere quattro grandi tele di uguali dimensioni da inserire in altrettante specchiature ricavate nei muri dell’aula della chiesa parrocchiale di Marcellise.

È un monumentale presepe in cui il figlio di Dio, anziché occupare una posizione di rilievo al centro della scena, magari tra le braccia della Vergine, si trova al margine inferiore della tela. Questa scelta del pittore, motivata forse dal desiderio di  rendere manifesto anche fisicamente la volontà del Signore di farsi ultimo tra gli ultimi, appare assai ardita perché l’occhio si sofferma sulle figure assorte di Giuseppe e Maria, constata la solidità della capriata lignea che ripara l’ingresso della grotta, ammicca con simpatia infantile alle teste del bue e dell’asino che sbucano dall’anfratto giusto in tempo per lo “scatto”, stupisce di fronte alla ripidezza vertiginosa della rupe, spazia dai prati alla cittadella armata e poi ancora oltre fino a quel picco azzurrognolo in lontananza ma... rischia di non vedere affatto il neonato e di costringersi a cercarlo ricordando il titolo del quadro.

 

Eppure, anche assecondando questa curiosità non si riesce a vedere liberamente il Salvatore, nascosto com’è dall’ingombrante cero che – sia pure obbligatoriamente spento - tutto l’anno, fatta eccezione per il periodo natalizio, gli svetta davanti.

Esaurita la descrizione delle quattro pale, viene da interrogarsi sul messaggio teologico che senza dubbio ispirava le intenzioni del committente. Ne azzardo uno a mio parere plausibile, che prescinde da eventuali e possibili devozioni personali dell’abate Cipriani.

 

All’interno dell’organo, celato all’immediatezza dello sguardo, è rappresentato il progetto di salvezza che, concepito nella mente di Dio misericordioso, è stato svelato al mondo dagli “uomini santi che hanno parlato ispirati dallo Spirito Santo” (i profeti Daniele e Isaia): la salvezza di tutto il genere umano mediante l’incarnazione del Cristo venuto per rovesciare i potenti e premiare gli umili (la Natività).

 

All’esterno dell’organo è rappresentata l’attualizzazione di questo disegno di redenzione: esso viene vissuto e divulgato dai monaci di Santa Maria in Organo (impersonati dal fondatore Benedetto nella veste bianca della congregazione olivetana) attraverso la predicazione evangelica (il libro di Giovanni). La salvezza eterna, che può anche passare per il martirio (Caterina d’Alessandria), redime tutta l’umanità peccatrice ma ricca di fede e di pietà (Maria Maddalena).

 

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